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Paul U. Kellogg

Giornalismo sociale e spinta «progressiva» di Bruno Bortoli – Università di Trento

Paul U. Kellogg (Kalamazoo, Michigan, 30 settembre 1861 – New York, 1 novembre 1958)

 

«Filantropia scientifica» e giornalismo sociale

Nel decennio che seguì la guerra civile americana, le persone impegnate nel recupero sociale dei devianti e nell’assistenza alle famiglie bisognose, alle vedove e agli orfani, agli anziani e agli individui disabili si trovarono insieme per scambiarsi esperienze e riflessioni nella speranza che si sarebbe potuto portare un po’ d’ordine in quel caos di bisogni e di sofferenza.

La prima conferenza nazionale in cui si radunarono tutti coloro che in vario modo erano impegnati «nella beneficenza e nella correzione dei devianti» si tenne nel 1874 e i delegati, da questa data in poi, continuarono a riunirsi ogni anno per scambiarsi l’un l’altro informazioni sulle nuove tecniche volte ad affrontare i bisogni sanitari e sociali delle persone e delle classi più povere. Ascoltavano sermoni di esortazione e ammonimento. Tornavano poi a casa, ad affrontare un nuovo anno di servizio al bisognoso, forse con maggior coraggio, sicuramente più consapevoli e probabilmente più efficienti nell’erogazione delle loro prestazioni.

Per affiancare la risposta al bisogno di razionalizzare i servizi sociali, che soprattutto a Boston, New York e Chicago aveva coinvolto molte persone nell’azione filantropica e assistenziale e che aveva dato origine al movimento chiamato «filantropia scientifica», vennero fondati dei giornali per informare sulle attività assistenziali tanto gli amministratori quanto gli operatori, volontari e retribuiti, degli organismi che mettevano a disposizione le loro prestazioni in questo campo. A Boston, il primo giornale dal nome evocativo «Stendi la mano!» («Lend a Hand») era stato fondato nel 1886 e dopo 11 anni si era fuso con il notiziario ufficiale della Charity Organization Society (COS), il «Charities Review», fondato nel 1891. A Chicago, invece, per iniziativa di Graham Taylor e Jane Addams, il giornale, particolarmente rivolto all’ambiente dei Settlement, era denominato «Commons».

Charities Review, tuttavia, era piuttosto formale e difficilmente poteva essere apprezzato al di fuori della cerchia degli «addetti ai lavori». Nel 1897 perciò si chiese a Edward T. Devine di dare avvio a una seconda pubblicazione intitolata semplicemente «Charities». Dapprima mensile, essa divenne in seguito «rivista settimanale di filantropia
locale e generale» e, nel marzo del 1901, assorbì la Charities Review, la cui importante funzione di informazione ufficiale continuò a riflettersi in un numero al mese. Nel 1909
il giornale, come vedremo, cambierà ancora il suo nome in quello di «The Survey».

Charities riflette bene il percorso, anche ideologico, compiuto dal suo editore. Il punto di partenza furono la retorica e i pregiudizi di metà Ottocento: la visione prevalente dei bisognosi suddivisi in due classi (quella dei poveri «meritevoli» e quella degli «immeritevoli») dominava i primi numeri del giornale. Nella società turbolenta del secolo XIX c’era sempre qualcuno che non ce la faceva a tenere il passo e che, per qualche motivo, rimaneva ai margini. Alcuni erano «ritardati mentali», o scarsamente abili, altri erano vittime di circostanze sfortunate: malattie, incidenti e catastrofi personali. Se questi individui, come affermavano i vecchi postulati, facevano tutto quello che potevano, cercavano l’assistenza pubblica o privata unicamente come ultima risorsa e continuavano a vivere rettamente e in modo morale (ossia erano prudenti, parsimoniosi, sobri e lavoravano sodo), avevano diritto a essere sostenuti e consigliati da chi stava meglio. Ma c’erano anche i poveri «immeritevoli»: nel linguaggio di allora, gli imprevidenti e gli imprudenti, gli inetti, i testardi ignoranti, i sudicioni, quelli che si davano al bere, alla promiscuità, alla stravaganza, alle azioni malvagie, al crimine e al vizio. Nella società borghese ottocentesca si era ancora ben lontani dal domandarsi quali fossero le cause e gli effetti di queste situazioni. Ci si limitava ad affermare che i poveri immeritevoli meritavano soltanto una cosa: la loro povertà. Charities non era così rozza da utilizzare i termini «meritevole» e «non meritevole» ma le assunzioni di base rimanevano queste.

La motivazione principale di Charities, comunque, in questi anni che attraversavano i due secoli era eminentemente pratica: pubblicava rapporti annuali dei diversi organismi sociali; segnalava nuove procedure per la gestione delle agenzie in New York e in altre città; riportava periodicamente a scopo cautelativo liste di persone e di finti enti assistenziali che, in realtà, avevano lo scopo fraudolento di spillare soldi agli sprovveduti; di converso evidenziava le liste delle associazioni approvate. Vi erano calendari di eventi e annunci di brevi, specifici corsi per operatori di agenzia e per volontari. Con intento altrettanto pratico vi erano ricorrenti raccomandazioni a non erogare elemosine a persone che ne avrebbero approfittato per non lavorare.

