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Sophonisba Breckenridge

La fondatrice della rivista «Social Service Review» di Bruno Bortoli – Università di Trento

Sophonisba Breckenridge (Lexington, Kentucky, 1 aprile 1866 – Chicago, 30 luglio 1948)

 

L’americana Sophonisba Breckenridge, infaticabile studiosa delle scienze sociali, docente di social work e sostenitrice delle riforme sociali, ha lasciato un segno indelebile nel servizio sociale professionale, benché pochi assistenti sociali — anche negli Stati Uniti — ricordino oggi il suo nome e siano consapevoli del suo contributo allo sviluppo della disciplina.

Nacque a Lexington il 1 aprile 1866, da una famiglia politicamente in vista: all’inizio dell’Ottocento suo nonno era stato governatore del Kentucky, il padre fu deputato al
Congresso. Dopo il diploma al Wellesley College nel 1888 e una breve esperienza come insegnante di matematica, Sophonisba intraprese un viaggio in Europa, seguendo la
consuetudine diffusa fra molte giovani benestanti della sua generazione. Di ritorno nel 1892, decise di intraprendere la carriera d’avvocato, come il padre e i fratelli. Per
quanto di mentalità più avanzata rispetto alla maggioranza dei contemporanei, i suoi familiari non approvavano affatto questa scelta, che ritenevano assai poco femminile.
Ciononostante, nel 1894 la Breckenridge riuscì a essere la prima donna iscritta all’albo degli avvocati del Kentucky. Ma non sfruttò mai questo titolo: si trasferì quasi subito
a Chicago, città alla quale rimarrà legata per il resto della sua vita. Qui divenne inizialmente segretaria di Marion Talbot, preside del Dipartimento di Economia Domestica,
che era la sezione femminile della facoltà di sociologia della locale università.

Stimolata dalla Talbot, riprese gli studi: nel 1901 fu la prima donna, in quella università, a ottenere il dottorato in scienze politiche e ancora la prima a conseguire, nel 1904, il dottorato della University of Chicago Law School, dopo il quale venne incaricata come professore part-time di economia sociale nel Dipartimento di Economia Domestica. Si trattava per certi versi di un contesto «ghettizzante», che sostanziava il forte pregiudizio antifemminile presente nell’Università di Chicago (Freeman, 2004), ma dava comunque la possibilità di affrontare temi che orientavano il movimento di emancipazione femminile, quali la regolamentazione del lavoro subordinato, i diritti delle donne e quelli dei minori.

Uno dei primi lavori della Breckenridge fu uno studio longitudinale sui dati censitari statunitensi, volto ad analizzare i modelli di impiego femminile nell’industria.
Esaminando anche le sentenze giudiziarie relative ai reati commessi da minori, la Breckenridge affermava che «l’interesse pubblico esige il rafforzamento dei doveri a
carico del marito», per il forte rischio di devianza cui erano esposti i bambini cresciuti dalle madri senza il sostegno del coniuge. Queste donne erano costrette a […] sobbarcarsi il doppio peso di guadagnare il necessario per il sostentamento e, contemporaneamente, svolgere il ruolo domestico di accudire la famiglia. (Lengermann e Niebrugge-Brantley, 1998, p. 250)

 

L’impegno per le riforme sociali e per i diritti di cittadinanza

Mentre Sophonisba Breckenridge iniziava la sua carriera accademica, gli Stati Uniti vivevano una fase di rapida trasformazione. I costi dell’industrializzazione si rivelavano particolarmente forti a Chicago: tra il 1880 e il 1890, la popolazione era cresciuta da 300.000 abitanti a oltre un milione. Di questi, circa i quattro quinti erano immigrati di prima o seconda generazione. Vicino agli enormi mattatoi, circa 35.000 persone vivevano ammassate in appena un miglio quadrato. Le difficili condizioni di vita avevano un impatto particolarmente drammatico sulle donne, con discriminazioni legate sia al genere che al fatto di essere delle immigrate. Non vi era alcun riconoscimento della specificità femminile nei carichi e negli orari di lavoro.

