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Stéphanie Omboni Etzerodt

Una pioniera dell’assistenza a Padova di Bruno Bortoli – Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano

Stéphanie Omboni Etzerodt (18371917)

 

Mi corre spontaneo il detto del Guerrazzi: «Di due ragioni vi hanno poeti: quelli che operano le cose belle e quelli che le cantano»: […] Stefania Omboni era un poeta dell’azione.(Franciosi Bonelli, 1917, p. 4)

 

Stéphanie Etzerodt appartiene a quel gruppo di donne che nel periodo a cavallo tra Ottocento e Novecento, in varie parti d’Italia, unirono l’azione emancipazionista nella sfera affettiva, economica e culturale a interventi assistenziali e filantropici di nuova concezione, a favore degli emarginati e del miglioramento delle condizioni dei ceti popolari. In qualche modo, le femministe di questo periodo assunsero l’ambito sociale come una sorta di luogo privilegiato nel quale la specificità femminile poteva emergere come strumento di difesa della donna e dell’infanzia.

 

Un’attiva nobildonna

Stéphanie Etzerodt, di padre tedesco e madre inglese, nasce a Londra nel 1837. Il padre, imprenditore, conduce la fabbrica del gas di Bruxelles. Venuta a Milano per frequentare gli studi, conosce lo scienziato Giovanni Omboni che sposa nel 1864 e che, nel 1869, segue a Padova, dove era stato chiamato all’Università.

Di Milano rimangono i legami con Alessandrina Ravizza ed Ersilia Bronzini, legami che si ravvivano nell’assidua collaborazione al periodico «Unione femminile» e nelle battaglie condotte dall’associazione omonima.

«Perfettamente cosmopolita» (Franciosi Bonelli, 1917, p. 4) come amava dichiararsi, ha amici di ogni nazionalità che vengono volentieri a Padova per fermarsi qualche giorno con lei nella casa che, scherzando, chiamava «il mio albergo».

Talvolta, nelle pubblicazioni che la riguardano, è definita una «nobildonna» ed è vero che il popolo la chiamava «contessa» cogliendo nel suo atteggiamento i tratti tipici delle classi nobiliari, soprattutto in relazione alla filantropia.

A Padova, fin dal 1874, fonda a sue spese un asilo froebeliano. Dopo l’alluvione del 1882 avvia, ancora a sue spese, una «cucina economica» per i sinistrati e i poveri di Padova, destinata a rimanere attiva fino ai nostri giorni. «Avvicinandosi l’inverno di quell’annata disastrosa, la Omboni pensava con raccapriccio alle sofferenze a cui andavano incontro tanti poverelli» (Alessio, 1908, p. 3): così, assieme ad alcune amiche, dall’ottobre 1882 al marzo 1883 distribuisce giornalmente 500 porzioni di minestra.

Pur avendo fatto in modo, fin dall’anno successivo, che la mensa popolare riuscisse ad avere un’organizzazione stabile grazie al sostegno della Diocesi, retta dal nuovo vescovo Giuseppe Callegari, la Omboni continua a esserne l’anima, rifiutando ruoli direttivi ma svolgendo l’ufficio di Ispettrice. Infatti, il Regolamento della Cucina (1895) affidava l’incarico di sorvegliare la disciplina del personale di servizio a una suora affiancata da dieci signore col titolo di Ispettrici. Esse, alternandosi, vigilavano sulla distribuzione delle vivande, curando in tutto l’adempimento esatto delle disposizioni consiliari (ibidem, p. 5).

Nel 1886, durante un’epidemia di colera, è tra le poche esponenti della sua classe sociale a restare a Padova («i signori s’erano tutti rifugiati in campagna» (Trotto, 1900, p. 40) e si prodiga nella distribuzione dei soccorsi anche grazie alla «sua» mensa, che impedisce il diffondersi del morbo e ne limita la durata.

Nello stesso anno fonda l’Asilo femminile per povere donne attempate e sole, per offrire un alloggio sano e pulito a povere donne «semi-impotenti che, sollevate dal fitto, trovano ancora abbastanza lena per provvedere agli altri loro bisogni» (Trentin, 1995, p. 138).