Articoli relativi alle condizioni sociali dalle quali avrebbe potuto scaturire questa dipendenza apparivano solo sporadicamente. Più di frequente comparivano gli enormi difetti dei caseggiati popolari: sovraffollamento, mancanza d’igiene e immoralità.

Quando Charities assorbì Charities Review, nel 1901, la fusione diede luogo a un ampliamento delle pagine. Si cominciarono a pubblicare articoli più consistenti e analitici, molti dei quali sostenevano l’utilità dell’azione preventiva prima di quella correttiva. La qualità dei contributi cominciò a migliorare. Apparivano saggi e articoli di uomini e donne molto considerati nei loro campi di attività: Joseph Lee, Jeffrey R. Brackett, Mary Richmond, Homer Folks, Mary Willcox Brown e molti altri. Nei loro pezzi, le cause sociali e le conseguenze del bisogno non venivano taciute, tuttavia l’attenzione rimaneva concentrata sulle modalità di prestare aiuto: i metodi della cooperazione fra organismi assistenziali, le tecniche di visita al povero, l’erogazione delle prestazioni negli ospizi della contea, l’assistenza istituzionale dei minori, le condizioni delle prigioni, l’assistenza ai malati di mente, i servizi di tutela per i minori abbandonati. Principalmente veniva considerata l’area geografica di New York ma sempre più spesso gli articoli si riferivano alla realtà nazionale, come quelli in cui si dava conto dei lavori delle Conferences o degli State Boards.

Nel 1902, Charities dichiarò che una delle sue funzioni principali doveva essere quella di esaminare «la filantropia pratica così da permettere agli operatori che agiscono in un certo settore, in una certa parte del Paese, di sapere che cosa si sta facendo, da parte di altri operatori, in altre parti del Paese» (Chambers, 1971, p. 11).

Pian piano Edward Devine era riuscito a trasformare l‘House Organ della COS di New York in un giornale con obiettivi più ambiziosi che non lo stimolare e l’informare una ristretta clientela di filantropi e operatori assistenziali di New York e delle grandi città della Costa Orientale.

 

I fratelli Kellogg nella redazione di Charities

Nel 1902, due fratelli del Michigan, Paul e Arthur Kellogg, entrarono a far parte della redazione del periodico proprio nel momento in cui questo era in fase di trasformazione. In breve tempo Arthur divenne il responsabile amministrativo, incarico che conserverà fino alla sua morte nel 1834; Paul, invece, sostituì Devine come responsabile editoriale.

Paul Underwood Kellogg era nato il 30 settembre 1879 a Kalamazoo nel Michigan; il fratello Arthur, che condividerà la sua avventura giornalistica, era nato un anno e mezzo prima, il 30 marzo 1878. La famiglia d’origine, attiva nel commercio del legname, era stata benestante, ma le scarse abilità del padre e la crisi degli anni Novanta avevano portato l’azienda al fallimento. I due fratelli, adolescenti, iniziarono a collaborare con la madre per racimolare quanto serviva a sopravvivere e a frequentare le scuole medie mentre il padre, «abbattuto dal mondo e dal fallimento finanziario»,9 li aveva lasciati per cercare e trovare dei modesti lavori nel Texas.

Desideroso di orizzonti più ampi, dopo alcuni anni di esperienza nella redazione di un giornale locale, nel 1900 Paul si recò a New York e utilizzò una parte dei suoi limitati risparmi per iscriversi a una Scuola estiva organizzata dalla COS per i suoi futuri operatori e per iniziare la frequenza alla Columbia University. Ben presto si fece apprezzare per il suo impegno e le sue capacità di scrittura e fu così che Edward Devine gli chiese di collaborare al periodico della Charity Organization.

La presenza in redazione di Paul Kellogg non è certamente estranea all’evoluzione di Charities; il giornale, tra il 1902 e il 1909, abbracciò i primi sviluppi del pensiero «progressivo», concettualizzando la povertà non come il fallimento di un individuo ma come il risultato di una complessa interrelazione tra sistemi corrotti.
Durante questi anni vennero pubblicati vari articoli su tematiche di taglio progressista, quali il lavoro minorile, la mancanza di abitazioni adeguate per misure e igiene, l’immigrazione, la migrazione degli americani di colore nelle città del Nord, nonché sul movimento dei settlement che stava trasformando il modo i cui le classi medie e alte interagivano con i poveri. Nel 1905 Charities si fuse con il popolare periodico del movimento dei settlement di Chicago e cambiò nuovamente nome, diventando «Charities and the Commons». La fusione stava a dimostrare non solo la saggia decisione di unificare due giornali altamente specializzati ma con un numero di lettori limitato, ma anche il riconoscere la crescente influenza di leader del movimento dei settlement, come Jane Addams e Lilian D. Wald, riformatori sociali convinti che la povertà non fosse causata da «vizi» personali quanto da un complesso set di forze sociali (comprese quelle economiche) che producevano nel povero sfiducia e disperazione. Charities and the Commons rifletteva la fede tipicamente «progressiva» di questa generazione di riformatori:

[…] credeva nell’efficacia dei fatti, credeva nella decisiva benevolenza di un’opinione pubblica informata; affermava che l’amministrazione pubblica poteva diventare una grande agenzia per l’elevazione della razza umana; credeva che, quando le persone avrebbero potuto conoscere che le condizioni sarebbero migliorate attraverso la giustizia sociale, avrebbero compiuto i passi appropriati per sradicare il male; insisteva per una ricerca aperta, «scientifica», aveva fiducia in una élite di ben preparati analisti e operatori sociali.

