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Octavia Hill

Il Bach del servizio sociale di Bruno Bortoli – Istituto Regionale di studi e ricerca sociale  Trento

Octavia Hill (Wisbech, 3 dicembre 1838 Londra, 13 agosto 1912)

 

Per quanto riguarda l’azione sociale, il diciannovesimo secolo è stato un periodo aureo, qualcosa di simile a ciò che è stata l’epoca barocca per la musica. Emersero, in quel tempo, decine di riformatori che in Europa e negli Usa si dedicarono a studiare i problemi sociali e a esporre in maniera precisa le loro idee circa il modo di risolverli. In mezzo a tutti questi filantropi e pensatori, Octavia Hill si distingue come quella che ha affrontato gli elementi dell’assistenza sociale in maniera complessiva: è stata il Bach del Servizio Sociale (James L. Payne, 1997).

Il lavoro pionieristico di Octavia Hill è a tutt’oggi poco conosciuto. Donna di grandi capacità ed efficacia, fu molto ammirata mentre era in vita e sul finire dell’Ottocento, ma la sua figura risulta purtroppo trascurata nei resoconti storici sul servizio sociale. La sua opera risultò particolarmente rilevante nel campo della formazione e costituì una fondamentale tappa di avvio nella nascita della professione.

 

Octavia Hill e la filantropia del suo tempo

Octavia nacque il 3 dicembre 1838 a Wisbech nel Cambridgeshire (UK), ottava figlia di James Hill, un agiato mercante di granaglie e banchiere il cui padre era stato un seguace di Robert Owen. La madre Caroline, donna di molto carattere e fascino, era figlia dell’igienista ed epidemiologo Thomas Soutwood Smith, amico di Jeremy Bentham e infaticabile sostenitore del miglioramento delle condizioni di vita delle classi più basse. I coniugi Hill avevano anche istituito una scuola infantile, che veniva aperta anche di sera come luogo di incontro comunitario per il tempo libero e la formazione degli adulti. Purtroppo, affari e orientamento filantropico erano difficili da conciliare: il padre fece bancarotta e la famiglia si trovò in forti ristrettezze, aggravate dalla morte prematura del capofamiglia. Così, nel 1851 madre e figlie si trasferirono a Londra, dove, pur appartenendo per tradizione e cultura alla classe media, si trovarono costrette a lavorare per guadagnarsi da vivere.

Octavia era una ragazza energica e determinata: a 14 anni cominciò a lavorare alla Ladies1 Guild, un’associazione promossa dai Socialisti cristiani di cui era responsabile la madre. L’incontro con Frederick Denison Maurice, leader dei Socialisti cristiani, favorì in lei l’insorgere di una profonda religiosità, che l’accompagnerà per tutta la vita. Nel 1853 un secondo grande incontro, che avrà un’influenza decisiva nel determinare la sua vita e il suo lavoro, fu quello con John Ruskin2, il quale per un decennio la formò dal punto di vista artistico, soprattutto nel disegno, nel quale era molto dotata.

La filosofia sociale di Ruskin, come quella dei socialisti cristiani, puntava a costruire l’armonia sociale senza disturbare troppo l’ordine economico e sociale. Molti appartenenti alle classi elevati condividevano la convinzione che l’aristocrazia e i ricchi avessero il dovere di dare una mano ai poveri e di mitigare, in qualche misura, il conflitto di classe. Il desiderio di un cambiamento ordinato era anche proprio dei socialisti cristiani, come Arnold Toynbee3, secondo cui era opportuno fidarsi dei capitalisti che «avrebbero utilizzato la loro ricchezza per rispondere alle attese della collettività e non ai propri interessi personali» (Woodroofe,1962, p. 68).

 

L’opera di riforma delle condizioni abitative

In tutte le grandi città dell’Ottocento, i proprietari di grandi immobili avevano l’abitudine di ricorrere a gestori che si incaricavano di riscuotere gli affitti e di tenere i rapporti con gli inquilini, evitando così ogni fastidio ai proprietari, con una sorta di azione-cuscinetto. Nelle grandi città inglesi questi agenti, chiamati middlemen, erano odiati dalla classe lavoratrice, alla stregua dei «capetti» presenti nelle fabbriche o negli uffici. Con un’idea molto originale — potremmo dire geniale visti i risultati — Octavia Hill pensò di sostituirsi a questi agenti per svolgere un’azione benefica ed educativa, anziché un’azione di usura che speculava sulla miseria.