Nel 1906 la Breckenridge, che dal 1901 collaborava con l’American Journal of Sociology, pubblicò nel Journal of Political Economydue articoli in cui affrontava appunto il problema della legislazione relativa al lavoro femminile. È del 1911 un saggio intitolato Back of the Yards scritto con Edith Abbott. Con un’ampia documentazione di fotografie, mappe, testimonianze, interviste, misurazioni minuziose degli ambienti domestici, profili statistici, il testo presenta un efficace spaccato multidimensionale della vita nell’area dei mattatoi di Chicago:

un ambiente in cui si mescolano i versi degli animali che attendono il macello, la presenza di vaste aree incolte, il sangue e le carcasse degli animali macellati: un’immagine di morte e di disintegrazione che non può non provocare una profonda demoralizzazione sul carattere degli abitanti e incidere sulle condizioni nelle quali essi si trovano a vivere. (Lengermann e Niebrugge-Brantley, 1998, p. 245)

Lo stile di vita degli immigrati poveri veniva esaminato evidenziando le differenze culturali e le barriere linguistiche che li ponevano in situazione di svantaggio.
L’amministrazione pubblica, secondo la Breckenridge, aveva il dovere di affrontare quei problemi. Affermava: Quando la coscienza comunitaria sembra avvertire la necessità di cambiare alcune leggi, sarebbe alquanto disonesto non fare il possibile per rafforzare questa comune consapevolezza. Considerare solo i sintomi, anziché la sostanza, dei
problemi presenti nei quartieri cittadini costituisce una omissione imperdonabile. (Lengermann e Niebrugge-Brantley, 1998, p. 252)

Ma l’impegno della Breckenridge non si limitava alla ricerca: nel 1906 era incaricata di fungere da ispettrice di fabbrica per conto dell’amministrazione statale e svolse gratuitamente anche un’azione ispettiva nei sovraffollati caseggiati popolari, su incarico del ministero della sanità. Con i colleghi di università George H. Mead e Charles Henderson, partecipava ai comitati che sostenevano i lavoratori in sciopero.

Come altre donne interessate alle riforme sociali, la Breckenridge si trovò quasi naturalmente coinvolta dal movimento dei Settlement. Nel 1907 iniziò a risiedere a Hull House (Bortoli, 2004a), che frequentò fino al 1920, unendosi a Jane Addams, Ellen Gates Starr, Mary McDowell, Mary Kenney, Alzina Stevens, Florence Kelley, Julia Lathrop, Alice Hamilton e Grace Abbott e soprattutto alla sorella di quest’ultima, Edith, con la quale Sophonisba strinse un sodalizio umano e professionale che durò tutta la vita.

Sempre nel 1907 fondò la Immigrant’s Protective League. Nei suoi scritti, apparsi sotto il titolo New Homes for Old, esaminò come accogliere le culture degli immigrati presenti negli Stati Uniti. Fervente sostenitrice del suffragio femminile divenne membro, e nel 1911 vicepresidente, della American Woman Suffrage Association. Sostenne strenuamente anche i diritti della popolazione di colore, partecipando attivamente alla fondazione della National Association for the Advancement of Coloured People (NAACP). Fece parte del comitato esecutivo della Lega dei Consumatori di Chicago e fu attiva nel Partito Progressista, sostenendone i candidati e candidandosi a sua volta (senza successo) alle elezioni municipali di Chicago nel 1912. Pacifista impegnata, si oppose all’ingresso degli Stati Uniti nella prima guerra mondiale.

 

L’attività nella formazione degli assistenti sociali

Sophonisba Breckenridge iniziò per la prima volta a occuparsi in maniera diretta di social work nel 1908, quando Julia Lathrop la chiamò a collaborare alle attività di ricerca della Scuola di Servizio Sociale di Chicago. A sua volta, la Breckenridge chiese la collaborazione di Edith Abbott. Ambedue si dimostrarono eccellenti ricercatrici, capaci di unire la passione per l’operatività concreta con l’approfondimento scientifico. «L’aula scolastica e la penna divennero gli strumenti del loro attivismo» (Diner, 1977, p. 5).

In quegli anni, il tentativo di migliorare la qualità del servizio sociale faceva parte di un più ampio movimento presente nelle istituzioni americane, teso alla specializzazione e alla razionalizzazione. Fra i temi cari all’epoca progressiva, uno dei principali era lo spostare l’attenzione dal pauperismo (dipendenza) alla povertà (condizioni di vita inferiori a un certo minimo). I «progressivi» pensavano che la legislazione statale sul lavoro fosse lo strumento migliore per stabilire le condizioni minime di lavoro, di salario, di tutela sanitaria, abitativa e così via.