Tali convinzioni non si riflettevano solo negli editoriali del giornale ma rappresentavano sostanzialmente i fondamenti di un tipo di progressivismo cosiddetto «efficientista». Al contrario di alcuni riformatori che nella prima parte del secolo collocavano il loro desiderio di cambiare la società all’interno di movimenti religiosi come quello del «social gospel», i «progressisti efficientisti», appartenenti per lo più al ceto medio-alto urbano, dotato di istruzione superiore, si focalizzavano sui progetti di «trasformazione» dei problemi sociali, gestendoli con maggiore efficienza. La riforma, per questo gruppo, non era tanto l’applicazione del Vangelo alle condizioni contemporanee quanto piuttosto
un desiderio di ordine e di razionalità. La filosofia delle trasformazioni sociali applicata da Charities and the Commons e dai suoi immediati successori si basava proprio su questo approccio. Coloro che producevano e leggevano Charities and the Commons erano professionisti: giornalisti ed esperti del settore assistenziale, persone che leggevano e che avevano compreso i fondamenti delle «invenzioni sociali» e dell’«ingegneria sociale» di filosofi e attivisti quali Louis Brandeis e John Dewey. L’influenza di questi uomini e di altri riformatori «progressivi» risuonava nelle pagine di questi periodici «sociali».

 

La «Pittsburgh Survey»

L’espressione survey, che caratterizza la tipica ricerca praticata nel servizio sociale statunitense nella prima parte del secolo XIX, può essere avvicinata al concetto moderno di sondaggio. L’idea di possedere in un tempo limitato le informazioni principali concernenti una determinata situazione problematica tali da permettere l’individuazione di validi correttivi ne era l’obiettivo principale. La provvisorietà e l’approssimazione dei dati era un elemento ben presente in chi la utilizzava, in modo particolare nell’esperienza di Pittsburgh del 1907-1908 guidata da Paul Kellogg. I modelli presi a riferimento per questa pratica sociale sono rinvenibili, per chiara ammissione dei suoi utilizzatori, nei lavori di Frédéric le Play e di Charles Booth.

La Pittsburgh Survey richiese l’impegno di settanta ricercatori e assistenti sociali (o «riformatori sociali», come all’epoca vennero chiamati, il che stava a indicare «lo spirito» alla base della professionalità di questi operatori) preoccupati dagli effetti sociali dell’urbanizzazione e dell’industrializzazione. Il progetto finanziato dalla Russell Sage Foundation, diede luogo a un’importante pubblicazione in sei volumi che aveva lo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica sui guasti sociali e ambientali provocati dall’industrializzazione americana dei primi anni del secolo. Commentando l’impatto dell’originale Survey sui contemporanei, Maurine Greenwald e Margo Anderson (1996) sostengono che l’ampiezza delle tematiche affrontate dalla Survey così come l’estensione della ricerca condotta la rendono un fatto unico tanto nella storia delle scienze sociali, quanto in quella della riforma sociale, malgrado questo modello di ricerca e di politica sociale abbia avuto una vita breve e sia stato superato dalla ricerca sociologica di stampo accademico (Bortoli, 2001).

La convergenza delle discipline accademiche che compongono le scienze sociali, in modo particolare la sociologia, e il movimento «progressivo» di riforma sociale, attivo in quegli anni, supportarono questa agenda di ricerca orientata al riformismo politico statunitense sia a livello statale che a quello federale. Due erano i temi principali al centro di questa ricerca: le condizioni economiche e sociali nei distretti industrializzati e le condizioni socioculturali degli immigrati nella loro assimilazione da parte della cultura americana dominata dai bianchi, nativi e appartenenti ai ceti medi.

Presentando la deplorevole situazione delle acciaierie e della vita degli operai, molti dei quali erano bambini prede frequenti di malattie e infortuni dalle conseguenze molto gravi (che avrebbero potuto essere facilmente prevenuti), la ricerca stimolò grandi riforme quali quella della riduzione dell’orario di lavoro giornaliero a otto ore e l’abolizione della settimana lavorativa di sette giorni.

Il rapporto completo fu pubblicato, come detto, in sei volumi corredati da centinaia di illustrazioni e fotografie rispettivamente di Joseph Stella e Lewis Hine, tra il 1909 e il 1914. Anche la pubblicazione poté contare sul finanziamento della Russell Sage Foundation. Il primo volume relativo alla manodopera femminile fu curato da Elizabeth Beardsley Butler; Crystal Eastman curò il secondo dedicato agli infortuni e alla tematica della legislazione di salvaguardia; il terzo, che aveva al centro gli operai delle acciaierie, fu curato da John A. Ficht; il quarto, dedicato alle abitazioni e alle famiglie dei quartieri operai, fu curato da Margaret F. Byington; mentre gli ultimi due volumi, relativi alle condizioni civili e ai salari degli operai, pubblicati a qualche anno di distanza dai precedenti, furono curati da Paul Kellogg.