Mentre si dedicava assieme alle sorelle all’attività d’insegnamento in un povero quartiere di Londra, Octavia Hill aveva tentato, senza fortuna, di reperire delle sistemazioni più confortevoli per alcune famiglie alle quali prestava aiuto. Questo insuccesso l’aveva portata a fantasticare sulla creazione di un modello di casa in affitto in cui le famiglie povere con figli avrebbero potuto vivere decentemente. Ruskin, che nutriva una gran fiducia nelle sue capacità, le trasferì la responsabilità gestionale degli immobili ereditati alla morte dei genitori, allo scopo di farne alloggi decorosi per i poveri. Acquistò anche ulteriori immobili degradati, fornendo alla Hill il denaro occorrente per sistemarli e proseguire così nel suo progetto. È in questo periodo che Octavia Hill delineò il progetto che l’avrebbe accompagnata per tutta la vita:

Desideravo essere in grado di liberare alcuni poveri dalla tirannia e dal potere di un piccolo gruppo di proprietari; dagli effetti negativi di una continua, forzata convivenza con altri coinquilini accomunati dallo squallore abitativo; dal pesante incubo dello sporco che si accumulava senza sosta. Così quella speranza, che era sopita ma che vedevo ancora albergare in loro, avrebbe potuto liberarsi e divenire un’energia che li aiutasse ad aiutare se stessi. Non avevo molte idee su cosa avrei dovuto fare per loro, tutto il mio zelo era canalizzato a ridestare il loro impegno, mediante cui potevano evitare di andare a fondo e potevano rendersi indipendenti da me, tranne che per l’amicizia e per la guida. Il progetto si basava sull’orientare più che sull’aiutare. (Moberley Bell, 1943, pp. 5-6)

Fu ancora Ruskin che segnalò a Miss Hill che, se fosse stata in grado di garantire il cinque per cento sul capitale investito, l’affare avrebbe potuto interessare altre persone. La previsione di Ruskin si rivelò esatta: l’oculata gestione della Hill fece aumentare notevolmente il numero delle case messe a disposizione del progetto. Non soltanto i proprietari di immobili si rivolsero a lei ma molti altri, persuasi della validità dell’iniziativa, misero a disposizione consistenti somme di denaro per acquistare o costruire ulteriori abitazioni. Dal 1884, la stessa Chiesa d’Inghilterra la incaricò di gestire gran parte delle sue proprietà londinesi.

Nel 1874, un gruppo di amici mise a disposizione della Hill un fondo per garantirle un reddito, liberandola dalla necessità di dover svolgere un altro lavoro per mantenersi e permettendole così di dedicarsi appieno al suo progetto di riforma abitativa4.

La Hill si sforzava in primo luogo di esercitare sui residenti degli immobili affidatigli in gestione un’azione educativa, favorita dal fatto che il suo ruolo le dava il diritto di visitare gli inquilini e di tenere sotto controllo i loro appartamenti. Ecco come racconta una delle sue visite dei primi tempi:

Ero costretta ad andare in visita molto tardi, la sera, perché la maggior parte di loro non ritornava dal lavoro se non quando era quasi notte. Uscivo da un quartiere ben illuminato per entrare in vicoli che si presentavano tutti neri. Mi facevostrada tra rampe di scale sprovviste di ringhiere [già usate come combustibile] e odori nauseabondi, mentre pezzi di intonaco mi cadevano a fianco con un rumore sordo. Spesso ero io che aprivo la porta della cucina, dopo aver bussato invano numerose volte, urtando il corpo di una donna o di un uomo ubriachi che si mettevano a imprecare, gettandomi il denaro dell’affitto e addossandosi all’uscio per impedirmi di entrare. (Hill. 1928, p. 20)

Per meglio valutare i risultati raggiunti da Octavia Hill, è necessario considerare le condizioni di vita che si proponeva di migliorare. Scrivendo nel 1899, diceva:

[Quando] cominciai a operare, quasi nessuna famiglia disponeva più di una stanza in affitto. Ora ci sono centinaia di alloggi di due e tre stanze… La conoscenza degli aspetti igienici ha finito per prevalere laddove vi era, in proposito, un’ignoranza assoluta. Per queste e molte altre cause un caseggiato popolare di Londra, nel 1864, era il posto più degradato e desolato di quanto si possa trovare oggi anche nel posto più remoto e abbandonato. Prenderselo in carico comportava il dover fare tutto da soli, mentre oggi si può contare sull’intelligente e fidata cooperazione di molti organismi. (www.localancestors.com/famous people/Octavia Hill. html, 2000)