Nei primi anni del Novecento l’insegnamento del servizio sociale non era granché formalizzato ed aveva un carattere prevalentemente informativo. Il Dipartimento di ricerca guidato da Breckenridge e Abbott rappresentò un’eccezione: Helen Wright, un’allieva divenuta poi direttrice del dipartimento stesso, sottolineava come lì vi fosse un «una reale attività di insegnamento». Breckenridge e Abbott mostravano una costante attenzione nel garantire alti standard per la scelta dei corsi, degli studenti da ammettere, dei docenti e per i piani di studio individuali (Leiby, 1978). Negli Stati Uniti, le scuole di servizio sociale ebbero il merito di preparare un gruppo di esperti che incise in maniera determinante sulla natura della vita americana, sviluppando una scienza sociale volta a comprendere sistematicamente la povertà e le altre piaghe sociali, con il vantaggio di
un approccio interdisciplinare in un’epoca in cui le neo istituite discipline accademiche iniziavano a marcare i loro confini. L’esperienza di Chicago, sotto la leadership ispirata
di Sophonisba Breckenridge, costituì forse l’esempio migliore (Katz, 2004).

Tuttavia, la Scuola di Servizio Sociale di Chicago era costantemente in precarie condizioni economiche, che frustravano i progetti scientifici dei suoi responsabili: in diverse occasioni Breckenridge e colleghi non avevano ricevuto la retribuzione prevista (Diner, 1977). Così, verso il 1920, molti membri del direttivo ritennero che l’unica soluzione fosse il pieno incardinamento nell’università. I leader originari (Taylor, Addams, Lathrop) temevano che la scuola potesse perdere l’originale orientamento professionalizzante. Sophonisba Breckenridge ed Edith Abbott, invece, erano nettamente a favore: ambedue avevano una lunga esperienza universitaria come studenti edocenti ed erano attirate dalla possibilità di elevare la formazione al servizio sociale allo stesso livello di quella giuridica o medica. Da tempo esse avevano focalizzato, sulla base dalla loro esperienza didattica e operativa, i principi che avrebbero dovuto guidare la scuola dopo l’incorporazione nell’università: impegno verso lo sviluppo di servizi sociali pubblici; formazione professionalizzante di livello universitario che richiedeva una buona base culturale acquisita alle scuole superiori; sviluppo della disciplina attraverso la ricerca realizzata da studenti e docenti. Così, il 10 agosto 1920 il consiglio d’amministrazione universitario istituì la «Graduate School of Social Service Administration» (Bortoli, 2001).

Mentre le scuole di New York, Boston e Filadelfia erano alla ricerca di un metodo unitario che abbracciasse le diverse varietà di social casework (Bortoli, 2004b), Breckenridge e Abbott puntavano a creare un esperto preparato non solo a interagire con gli utenti, ma a effettuare ricerche sui problemi e sui progetti di intervento, a comprendere le caratteristiche legislative e amministrative dei servizi sociali, particolarmente nella loro forma pubblica, e ad analizzarne le dimensioni organizzative e tecniche. Desideravano che gli studenti avessero una solida preparazione nei principi teorici quanto nei metodi di intervento. Come nel diritto e nella medicina, anche nel servizio sociale andava trasmesso agli studenti il senso di responsabilità rispetto all’avanzamento della propria disciplina per il miglioramento delle condizioni di vita delle persone.

Nel 1925 Sophonisba Breckenridge fu nominata professore di ruolo. Nei corsi riversò le riflessioni sulla questione femminile presenti nelle sue pubblicazioni: Family Welfare Work in a Metropolitan Community (1924), Public Welfare Administration (1927), e The Family and the State, pubblicato nel 1934.

 

La Social Service Review

Nel marzo del 1927, grazie al contributo economico di una fondazione Rockfeller, Edith Abbott e Sophonisba Breckenridge lanciavano la Social Service Review, un «trimestrale dedicato agli interessi scientifici e professionali del servizio sociale» edito sotto gli auspici della School of Social Service Administration dell’Università di Chicago. Le sue fondatrici avevano accarezzato a lungo il progetto di una rivista di ricerca, finalizzata a fornire conoscenze scientifiche sui problemi del servizio sociale e, allo stesso tempo, a patrocinare politiche e programmi per il progresso del benessere sociale. Questa rivista, giunta oggi al 78° anno di vita, è la più antica fra le riviste di servizio sociale esistenti al mondo e fornisce un’importante prospettiva sul modo in cui le varie generazioni degli studiosi e dei formatori di servizio sociale hanno definito il ruolo della loro professione nell’ambito delle politiche sociali (Diner, 1977).