La pubblicazione di ampie sintesi della ricerca nel periodico e l’edizione del rapporto completo, stimolarono imitazioni realizzate da assistenti sociali in numerose città americane, dando luogo a quello che è conosciuto come il Social Survey Movement.

 

La nascita di «The Survey»

L’enorme successo della Pittsburgh Survey spinse Kellogg a cambiare il nome della testata in modo da avvicinarla maggiormente alle nuove tendenze sociali. Da allora in poi esso divenne «The Survey». Perché il giornale potesse godere di una maggiore autonomia, i fratelli Kellogg decisero di creare una società composta dai suoi sostenitori che, con una modesta sottoscrizione annuale, avrebbero avuto diritto a eleggere il Consiglio di Amministrazione. Aderirono personaggi quali Jane Addams e Lilian Wald, le quali, assieme ad altri, contribuivano altresì con articoli e pareri tecnici.

Durante gli anni Dieci e primi anni Venti, The Survey rifletteva la crescente professionalizzazione del Servizio Sociale mentre allo stesso tempo espandeva l’ambito dei suoi interessi fino a coprire tutte le tematiche sociali: dai problemi dell’industria a quello dei salari, al lavoro minorile alle condizioni abitative, alla discriminazione nei confronti delle persone di colore e degli immigrati, fino al suffragio femminile, alle condizioni carcerarie e anche al controllo delle nascite. Nel 1915 Paul Kellogg spiegava che il principale compito del suo giornale era quello di essere «un investigatore e un interprete delle condizioni oggettive di vita e di lavoro nonché un cronista delle iniziative volte a migliorarle» (cit. in Chambers, 1971, p. 51).

Nel corso degli anni Venti, Kellogg pensò di raddoppiare l’offerta: accanto al mensile The Survey, che usciva a inizio mese e che rimaneva l’organo di riferimento per i professionisti del sociale sempre più specializzati, propose «The Survey Graphic», un periodico rivolto a un pubblico più vasto, nel quale i contenuti sociali venivano espressi in forma più semplice e con il supporto di molte illustrazioni. Quest’ultimo, il cui primo numero uscì nell’autunno del 1921 e la cui uscita era programmata per la metà del mese, avrebbe dovuto essere una rivista molto vicina a quelle popolari dei suoi tempi, con una differenza di fondo: anziché proporre delle «opinioni» avrebbe dovuto proporre dei «fatti sociali», provocare i cittadini sensibilizzandoli alla necessità di nuovi progetti di riforma sociale (Chambers, 1971).

Fino alla fine degli anni Venti i due periodici poterono contare su un successo crescente, che, se non arricchiva gli editori, garantiva loro dei bilanci in pareggio.

I 25.000 abbonamenti annuali tesero tuttavia a diminuire con l’arrivo della grande crisi; ciò malgrado Paul Kellogg intensificò ancora di più l’impegno perché le sue riviste illustrassero i temi della pianificazione e dell’ingegneria sociale, anticipando così le radicali riforme del New Deal che avrebbero cercato di rispondere con delle soluzioni progressive ai problemi sociali. L’editore rimaneva fermo nei suoi ideali dell’era «progressiva»: «razionalità, ordine, equità e giustizia, efficienza sociale» (Chambers, 1971, p. 121). Nei primi anni dell’amministrazione Roosevelt, le due riviste sostenevano le scelte governative dedicando molte pagine all’illustrazione e alla valutazione dei vari aspetti del New Deal. Questo impegno di Kellogg non sorprende: occorre ricordare che, in quegli anni, diversi assistenti sociali assunsero funzioni di grande rilievo, da Frances Perkins, prima donna ad assumere una funzione di governo negli USA, ministro del lavoro dal 1933 al 1945, ad Harry Hopkins, responsabile della Federal Emergence Relief Administration, e così molti esponenti, come Kellogg, avevano l’impressione, almeno all’inizio del New Deal, che Roosevelt desse effettività alle posizioni sociali da loro sostenute negli anni precedenti. Anche quando «la luna di miele» ebbe termine per l’eccessiva prudenza dei programmi del New Deal, Kellogg riconosceva a Roosevelt di aver introdotto il principio che «quando c’è qualche cosa che non va bene, in un luogo qualsiasi, questo è comunque un problema di tutti» e di aver dato corso a importanti progetti di pianificazione sociale (Chambers, 1971, p. 236).

La guerra accentuò le difficoltà finanziarie dei due periodici cosicché nel 1948 si cercò di limitare le perdite fondendo le due testate. Se la fusione salvò la rivista dal fallimento, questa non fu più in grado di identificare un target omogeneo di lettori cosicché nel 1952 il periodico chiuse definitivamente i battenti.

Kellogg, sempre più malandato fisicamente, sopravvisse alla morte della sua «creatura» per altri sei anni, sempre con la speranza di farla rinascere, finché il primo novembre del 1958 si spense serenamente nel Settlement di New York, diretto dalla sua seconda moglie Helen, dove aveva vissuto gli ultimi anni della sua vita accompagnato dalla stima e dall’affetto della «famiglia» dei residenti.