Descriveva così la vita degli inquilini di un lotto di abitazioni acquistate per lei da Ruskin:

Ho voluto approfondire nel dettaglio la situazione e ho potuto vedere quale è la vita di queste persone: che vita! Se voi poteste vederli come li ho visti ieri. una terribile, compatta oscurità, anditi stretti, sporchi, stanze buie, scale a chiocciola che non vedono mai la luce, tre, quattro e anche cinque bambini che vivono tutti in una stanza, naturalmente, e che stanza! e che bambini! I loro occhi sono infiammati dallo sporco costante, i loro piedi scalzi, le loro grida selvagge, i capelli disordinati, i loro vestiti così laceri che sembrano siano stati morsicati dai cani.

Il pensiero di tutto ciò mi perseguita. (Hill, 1928, p. 198).

Tra i doveri di una buona gestione enumerava:

Occuparsi in maniera tempestiva ed efficiente delle riparazioni, assumere accurate informazioni, sorvegliare scrupolosamente l’igiene, eliminare il sovraffollamento, incoraggiare intensamente i pagamenti puntuali, controllare strettamente i conti e, soprattutto, scegliere inquilini assortiti cosicché possano aiutarsi reciprocamente. (www.localancestors.com/famous people/Octavia Hill.html, 2000)

Riteneva che un operatore efficiente avesse bisogno di conoscenze adeguate di finanza e di contabilità, del complicato sistema dei tassi e delle imposte di Londra, delle materie legali che si riferiscono agli affitti e ai vari tipi di contratti. Sosteneva che un ulteriore requisito, di notevole importanza, fosse sapersi relazionare con costanza, in maniera saggia e gentile: Per quanto l’attività andasse svolta in maniera rigorosa, i suoi tratti dominanti dovevano essere simpatia e disponibilità: bisognava cercare un lavoro ai disoccupati, aiutare chi si trovava nella malattia e nel bisogno, organizzare escursioni per tutti gli inquilini, a turno. Così, pur mantenendo una robusta e costante influenza come amministratori, si portavano le persone a trattare le loro abitazioni con rispetto e a preferire una vita ordinata.

 

L’influenza di Octavia Hill sulle metodologie assistenziali

L’influenza di Octavia Hill non si limitava al progetto abitativo. Fu una attiva promotrice della COS5 e intervenne frequentemente per sostenere i suoi principi. «Gestione imparziale e affetto “severo”»: questo, dichiarava Octavia Hill, era il suo principio di base perché il miglioramento delle abitazioni avvenisse contemporaneamente al miglioramento dei loro residenti. Il modo con il quale si occupava di migliorare le condizioni dei suoi inquilini può essere considerato l’inizio di un nuovo tipo di relazioni d’aiuto. Molti dei principi su cui si basava sono oggi entrati nel patrimonio etico e metodologico del servizio sociale professionale.

Gli inquilini appartenevano alla classe dei lavoratori più poveri, impiegati saltuariamente. L’ingresso di Miss Octavia nella loro esistenza consisteva in una visita settimanale per raccogliere gli affitti dei loro miserabili alloggi. Niente sembrava meno promettente di questo per stabilire una relazione di aiuto, specialmente quando non si accettava alcuna scusa per evitare il pagamento. Se l’affitto non veniva pagato, c’era lo sfratto. Com’era possibile che quell’amministratrice, dura come l’acciaio, riuscisse ad ottenere la fiducia e perfino l’affetto dei suoi inquilini, anche dei più rozzi? Ciò avveniva combinando una gestione retta e saggia con l’affetto, quantunque severo, e la pazienza. Li incontrava come amici, come singoli uomini, donne e bambini, da trattare con rispetto. In cambio non si aspettava niente di meno (Kendall, 2000).

Per quanto Octavia Hill fosse per molti aspetti un prodotto della sua classe sociale e dei suoi tempi, differiva dalla tipica friendly visitor ottocentesca, che si presentava come una signora di buona famiglia, beneducata e benestante, desiderosa di offrire un servizio cristiano al povero. Qualsiasi fossero le condizioni dell’alloggio o il degrado di chi vi abitava, Octavia Hill affermava: So che dovrei imparare a sentire queste persone come miei amici, così come dovrei sentire istintivamente lo stesso rispetto per la loro privacy e la loro indipendenza e dovrei trattarli con la stessa cortesia che io uso nei confronto degli altri miei amici personali (Hill, 1883, p. 35).