Nella sua azione senza sosta, nel 1890 mette in piedi l’Associazione contro l’accattonaggio: pur scontrandosi con molte persone anche a lei vicine, con le scarse risorse finanziarie e con l’insufficienza dei collaboratori, riesce ad avviare un coordinamento di interventi assistenziali che comprendevano più iniziative rivolte ai poveri e ai disoccupati: il sostegno al lavoro casalingo femminile, la promozione del piccolo risparmio, l’alloggio alle vedove, l’aiuto per il pagamento dell’affitto, equella che doveva essere l’azione più importante e più cara a Stéphanie Omboni: l’assistenza ai fanciulli abbandonati.

 

L’Istituto per l’infanzia abbandonata

Ma chi erano questi bambini?

Fanciulli abbandonati dai loro genitori? Mai più — affermava la Omboni in un appello alla popolazione —, la generalità dei casi dei cosiddetti fanciulli abbandonati ha ben altre origini:

  •  sono orfani di entrambi i genitori che hanno oltrepassato l’età per essere accolti nell’orfanotrofio;
  •  [figli] di madri vedove cariche di famiglia: né l’assistenza della Congregazione di Carità né il loro misero lavoro possono bastare a mantenere 4, 5 o più figlioli… così che questi vanno per le strade elemosinando e crescono ignoranti e fannulloni;
  •  [figli] di padre vedovo che dovendo recarsi al lavoro non può sorvegliare ed educare;
  •  [figli] di genitori non vedovi ma poveri e uno dei quali, per esempio il padre, è talmente malaticcio che non può attendere alla famiglia. (Omboni, 1900)

Per questi bambini, nel 1985 apre un ricovero diurno, l’Istituto per l’infanzia abbandonata, che diventa ente morale nel 1897 e nel 1898 conta 74 ricoverati. L’Istituto era «regolato da norme che, pur salvaguardando interamente la disciplina, escono, però, dalle strettoie convenzionali, per cui mille difficoltà sorgono nell’accettazione dei ricoverati» (Bianchi, 1910, p. 231). Vi si trovano refettori, dormitori, bagni, infermerie, sale di ricreazione che ospitano un centinaio di ragazzi e ragazze.

In un lusinghiero ritratto della Omboni pubblicato su «Unione Femminile» si legge:

Al mattino i piccoli ricoverati vanno alle officine, nelle botteghe; nelle ore pomeridiane vi trovano all’Asilo un cibo nutriente. Le ragazze imparano il lavoro sotto una insegnante, aiutano in cucina, nella lavanderia; sono 93 esseri umani ridonati alle sane energie della vita. (Ravizza, 1901, p. 96)

 

Un nuovo spirito assistenziale

In tutte queste iniziative, Stéphanie Omboni inserisce uno spirito nuovo. Protestante per formazione, si propone l’obiettivo di un’assistenza che non favorisca la dipendenza e invece educhi e stimoli all’autosufficienza. Anche la procedura da lei adottata nell’avviare le istituzioni è interessante: inizia accollandosi le spese per i vari interventi ma si aspetta che, nel momento in cui la collettività le ritiene valide, questa se ne accolli l’onere e le porti avanti autonomamente. Non si considera unabenefattrice, quanto piuttosto una persona che, godendo di migliori condizioni economiche, può utilizzare i propri beni a vantaggio dei più sfortunati, i quali sono tali, principalmente, a causa di un assetto economico ingiusto.

A Bruxelles, dove si era recata per l’Esposizione Internazionale (che comprendeva anche una sezione sociale e dove aveva ricevuto uno dei premi previsti per le migliori realizzazioni), afferma: È ormai dimostrato che la beneficenza pubblica e privata non può bastare a un’opera che deve essere completa se vuole raggiungere il suo scopo integrale: il diritto del bambino all’assistenza. Questo reclama l’intervento e l’appoggio dello Stato. (Omboni, 1910, p. 7)

Prosegue poi raccomandando la costituzione in ogni città, in ogni comune, di commissioni incaricate di investigare le situazioni dei bambini i cui genitori si trovano nelle condizioni deplorevoli di vizio o di miseria. Sostiene l’importanza di fare i passi necessari per accoglierli nelle case di educazione o in colonie agricole, togliendoli dal contagio della strada e della vita vagabonda, dalle cattive influenze dei genitori, o semplicemente dalle deprimenti conseguenze della miseria.

Quanto ai costi per «la protezione del bambino, che |…] deve avere forza di legge», è lo Stato che deve intervenire.