 

La testimonianza sociale di Paul U. Kellogg

Per quanto concerne il mondo del lavoro, Paul U. Kellogg manifestava delle posizioni avanzate, che coincidevano con quelle dei leader più progressisti del movimento settlement quali Jane Addams e Mary Mc Dowell, per esempio. Come loro e molti altri, Kellogg aveva incontrato i problemi che i lavoratori affrontavano nella loro esistenza quotidiana nei primi anni del ventesimo secolo. I mesi trascorsi a Pittsburgh, nel 1907 e nel 1908 soprattutto, aprirono i suoi occhi (e il suo cuore) alla sofferenza umana che accompagnava le ingiuste condizioni del lavoro nelle industrie. Kellogg affermava che l’intervento dell’amministrazione pubblica era necessario e in questo era nel novero di coloro che si battevano per una legislazione regolativa, ossia per la proibizione del lavoro minorile, per la limitazione dell’orario di lavoro giornaliero e per la fissazione di minimi salariali (in modo particolare a tutela della componente femminile) e l’istituzione di alcune forme di sicurezza sociale.

Era persistente nella riflessione di Kellogg — e si riverberava nei suoi editoriali — questa nozione progressista circa l’esistenza di un «pubblico» interesse in qualsiasi questione industriale, separata e differente da quelle specifiche dei lavoratori dipendenti e degli imprenditori. Ma Kellogg credeva anche nell’autodeterminazione e, in questo contesto, nel diritto del mondo del lavoro a crearsi le sue organizzazioni. Questa era la lezione che Kellogg aveva tratto dall’esperienza del movimento dei lavoratori britannici: la lezione della democrazia industriale dal consiglio di fabbrica fino alla rappresentanza parlamentare. Se il lavoro doveva diventare una forza efficace, era un diritto organizzarsi per l’azione politica come lo si faceva per l’azione economica nelle fabbriche e nelle aziende. Anche lui possedeva il tipico desiderio «progressivo» per «l’ordine» ma sapeva anche che non c’era ordine sociale senza giustizia sociale.

Fu questa convinzione a farlo solidarizzare con i grandi scioperi dei metallurgici e dei minatori del 1919 e a smentire l’accusa che fossero scioperi «politici»: vi era «un profondo abisso tra le migliaia di oscuri lavoratori che dovevano confrontarsi con le buste paga vuote e una pubblica opinione ostile da un lato e le classi benestanti che avevano il dominio sulla comunità dall’altro».26

Come altri sostenitori dei diritti civili, Kellogg era rimasto attonito di fronte all’ondata di isteria contro il «pericolo rosso» che aveva colpito gli stati Uniti nel primo dopoguerra. Aveva protestato sul suo giornale contro chi screditava i sindacati accusando i loro leader di essere dei rossi; aveva preso le difese di quegli assistenti sociali che erano stati licenziati dai loro incarichi pubblici senza che fossero stati addebitati loro dei fatti specifici. Ma l’evento che lo coinvolse maggiormente fu il caso Sacco e Vanzetti. Nell’estate del 1927 con il fratello e alcuni amici costituì e fu portavoce di un comitato che si impegnò in una strenua azione volta a convincere il governatore del Massachusetts a procedere a una revisione del processo o perlomeno a una commutazione della pena capitale. Come è noto, tutti gli sforzi e i tentativi di migliaia di cittadini che come Kellogg si battevano contro quello che è stato riconosciuto, anche storicamente, come un gravissimo errore giudiziario, furono del tutto inutili: Bartolomeo Sacco e Nicola Vanzetti furono giustiziati il 23 agosto 1927. I febbrili giorni della lotta e lo shock dell’esecuzione toccarono permanentemente Paul Kellogg; da quel momento lottò strenuamente contro la pena capitale diventando attivista della American League to Abolish Capital Punishment. «Non è solo l’uccidere che è sbagliato», scriveva a Lilian Wald nel 1930, lo è ancor più il proporre l’azione giudiziaria come un’azione di caccia con la vita e la morte come unici possibili esiti; «nessun uomo moderno può giocare a essere Dio, in questo modo […] Noi tutti pensiamo che nel giustiziare un uomo innocente, la società compie un errore straziante socialmente parlando, ma è un grande errore anche giustiziare un uomo colpevole. Ci rende tutti assassini al riparo della legge».27

Per altri versi Kellogg rimaneva un «progressivo» vecchio stampo, per esempio nella convinzione che si potesse essere allo stesso tempo uomini d’affari e convinti democratici. La sua speranza che degli illuminati uomini d’affari avrebbero potuto introdurre delle strutture democratiche nel mondo della produzione è quello che gli fece avere fiducia durante tutti gli anni Venti, quando era più che una sensazione che, nelle sfere politiche ed economiche, tutti gli ideali dei due decenni precedenti fossero un inutile ciarpame. Era convinto che gli uomini d’affari fossero degli esseri razionali e che la logica degli eventi e il peso del tornaconto giocassero a favore della democrazia industriale. Quindi la sua Survey non si stancò mai di mostrare gli esempi di imprenditori che conciliavano la produzione con le assunzioni, che coinvolgevano le rappresentanze dei lavoratori nell’evoluzione della politica aziendale e che riconoscevano l’impegno dei lavoratori includendoli nella distribuzione degli utili o cedendo loro partecipazioni azionarie.