Diversamente dai suoi colleghi delle COS, quindi, concepiva il friendly visiting come una forma di amicizia su base paritaria. Nell’invitare le persone benestanti a svolgere un’azione di volontariato, consigliava di pensare ai poveri primariamente come mariti, mogli, figli e figlie, familiari come siamo tutti noi, anziché considerarli come una classe differente. Non per questo possiamo affermare che Octavia Hill fosse una sostenitrice del cambiamento sociale. Parlava di un senso solenne di relazione e di felice interscambio di pensiero mediante il quale le persone istruite, raffinate e abbienti potevano aiutare e essere aiutate dall’attivo, solido lavoratore, con le suedoti di fresca gaiezza e di forza, accumulata durante una vita di sacrificio e di sforzo paziente (Hill, 1883, p. 154).

La Hill condivideva con molti dei suoi collaboratori una profonda fede religiosa, che però non tollerava venisse usata strumentalmente nell’azione di aiuto. Non concordava, quindi, con l’usanza molto diffusa di offrire al povero una qualche forma di aiuto purché, contemporaneamente, questi accettasse di sottostare alla pratica religiosa. Come il suo lavoro venisse percepito è ben dimostrato da una lettera del canonico Barnett, di Toynbee Hall, che dopo aver trascorso una serata con un gruppo di uomini residenti nei suoi «palazzi» (come lei chiamava i suoi caseggiati in affitto), le scriveva: Erano tutti concordi nell’approvare il vostro sistema: «È carità e non è carità» ha detto uno «È carità perché è un atto di gentilezza e non è carità perché non chiede agli uomini di umiliarsi per ottenerlo». (Moberley Bell, 1943, p. 265)

 

La formazione dei collaboratori

Nel 1869, Octavia Hill esplicitava per la neonata COS i suoi principi volti ad aiutare i poveri senza dar loro l’elemosina. Sappiamo poco sul background di coloro che si univano a lei, salvo una cosa: Octavia Hill affermava che il lavoro di colletta delle pigioni e l’aiuto agli inquilini era un lavoro da donne, «perché è un lavoro minuzioso, riguarda la gestione domestica e, in più, ha bisogno di pazienza costante, di gentilezza e di fantasia» (Hill, 1877, p. 23).

Il bisogno di operatrici «formate e genuine» crebbe man mano che il progetto si espandeva. Nel 1874, osservando che doveva occuparsi di quindici caseggiati con due o tremila inquilini, così descriveva il lavoro che doveva essere realizzato: Affido ogni immobile alla guida di un singolo volontario, che ha il compito di raccogliere gli affitti, supervisionare la pulizia, tenere i conti, dare il proprio parere rispetto alla manutenzione e alle migliorie nonché nella scelta degli inquilini, offrire tutto l’aiuto che è in grado di dare agli inquilini, senza soffocare la loro indipendenza: per la ricerca del lavoro, per conservare i loro risparmi, fornendo loro dei fiori, aiutandoli nella cura delle piante, animando il loro tempo libero e, in ogni modo, aiutandoli ad aiutare se stessi. (Hill, 1877, p. 13)

Altri compiti includevano l’istituzione di circoli per i lavoratori (Working-mens Clubs), di gruppi di astinenti dall’alcool, di scuole serali per ragazze e ragazzi e la supervisione di aree per i giochi dei bambini.

Come formava i suoi collaboratori? Prima di tutto con l’esempio, ma anche attraverso incontri settimanali e scambi di corrispondenza basati sulla ferma enunciazione di indicazioni che impegnavano tutti. Queste regole, che la Hill chiamava «leggi», le erano divenute sempre più chiare man mano che lavorava con i suoi inquilini.

Di gran lunga meglio è rafforzare decisamente l’adempimento di tutti i diversi doveri, come quello del pagamento dell’affitto. Di gran lunga meglio è offrire lavoro, invece che denaro o beni in natura. Soprattuto è utile rafforzare, con la simpatia e il consiglio, l’impegno che in futuro darà i suoi frutti. È essenziale ricordare che ogni uomo ha la propria visione della sua vita e deve essere libero di perseguirla;

che per molti aspetti è miglior giudice di noi, in quanto ci ha vissuto attraverso e ha sperimentato ciò che noi possiamo soltanto osservare. Il nostro lavoro consiste nel portarlo a considerare e valutare in maniera corretta piuttosto che considerare