A spese dello Stato! Ecco una proposta spaventosa! Occorreranno forse dei milioni, ma allorché il Paese è persuaso della necessità di una cosa, i milioni si trovano, come si trovano per il bilancio dell’esercito e della marina […] Ciò che è evidente è che non si può continuare a fare a metà con una così evidente ingiustizia […]. Dove mancano le risorse della beneficenza deve supplire lo Stato. D’altra parte il dovere sociale, la solidarietà umana devono ormai sostituire la beneficenza facoltativa. (Ibidem, 1910, p. 8)

 

Amare, operare, sperare

La sua azione concreta continua nel 1983 con l’istituzione, in collaborazione con altre donne di Padova, di una scuola professionale femminile e, nel 1898, con l’istituzione dell’Unione Morale, finalizzata a diffondere la cultura fra le classi più basse: un’istituzione antenata delle nostre università popolari.

Nel 1895 è fra i fondatori della Società Zoofila Padovana. L’atto costitutivo proclama: Chi non ha cuore verso le bestie non sarà meno crudele verso i suoi simili.

È questa verità quella che informa l’azione della Società stessa. […] Per questa nostra Società la protezione degli animali infermi non è che il mezzo: suo altro scopo è l’educazione del cuore umano.

Quando l’Unione Femminile apre i battenti a Milano e successivamente avvia il periodico omonimo, Stéphanie Omboni, pur essendo ormai residente a Padova, è tra
le redattrici, per la comunanza che la lega al gruppo milanese, e contribuisce con delle riflessioni sulla condizione infantile (Omboni, 1901) e partecipando alle campagne per
l’emancipazione femminile promosse dal gruppo legato al periodico. Quando, nel 1903, il giornale lancia il sondaggio sul diritto di voto alle donne, la Omboni risponde:

Quando la donna avrà il diritto di voto porterà senza dubbio nuove forze alla realizzazione degli ideali sociali di pace e di giustizia. (Omboni, 1904)

Nel 1909, a imitazione dell’Ufficio Indicazioni e Assistenza di Milano, crea un Ufficio di collocamento, per sistemare i giovani istruiti nell’Istituto per l’infanzia abbandonata, dare informazioni ai poveri e coordinare iniziative benefiche estemporanee che servivano per l’autofinanziamento.

Scoppiata la guerra Stéphanie, pacifista convinta e militante, soffre per il sopruso ai danni del suo Belgio e per le migliaia di vittime causate dal conflitto. Nonostante l’età non più giovane, si spende in un’azione di volontariato fra i feriti ricoverati negli ospedali di Padova ed è svolgendo questo servizio che muore improvvisamente, il 21 gennaio 1917.

Come aveva richiesto, sulla sua tomba viene inciso il suo motto di vita: «amare-operare-sperare» (Franciosi Bonelli, 1917, p. 19): è la sua traduzione, laica, delle virtù teologali della carità, della speranza e della fede, diventata per la Omboni una fede fattiva verso l’uomo.

Per questo motivo la municipalità di Padova, nel 1894, le conferisce la medaglia d’oro del Premio Malipiero alla virtù, «per opere continue, generose e sapienti in vantaggio dell’istruzione e della beneficenza» (Trotto, 1900, p. 40). Anche il Ministero della Pubblica Istruzione, dietro proposta delle autorità scolastiche locali, le aveva conferito la medaglia d’oro riservata per i casi di singolare munificenza dimostrata a beneficio dell’istruzione e dell’educazione del popolo.

Di questo come di altri attestati onorifici la Omboni non parlava mai. All’amica che insisteva perché glieli mostrasse, lo fece accompagnando l’atto con una citazione letteraria francese, il cui senso era che sarebbe stato meglio se — invece di darle medaglie — avessero sostenuto concretamente le sue attività (Franciosi Bonelli, 1917, p. 13).

A Rina Bianchi, che le chiedeva informazioni dirette per scrivere di lei su La Donna nella beneficenza in Italia, rispondeva: Evitate le lodi, che stuonano col mio concetto della vita e dei doveri della vita, di quei doveri sociali che finora, in generale, sono così poco riconosciuti ed esercitati, come se dovessero bastare quelli compiuti nell’ambiente della propria famiglia, senz’altro sentimento di fratellanza umana. (Bianchi, 1910, p. 232)

 

Bibliografìa

Alessio G. (1893), La cucina economica in Padova. Rendiconto morale dalla sua istituzione, Padova, Tipolitografia dei fratelli Salmini.