 

Paul U. Kellogg e il Servizio Sociale

Per quanto Kellogg avesse costruito la sua vita «con le parole», egli aborriva l’astratto e il nebuloso ed era devoto al concreto. I fatti, non le parole, erano la sostanza di ciò che contava alla fine, anche se le parole stesse, a volte, potevano diventare «cose», come dimostravano le sue campagne a favore delle riforme sociali.

Al centro del suo riformismo sociale — il motore potremmo dire — stava il Servizio Sociale professionale. Per quanto Paul Kellogg, di per sé, si sentisse più a suo agio con gli animatori dei settlement, che appagavano il suo senso di fraternità e di democrazia partecipata e raccoglievano dati di prima mano per il loro lavoro, trovandosi, quindi, più spesso dei caseworkers, allineati con i gruppi e le parole d’ordine per le riforme, egli comprendeva come i servizi dei caseworkers fossero centrali per l’intera professione del Servizio Sociale. Tuttavia egli aveva spesso la sensazione che i caseworkers vedessero la loro funzione solo in relazione ai loro clienti senza un adeguato apprezzamento della loro connessione e della responsabilità verso la comunità più ampia. «La relazione dell’assistente sociale con il cliente», scrisse a metà degli anni Venti a Richard Cabot, noto come il «padre» del servizio sociale sanitario, «non è quella dell’intrufolone, dell’amico, del medico con il paziente, ma quella, francamente e apertamente, dell’agente della comunità che tratta con uno dei suoi membri […] perché il benessere di uno è l’interesse di tutti». Ne segue che queste relazioni non devono essere ritagliate e isolate, ma interrelate organicamente; il caseworker non ha solo l’obbligo di erogare i servizi migliori in relazione alle risorse disponibili ma anche di essere «un osservatore ed esploratore dei bisogni umani», di educare la comunità e di aiutarla nella ricognizione delle necessarie misure di prevenzione su larga scala unitamente a un’azione costruttiva per una equilibrata,
specifica erogazione su base individuale. Questo «processo organico» che combina «il trattamento individuale con l’azione sociale» è, secondo Kellogg, «l’alternativa reale a una crescente miope erogazione individuale, da un lato, e a una pretenziosa, generica, erogazione su base collettiva, dall’altro».

Guidato da queste intuizioni, Kellogg cercava di mettere insieme le molte differenziate azioni di servizio sociale e di rompere le barriere delle formazioni e funzioni specialistiche che tendevano a dividerlo. La formazione al servizio sociale professionale avrebbe dovuto iniziare, secondo la sua convinzione, da ciò che era comune alle diverse branche e il compito del miglioramento della comunità non avrebbe dovuto essere lasciato a quei pochi operatori che erano formalmente impegnati in quel servizio sociale identificato come «organizzazione di comunità».

Analogamente Kellogg insisteva costantemente perché le commissioni incaricate di preparare l’annuale National Conference of Social Work includessero delle sessioni plenarie volte a dibattere ampie problematiche sociali e allo scopo invitassero a partecipare persone non necessariamente appartenenti al servizio sociale, al fine di disporre di punti di vista diversificati rispetto a quelli tipici di queste conventions professionali. Era importante nella Conference, riteneva, non soltanto venire a sapere «che cosa si stava facendo», ma anche fornire delle piste sulle quali dirigersi decisamente nel corso dell’anno seguente e la presenza di osservatori esterni poteva favorire il collegamento con altri progetti e il perseguimento di obiettivi più avanzati.

Pur a suo agio con tutte le diverse forme delle professioni di aiuto, Kellogg aveva tuttavia, come abbiamo detto, una spiccata preferenza per il movimento dei settlement. Era un ospite benvenuto alle annuali riunioni del suo organismo di coordinamento, membro della Direzione della Federazione e principale estensore delle risoluzioni conclusive. Trovava lo spirito dei settlement molto congeniale al proprio stile di vita. Gli operatori dei settlement erano, a suo parere, gli operatori di base del servizio sociale, con la loro funzione di sintesi: andare alla ricerca di tutte le risorse disponibili della comunità per il miglioramento delle condizioni di vita dell’intera collettività.

Come il giornale da lui diretto, anche i settlement erano delle «postazioni di ascolto» della società. Nessuna branca del servizio sociale era più vicina alla comunità e la loro presenza evitava di dover ricorrere a istituzioni formali (Kellogg, 1934).
A prescindere dal fatto che lo spirito del settlement fosse o meno, oggettivamente, quello che egli descriveva, non v’è dubbio che egli ascriveva al settlement le qualità che egli stesso apprezzava maggiormente.