  1. valutare al posto suo. I poveri di Londra (come tutti quelli delle grandi città) hanno bisogno di sviluppare ogni strumento che può dischiudere loro le nobili sorgenti della felicità. (Hill, 1883, p. 30)
  2. suoi collaboratori si vedevano garantita la stessa autonomia che attribuiva a sé e agli inquilini. La formazione era per tutti, a tempo pieno o a part-time, fondamentalmente la stessa: dovevano imparare a trattare con le persone, a comprendere le condizioni in cui queste vivevano e il modo di migliorarle, dovevano conoscere bene le diverse istituzioni che potevano offrire aiuto (Moberley Bell, 1943, p. 121). Inoltre le operatrici dovevano imparare a tenere i conti e a occuparsi di scarichi, di fognature, di calce per imbiancare. La Hill le considerava responsabili delle spese che effettuavano. La relazione era importante, e probabilmente per la Hill veniva al primo posto nella sua scala di valori, ma non tollerava che si trascurassero i dettagli pratici.

Octavia Hill, come tutti coloro che lavoravano nei Settlement e nelle COS, considerava l’elemosina indiscriminata come la principale causa di pauperizzazione. Tuttavia i sussidi potevano essere concessi quando ciò si rivelava veramente utile, ad esempio quando c’erano dei lavoratori che per riprendersi dalla malattia dovevano essere inviati in convalescenziari, orfani o anziani in stato di bisogno, o quando c’erano ragazzi da collocare in scuole professionali, o ancora ragazze che abbisognavano di un corredo per lavorare come cameriere, o quando si dovevano pagare le spese di viaggio per chi cercava altrove migliori condizioni di lavoro. Anche le decisioni su queste forme di utile sussidio, tuttavia, andavano prese con molta prudenza (Hill, 1883, p. 47).

La forza delle sue convinzioni sui danni dell’elemosina deve essere stata una pesante doccia fredda sugli spontanei atti di generosità delle sue operatrici, che potevano ben permettersi di lasciare qualche moneta alle famiglie che visitavano. I poveri certo non apprezzavano sempre il suo rifiuto di accettare scuse per il mancato pagamento dell’affitto, la sua fermezza su ciò che era giusto e ciò che era sbagliato, il suo cercare di tenere assieme il rispetto per la loro indipendenza e lo spingerli a darsi da fare per migliorare. Tuttavia, nessuno più di Octavia Hill era consapevole del profondo conflitto interiore tra i suoi sentimenti e ciò che riteneva essere la migliore forma di aiuto per i suoi inquilini. Nelle sue lettere si trovano frequentemente confessioni come questa: Penso proprio di sbagliare quando indico in maniera troppo severa ciò che va fatto, sicura che altrimenti non mi ascolteranno, invece di essere ottimista e avere fiducia che cambieranno e aderiranno a questa linea di condotta. Sono troppe le persone che non riesco ad avvicinare e ad aiutare, sono troppe le persone a cui non riesco nemmeno a far sentire il mio affetto. (Hill,1928, p.198).

Peraltro, nelle lettere e nei riconoscimenti che otteneva vi sono ampie testimonianze circa il fatto che il suo amore, nonostante la severità, operasse meraviglie tra i suoi inquilini e i suoi collaboratori, la maggior parte dei quali letteralmente la riveriva.

 

I polmoni verdi di Londra

L’azione riformatrice nel campo degli immobili e in quello della formazione dei collaboratori non esauriva il suo spirito filantropico, che si estese all’impegno per la salvaguardia e la disponibilità di parchi ad uso del popolo. Era intimamente legata alla Kyrle Society (fondata nel 1877 dalla sorella Miranda, per divulgare l’arte negli ambienti popolari) e membro di diversi organismi che avevano lo scopo di valorizzare i siti di interesse storico e naturalistico. Nel 1895, con la loro collaborazione, fondò il National Trust for Places of Historic Interest or Natural Beauty, che ebbe un ruolo fondamentale nella conservazione di luoghi ed edifici minacciati dallo sviluppo di un’industrializzazione incontrollata. Questo organismo, affermò Beveridge, contribuì a salvare molte aree aperte e fu «un successo dell’azione volontaria che pochi londinesi conoscono appieno. È a questa azione che Londra deve i suoi polmoni verdi.» (Beveridge,1954, p.111).