Pochi anni prima, Mary Richmond aveva articolato per la prima volta la teoria del casework nel suo Social Diagnosis e nei primi anni Venti il movimento del casework aveva cercato di integrare le varie teorie psicologiche e psichiatriche in una fondazione teorica per la pratica del casework. Breckenridge e Abbott, però, avevano una visione più
ampia di ciò che avrebbe potuto divenire il servizio sociale: si opponevano fermamente a questi tentativi di costringere il servizio sociale nell’angusto canale delle tecniche di
casework. Davano ampio rilievo alla ricerca, che vedevano come mezzo per agevolare la soluzione di problemi concreti nell’ambito dei servizi sociali. Insistevano sull’interesse
umanitario che doveva informare il buon lavoro di ricerca nel servizio sociale:

Alcuni dei nostri colleghi delle scienze sociali temono che noi non possiamo essere scientifici perché nutriamo un concreto, umano, interesse per ciò che stiamo facendo e veniamo quindi accusati di essere sentimentali […] Ora, io so che un grande medico è tale se nutre anche interesse per gli esseri umani di cui si prende cura e come lui possiamo essere gentili senza essere sentimentali […] L’assistente sociale può essere genuinamente interessato verso ciò che succede a un bambino povero o a una famiglia disgraziata dei quali si trova ad essere temporaneamente responsabile, senza per questo risultare meno scientifico. (Diner, 1977, p. 11)

Erano convinte che la ricerca per il miglioramento e lo sviluppo dei servizi sociali avrebbe dovuto essere realizzata anche da assistenti sociali che avevano concreta esperienza con i clienti di e con l’erogazione di prestazioni, non soltanto dai sociologi. Per contro, insistevano sul fatto che un assistente sociale deve vedere se stesso come un ricercatore la cui esperienza ha sempre la potenzialità di aumentare le conoscenze del settore.

La chiarezza di questi principi di ricerca nel servizio sociale permise uno straordinario ventaglio di indagini tutte nell’ambito della professione. Nel 1931 la Breckenridge articolò cinque tematiche che, riteneva, avrebbero dovuto orientare la ricerca in «ogni ente sociale»: In primo luogo chi sono i nostri clienti e in che modo possiamo servirli meglio; secondo, come possiamo pervenire a decisioni migliori per lo sviluppo dell’ente stesso; terzo, quali proposte possono essere avanzate in merito ai servizi di cui l’ente ha bisogno ma che non è in grado autonomamente di realizzare; quarto, come può essere evidenziata la struttura della comunità (aspetti demografici, socio-economici e politici); quinto, quali sono i contributi che i programmi di reinserimento sociale possono effettivamente produrre.

La rivista ha costantemente dato ampio spazio alla storia degli interventi sociali, la Poor Law in Gran Bretagna e negli Stati Uniti in primo luogo, e alle figure che ne avevano marcato l’evoluzione. Era convinzione delle editrici della Review che le assistenti sociali «avrebbero dovuto conoscere il passato come guida per l’azione presente», anche per una ragione funzionale: «gli studi storici sono particolarmente necessari, perché i risultati della sperimentazione nel campo sociale hanno un costo molto elevato» (Diner, 1977, p.19). Oltre che dalle lezioni del passato, gli assistenti sociali avrebbero dovuto imparare dal resto del mondo: gli sviluppi del welfare in Gran Bretagna e in Germania erano visto come modelli di efficace amministrazione pubblica nel campo dei servizi sociali. Il casework rimaneva l’indispensabile «pietra angolare di un’intelligente amministrazione dei servizi sociali» (Diner, 1977, p. 31), ma Breckenridge e Abbott erano ostili al tentativo di molte assistenti sociali di utilizzare la teoria psicologica come fondazione concettuale del casework sociale.

Nei primi anni di vita della Social Service Review, quindi, le editrici modellarono una rivista scientifica, multidisciplinare, impegnata politicamente e fortemente orientata verso i servizi sociali pubblici. Il decennio che seguì il crollo di Wall Street e le riforme che lo caratterizzarono diedero delle impreviste opportunità di dimo-strare attraverso le pagine della Rivista che la scienza del servizio sociale poteva contribuire al miglioramento dell’umanità. Breckenridge e Abbott non si lasciarono sfuggire queste opportunità.