Alla fine della sua lunga vita e di tutti gli anni trascorsi a New York, Paul Kellogg non aveva mai dimenticato le sue origini in quello che, con un po’ di nostalgia, gli piaceva pensare come il cuore dell’America. Si sentiva vicino a dei grandi personaggi come Abramo Lincoln e Jane Addams, anch’essi originari di quei Paesi dove era molto vivo lo spirito pionieristico, fatto di indipendenza e di fiducia in sé, radicato nell’esperienza della frontiera e ravvivato generazione dopo generazione. Questo spirito di frontiera permeò tutta la sua azione di giornalista e di attivista sociale: l’avventura, la scoperta e la lotta erano le chiavi dell’impegno umano in ogni frangente e queste si sposavano con una grande esigenza di libertà e di solidarietà, di fratellanza, con chi condivideva gli stessi sacrifici e gli stessi rischi. Non c’era nulla di nuovo in questa visione dell’America di Kellogg, ma egli la proclamava con intensità e cercava di applicarne la lezione in un’era urbana e industriale nella quale le virtù dei pionieri potevano sembrare vecchie e inutili. Era questo che aveva rappresentato soprattutto il movimento «progressivo» per le riforme sociali: l’applicazione di tradizioni consolidate, profondamente radicate nell’esperienza americana alle nuove condizioni economiche e sociali. The Survey, simbolizzato dalle caravelle della flotta di Colombo, che ne erano il logo, rappresentava esso stesso un’impresa a un tempo di avventura e di scoperta: un’azione pionieristica nelle nuove frontiere della conoscenza e dello sviluppo sociale.

 

Bibliografia

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Note:

1 Per iniziativa di rappresentanti dei Boards of Charities del Massachusetts, del Connecticut, di New York e del Wisconsin, unitamente alla American Social Science Association venne organizzata, il 20 maggio, la Conference of Boards of Public Charities. Nel 1879 questa diventò la National Conference of Charities and Corrections (NCCC) rinominata National Conference of Social Work nel 1917 e National Council on Social Welfare nel luglio 1956. Questo primo incontro è considerato una pietra miliare del Social Welfare nonché l’inizio del Social Work professionale negli Stati Uniti.

2 Graham Taylor (1851-1938), teologo e riformatore sociale, esponente di spicco del movimento dei settlements, fu l’organizzatore, a Chicago, dei primi corsi di formazione per social workers che in seguito si sarebbero trasformati nella Chicago School of Civics and Philanthropy. Diede vita al periodico «Commons», organo di informazione del movimento settlements che, come vedremo, si fonderà con il periodico diretto da Paul Kellogg.

3 Per una biografia di Jane Addams, vedi «Lavoro Sociale», vol. 4, n. 1, 2004.

4 Anche Edward Thomas Devine (1866-1938), come molti contemporanei, era capitato quasi casualmente nel Servizio Sociale. Insegnante e dirigente di un seminario protestante nello Iowa, dopo la laurea all’Università della Pennsylvania e il dottorato in Germania, come docente di economia era entrato nello staff dell’Università di Philadelphia. Di qui, a ventinove anni, nel 1896, accettò di recarsi a New York per dirigere la locale COS. È sotto la sua direzione che, nel 1898, prese avvio la New York Summer
School of Philanthropy (in seguito New York School of Philanthropy, prima scuola americana di Servizio Sociale). Professore di economia sociale alla Columbia University, fu sempre in prima fila nei movimenti di riforma sociale e negli ambiti, come le National Conferences, dove si accompagnava lo sviluppo del Servizio Sociale professionale. Coordinatore dei soccorsi durante il terremoto del 1906 e responsabile della Croce Rossa, in Francia, durante la prima guerra mondiale, è autore di testi economici nei quali
precorre la necessità di fissare una soglia di reddito minimo. Morì nel 1948.

5 Era la stessa redazione che si occupava di redigere gli atti ufficiali delle annuali National Conference of Charities and Correction (NCCC), i Proceedings, che negli anni documentano la qualità delle relazioni e degli interventi presentati dagli esponenti del multiforme movimento dell’health and welfare work.

6 Jeffrey R. Brackett, studioso della schiavitù e in seguito direttore della Simmons College School of Social Work di Boston, nella Conference del 1911 fece un’interessante distinzione tra istruzione (education) e formazione (training), quest’ultima intesa come acquisizione di esperienza in maniera guidata mentre la prima come acquisizione di conoscenze. A suo parere, nel servizio sociale «l’istruzione» era insufficiente (vedi Bruno, 1957).

7 Per una biografia di Mary E. Richmond, vedi «Lavoro Sociale», vol. 4, n. 2.

8 Mary Willcox Brown (1869-1940) di Baltimora fu la segretaria della COS di Baltimora e poi, a New York, presente in molte istituzioni, fu presidente della National Conference nel 1915 (vedi Bruno, 1957).

9 Così si espresse Paul U. Kellogg in una lettera al figlio nel 1934 (cit. in Chambers, 1971, p. 15).

10 Editoriale di Devine del 5 settembre 1908 (cit. in Chambers, 1971, p. 29).

11 Movimento di riforma religioso il cui esponente principale fu il pastore battista Walter Rauschenbusch (1861-1918). Questo movimento tentava di coniugare il cristianesimo con i progetti di superamento, per via politica, delle forme di oppressione sociale ed economica.

12 Louis Brandeis (1856-1941), avvocato di origine ebraica, formatosi in Germania e in Inghilterra, mise la sua azione a disposizione dei sindacati e del movimento a tutela dei diritti delle donne. Nella sua attività di legale patrocinò le piccole compagnie propugnando una legislazione antitrust e l’introduzione del salario minimo. Nominato giudice della Corte Suprema fu uno strenuo sostenitore dei diritti individuali e della libertà di espressione; egualmente era favorevole al controllo dell’economia da parte del governo,
sostenendo le politiche del New Deal.