Alessio G. (1908), 25 anni di vita della Cucina Economica di Padova, Padova, Soc. Coop. Tip. Amministrazione della Cucina Economica di Padova (1895), Regolamento, Padova.

Bianchi R. (1910), L’opera di una donna, in La Donna nella Beneficenza in Italia. Lombardia, Veneto, Trentino, Torino, pp. 230-232.

Bortoli B. (2006), Ersilia Majno Bronzini e le «sante laiche», «Lavoro sociale», vol. 6, n. 1, pp. 125-134.

Franciosi Bonelli E. (1917), Alla cara e santa memoria di Stefania Omboni Etzerodt, s.n.t.

Moretti F. (1989), «Giovanni Omboni», Grande Dizionario Enciclopedico, Torino, XIV UTET, p. 893.

Mori M. (2002), Il fanciullo bisognoso: oggetto di beneficenza e di interventi assistenziali, in A.M. Licandro (a cura di), I bambini della «Ruota» nella Padova di fine Ottocento e prima metà del Novecento, Padova, pp. 19-33.

Omboni S. (1898), Pro Infanzia – Istituto per l’infanzia abbandonata, Venezia, Visentini.

Omboni S. (1900), L’Istituto per l’infanzia abbandonata in Padova, Padova, Tipografia del Veneto.

Omboni S. (1901), Salviamo il fanciullo, educhiamolo, «Unione Femminile», 9bis, pp. 77-82 e 11, pp.
109-113.

Omboni S. (1904), La nostra inchiesta, Diritto di voto o no?, «Unione Femminile», n. 1, p. 15.

Omboni S. (1910), Sur un système plus efficace pour la protection des enfants pauvres et malheureux, Padova, Soc. Coop. Tip.

Ravizza A. (1901), Stefania Omboni, «Unione Femminile», n. 10, p. 96.

Trentin V, (1995), Beneficenza e filantropia: verso l’emancipazione femminile in C. Limentani Virdis e M. Cisotto Nalon (a cura di), Tracciati del femminile a Padova. Immagini e Storie di Donne, Padova, Il Poligrafo, pp.137-139.

Trotto P. (1900), Stéphanie Omboni, «La Rassegna Scolastica», fasc. IV, pp. 40-41.

 

Note:

1 Una costante di questo movimento che, sia pure con qualche accentuazione diversificata è presente in tutti i paesi più sviluppati, è quella di battersi per obiettivi quali il voto politico e la parità dei diritti unitamente alla lotta contro lo sfruttamento dei soggetti più deboli, fra i quali donne e bambini costituivano i gruppi più rappresentati. Cfr. Bortoli (2006).

2 Giovanni Omboni (Abbiategrasso 1829 – Padova 1916) venne chiamato alla cattedra di geologia. Tra le sue opere Geologia dell’Italia e, più divulgativa, Come s’è fatta l’Italia (Moretti, 1989).

3 L’iniziativa nasce presso la chiesa San Daniele. Nell’anno successivo, rilevata dalla Diocesi, si trasferisce in via Fra’ P. Sarpi e, infine, nel 1914, in via Tommaseo, dove le Cucine Economiche Popolari operano attualmente.

4 Giuseppe Callegari (Venezia 4.11.1841 – Padova 14.4.1906) fu professore al seminario di Venezia e vescovo di Treviso dal 1880 al 1883. Nel 1889, fondò, assieme a Toniolo e a Medolago Albani, l’Unione Cattolica Italiana di Studi Sociali. Nel 1903 Papa Pio X, suo grande estimatore, lo nominò cardinale.

5 Il Ministro, riconoscendo questo suo atto di abnegazione, le conferì una medaglia d’argento per benemerenze alla salute pubblica.

6 Un segno dell’arretratezza dei tempi è rappresentato dal fatto che alla Omboni, promotrice principale dell’assistenza padovana, si richiede «l’autorizzazione maritale» per poter determinare, davanti al notaio, la fondazione ufficiale dell’Istituto da lei ideato (Mori, 2002, p. 28).

 

Fonte: Edizioni Erickson – Trento, Bruno Bortoli – Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano, Lavoro sociale Vol. 6, n. 3, dicembre 2006 (pp. 439-444)

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