 

Il Servizio Sociale nel New Deal

Coinvolti nei programmi contro la depressione — che avevano assunto una dimensione, una complessità e un’importanza assolutamente nuovi — gli assistenti sociali statunitensi dovettero cimentarsi in una approfondita riflessione circa la natura e il ruolo della professione. Tradizionalmente l’assistente sociale era stato un agente delle classi medie o della filantropia religiosa, spesso un effettivo volontario.
Si identificava con i finanziatori, non con i destinatari, anche se ne sposava la causa quando si batteva per qualche riforma o per qualche specifico intervento. Nel New Deal, maturarono aspirazioni maggiormente orientate in senso professionale, in parte volte a un servizio migliore, in parte a uno status migliore. Gli enti sorti per soccorrere la popolazione statunitense piegata dalla grande depressione seguita al crollo di Wall Street e, in seguito, i grandi enti federali di assistenza attrassero un gran numero di operatori interessati al miglioramento delle condizioni lavorative e alla sicurezza del posto di lavoro, che si sentivano vicino ai loro clienti e alle loro disgrazie.

Questi assistenti sociali vedevano se stessi principalmente, e correttamente, come degli amministrativi in prima linea, anche se avevano una diversa prospettiva rispetto ad altri funzionari. La linea principale dello sviluppo, nella loro riflessione, non era la crescita delle assicurazioni sociali, ma qualche cosa di più generale e di portata più ampia: l’affermazione di una responsabilità pubblica, ossia di responsabilità della comunità; di un aiuto come risposta a un diritto democratico del cittadino in situazione di bisogno e di un’azione di casework accanto alle prestazioni in denaro. Questo era anche il messaggio della University of Chicago’s School of Social Service Administration dove Sophonisba Breckenridge ripubblicava, nel 1938, il suo Public Welfare Administration.

Secondo la Breckenridge e la Abbott, la depressione degli anni Trenta aveva fatto finalmente giustizia delle fantasie di un certo servizio sociale, pregno di argomenti malthusiani contro l’intervento pubblico e di affermazioni circa il maggior valore della beneficenza privata, evidenziando invece la necessità di una amministrazione adeguatamente professionalizzata dei programmi pubblici. L’esperienza indicava — dichiarò la Breckenridge nel 1932 — che un «appropriato servizio sociale» richiede uno staff professionale esperto, una legislazione progressista e un uso generoso dei fondi pubblici. Per questo manifestò un sostegno aperto a Roosevelt e ai suoi programmi (Chambers, 1963).

 

Riconoscimenti

La sua vocazione per la ricerca sociale e per l’insegnamento le fece declinare più volte l’invito a presiedere movimenti e istituzioni ai quali aveva contribuito in maniera convinta,
uniche eccezioni i suoi incarichi accademici e, nel 1934, la presidenza della American Association of Schools of Social Work. Andava tuttavia orgogliosa dell’onore attribuitole
dal presidente Roosevelt, che nel 1933 la inviò, prima donna nella storia, a rappresentare gli Stati Uniti al Pan-American Congress di Montevideo, quale riconoscimento per
l’impegno da lei profuso per la pace, i diritti delle donne, dei bambini, degli immigrati, delle persone di colore e per il progresso sociale. Nel 1942 lasciò l’insegnamento, ma
continuò a scrivere e tenere conferenze fino a quando la salute glielo permise. Forse il miglior complimento rivoltole fu quello espresso dai suoi studenti: «Miss Breckenridge
ci fa riflettere» (Abbott, 1948, p. 422). Morì a Chicago il 30 luglio 1948.

 

Bibliografia

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Bortoli B. (2001), Sociologia e Servizio Sociale agli albori della professione, «Studi di sociologia», pp. 447-463.

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Sinclair U. (1906), The Jungle, Doubleday, Page & Cy., New York, trad. it (a cura di Mario Maffi), La giungla, Mondadori, Milano, 1983.

 

Note:

1 L’accesso all’avvocatura non richiedeva uno specifico titolo di studio. Comportava un giuramento, a cui la Breckenridge si sottopose, in cui andava dichiarato «di non aver mai sfidato qualcuno a duello, e men che meno usando armi mortali» (Abbott, 1948, p. 418).