13 Nella presentazione dei sei volumi della Pittsburgh Survey, Paul U. Kellogg utilizza spesso per la survey le metafore di diagnosi così come questa era presentata da Mary Richmond, e di «cianografia», definendo così la survey come un abbozzo della realtà da modificare (Kellogg, 1909).

14 Un altro esempio, molto importante, di questo genere di ricerca è quello che ha prodotto le Maps and Papers di Hull House (Bortoli, 1997; 2004a).

15 Su queste radici si basa in modo particolare il rapporto presentato da Paul Kellogg e da Neva R. Deadorff alla Conferenza del Servizio Sociale di Parigi del 1928 (Kellogg e Deadorff, 1928).

16 È importante notare che, fra i proprietari delle aziende, per la maggior parte non residenti, non vi era assolutamente consapevolezza di questa situazione e furono tra i primi a essere scossi dai dati emersi dalla Survey (Kellogg e Deadorff, 1928).

17 1. Elizabeth Beardsley Butler, Women and Trades: Pittsburgh 1907-1908, New York, Charities Publication Committee, 1909; 2. Crystal Eastman, Work Accidents and the Law, New York, Charities Publication Committee, 1910; 3. John Andrews Ficht, The Steel Workers, New York, Charities Publication Committee, 1910; 4. Margaret Frances Byington, Homestead, The Households of a Mill Town, New York, Charities Publication Committee, 1910; 5. Paul Underwood Kellogg, The Pittsburgh District: Civic Frontage, New York, Survey Associates, 1914; 6. Paul Underwood Kellogg, Wage-Earning Pittsburgh, New York, Survey Associates, 1914.

18 Joseph Stella (1877-1941), artista italoamericano, corredò con oltre 100 bozzetti gli articoli relativi alla Pittsburgh Survey pubblicati da Kellogg. Lewis Wickes Hine (1874-1940), insegnante, appassionato di fotografia, approfondì il rapporto tra fotografia e sociologia, puntando con questo mezzo a sensibilizzare l’opinione pubblica sulle condizioni dei cittadini più sfavoriti. Fu il fotografo ufficiale della Pittsburgh Survey.

19 Elizabeth Beardsley Butler era la responsabile della Consumers’League del New Jersey. Fu Florence Kelley a segnalarla a Kellogg per raccogliere i dati sul lavoro femminile nelle svariate industrie di Pittsburgh.

20 Crystal Eastman (1881-1928), sorella del critico d’arte Max Eastman, diplomata in Sociologia alla Columbia University, esperta delle discipline giuridiche relative al mondo del lavoro, fu più nota per le sue battaglie civili come socialista, pacifista e femminista radicale; dopo la prima guerra mondiale, assieme a Jane Addams, fu considerata una «rossa pericolosa e antiamericana».

21 Margaret Frances Byington (1877-1952), sociologa, coordinando un gruppo di intervistatrici approfondì minuziosamente la composizione, gli stili di vita e i bilanci familiari della popolazione immigrata del sobborgo industriale di Homestead.

22 Vedi Allen Rubin, Survey Research, «Encyclopaedia of Social Work», Washington DC, NASW Press, 1995, pp. 2385-2391. La Pittsburgh Survey fu concepita proprio come ricerca «su Pittsburgh» e non come modello di ricerca su «una città industriale».

23 Frances Perkins (1882-1965), residente a Hull House e diplomata assistente sociale alla Columbia University, con i suoi incarichi nell’ambito degli organismi di tutela dei lavoratori acquisì fama di esperta dei rischi del lavoro industriale.

24 Harry Lloyd Hopkins (1890-1946), fin dal 1924 braccio destro di F.D. Roosevelt nell’organizzazione di interventi assistenziali a New York, fu messo a capo dell’organismo federale per l’assistenza, una delle strutture più importanti del New Deal. Fu uno degli artefici del Social Security Act del 1935; consigliere personale e ascoltato del presidente, svolse per lui anche delicati incarichi diplomatici, in Inghilterra, sul finire della guerra.

25 Helen Hall (1892-1982) successe nel 1933 a Lilian Wald, fondatrice dell’Henry Street Settlement di New York, dirigendolo poi per oltre trent’anni.

26 Da una lettera al rabbino Stephen R. Wise del 5 dicembre 1919 (cit. in Chambers, 1971, p. 217).

27 Da una lettera a Lilian Wald del 14 ottobre 1930 (cit. in Chambers, 1971, p. 226).

28 Da una lettera a Richard C. Cabot del 15 giugno 1926 (cit. in Chambers, 1971, p. 215).

29 Questa convinzione è presente in più scritti degli anni Trenta e inizi anni Quaranta (vedi Chambers, 1971).

30 Anche a Paul Kellogg, seppur tardivamente, venne concesso di presiedere questa importante assise, nel 1939.

 

Fonte: Edizioni Erickson – Trento, Bruno Bortoli – Università di Trento, Lavoro sociale Vol. 4, n. 3, dicembre 2004 (pp. 409-420)

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