2 Marion Talbot (1858-1948), profondamente convinta della parità dei diritti tra uomo e donna e del nuovo ruolo della donna nella società, dedicò le sue funzioni di insegnante e dirigente dell’Università di Chicago per fare sì che le donne acquisissero una maggiore cultura e una maggior fiducia in se stesse. Il Dipartimento da lei diretto poteva sembrare un curioso prodotto degli stereotipi maschilisti, ma Marion Talbot lo concepì come un luogo, aperto sia alle donne che agli uomini, in cui si potevano acquisire modelli di efficienza e di gestione scientifica dell’ambiente domestico.

3 Era il quartiere posto dietro ai grandi macelli di Chicago, che ispirò il romanzo sociale di Upton Sinclair The Jungle (1906) e fu il banco di prova iniziale del grande animatore sociale americano Saul Alinsky.

4 Edith Abbott (1876-1957) come la sorella Grace fu profondamente influenzata dalla convinzioni familiari per la giustizia sociale e il rispetto dei diritti umani. Dopo alcuni anni di insegnamento completò i suoi studi con un dottorato alla London School of Economics dove si entusiasmò per il «socialismo amministrativo» del movimento dei Fabiani, guidato da Beatrice e Sidney Webb. Di ritorno negli Stati Uniti, divenne residente di Hull House e — come vedremo — dal 1908 lavorò con la Breckenridge nel nuovo Dipartimento di ricerca sociale della Scuola di Servizio Sociale di Chicago.

5 La National Consumer’s League (NCL) era un gruppo di pressione radicale istituito nel 1899 da un gruppo di donne collegate a Hull House. Il principale obiettivo dell’organizzazione era quello di acquisire dei minimi salariali e una limitazione degli orari di lavoro per le donne e i bambini. Animato principalmente da Florence Kelley, il gruppo introdusse l’«NCL White Label»: gli imprenditori che concordavano con le misure proposte dall’NCL potevano pubblicizzare i propri prodotti con questo segno di distinzione. Ai consumatori veniva proposto di boicottare l’acquisto dei prodotti privi di questo distintivo.

6 Fu membro del Woman’s Peace Party (WPP) e della Women’s International League for Peace and Freedom (WILPF).

7 La Scuola era sorta nel 1903 come Social Science Center for Practical Training in Philanthropic and Social Work, collocata nell’ambito dell’Università e guidata da Graham Taylor, direttore del Settlement Chicago Commons e professore al Seminario Teologico di Chicago. Nel 1906 l’Università ritirò il proprio sostegno e le attività formative proseguirono sotto gli auspici del Chicago Commons. Con il contributo della Russell Sage Foundation, nel 1908, la scuola ebbe un’organizzazione distinta con dei propri organismi direttivi. Anche le altre scuole finanziate dalla Sage poterono elevare i propri standard formativi, ma solo quella di Chicago si dedicò alla ricerca con un rigoroso orientamento accademico. Inoltre, la scuola di Chicago si differenziava dalle altre anche perché i leader del movimento dei Settlement avevano l’assoluta preponderanza. Essi insistevano sul fatto che la scuola dovesse offrire corsi relativi ai servizi sociali pubblici a fianco dei corsi sull’assistenza erogata negli organismi privati, altrove preponderanti.

8 Significativamente i due corsi di casework I e II impartiti a Chicago avevano rispettivamente questi contenuti: i problemi generali del welfare familiare e i condizionamenti sociali che influiscono sull’individuo e gli strumenti legislativi e amministrativi per fronteggiare tali condizionamenti (Diner, 1977, p.32).

9 Nel 1931 nacque spontaneamente tra gli assistenti sociali di New York, Chicago, Philadelphia e Boston un’organizzazione, che negli anni successivi acquisì forza come movimento rank-and-file (truppa), per distinguersi e contrapporsi a supervisori e dirigenti della professione, riuniti nella American Association of Social Workers. Il movimento, vicino alle lotte dei lavoratori e delle masse e al pensiero marxista pubblicò dal 1934 al 1941 un vivace giornale, Social Work Today, che competeva da sinistra con The Survey (Leiby, 1978).

 

Fonte: Edizioni Erickson — Trento, Bruno Bortoli – Università di Trento, Lavoro sociale Vol. 5, n. 1, aprile 2005 (pp. 123-130)

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