 

Un’opera destinata a proseguire

Il parere di Octavia Hill veniva spesso richiesto quando si trattava di emanare provvedimenti legislativi di riforma sociale, tuttavia la sua convinzione circa il valore del volontariato la rendeva riluttante nei confronti delle misure amministrative. Fu un’eccezione quando, nel 1873, si trovò a cooperare con la COS per sostenere una legge che favoriva i laboratori artigiani. Ma rifiutò di far parte della commissione reale sulle abitazioni (1889) e, benché nel 1905 fosse stata indotta a divenire membro della commissione reale sulla Poor Law, nutriva poche speranze sui suoi risultati. Ciò nondimeno si impegnò lealmente in questo compito e fu notevole per la costanza e la saggezza con la quale sostenne i suoi principi. Un grande contributo offrì anche alla commissione istituita nel 1893 per affrontare il problema degli anziani poveri.

Nessun cenno biografico su Octavia Hill sarebbe completo senza nominare il rapporto di costante cooperazione e aiuto con le sue sorelle. Fra queste Miranda, che visse con lei e morì nel 1910. Octavia non le sopravvisse a lungo: morì nella sua casa, il 13 agosto 1912, dopo avere dato tutte le disposizioni perché la sua opera potesse proseguire.

Nel Novecento, infatti, non era più sufficiente lavorare con il solo volontariato7. Il numero degli immobili da amministrare era cresciuto in maniera rapida. Le persone che desideravano imparare da Octavia venivano da ogni parte: così, il suo sistema di gestione immobiliare venne introdotto anche in altre città, non solo in Gran Bretagna e Irlanda ma anche in America e in altri Paesi d’Europa, come in Germania, ad esempio, con la «Octavia Hill — Verein» di Berlino8.

Avevo capito che la soluzione migliore non era tanto quella di offrire una formazione ad alcune volontarie o alle operatrici di cui avevamo bisogno nell’immediato, quanto formare in maniera professionale degli operatori che poi noi stessi avremmo potuto impiegare più avanti (Maurice, 1913, p. 2)

Gli operatori professionali che Octavia Hill aveva in mente erano i suoi raccoglitori degli affitti e i friendly visitor associati nella COS. Solo in seguito questi operatori vennero descritti come social worker. Tuttavia, Mary Richmond vide correttamente quando affermò che gli inizi del servizio sociale come professione possono essere riscontrati proprio nell’azione di Octavia Hill (Kendall, 2000). Fin dai primi passi della sua azione sociale, essa aveva affermato che l’obiettivo principale era quello di aiutare le persone ad aiutare se stesse, renderle indipendenti individualizzando ogni caso e ogni situazione, affermando il valore e la dignità anche del più malmesso e degradato dei suoi inquilini, insistendo sul fatto che ciascuno dovesse essere trattato con rispetto. Con questi valori e questi principi, ognuno dei quali è centrale in ciò che oggi chiamiamo servizio sociale, possiamo effettivamente vedere nel lavoro di Octavia Hill la gestazione di questa professione.

 

Bibliografìa

Barnett H. (1918), Canon Barnett, His Life, Work, and Friends, by His Wife, vol. 1, London: J. Murray,

Bortoli B. (1997), Teoria e storia del servizio sociale, Roma, NIS.

Bortoli B ,  Ersilia Majno Bronzini e le «sante laiche».

Bortoli B. (2001), Sociologia e servizio sociale agli albori della professione, «Studi di Sociologia», 4, pp. 447-463.

Bremner R. H. (1965), «An Iron ScepterTwined with Roses»: The Octavia Hill System of Housing Management, «Social Service Review» 39, no. 2 pp. 222-281.

Gide C. (1924), Le Logement et l’Hygiène, Paris.

Hill O. (1877), Our Common Land and otherShort Essays, London, Macmillan

Hill O. (1883), Homes of the London Poor, London, Macmillan, trad. it. Le case dei poveri. Esperienze d’una proprietaria, Roma, 1897.

Hill O. (1928), Early Ideals, London, George Allen and Unwin.

Beveridge (1954), L’azione volontaria. L’iniziativa libera nello Stato sociale moderno, Milano, Edizioni di Comunità.

Moberley Bell E. (1943), Octavia Hill, A Biography, London, Constable.

Maurice C. E. (1913), Life of Octavia Hill as Told in Her Letters, London, Macmillan.

Payne J. L. (1997), The Befriending Leader:SocialAssistance Without Dependency,

Lytton, Sandpoint, Idaho.

Pumphrey M. W. (1957), The First Step’-Mary Richmond’s Earliest Professional Reading, 1889-91, «Social Service Review» vol. 31, n. 2, pp. 144-163.

Woodroofe K. (1962), From Charity toSocial Work, London, Routledge.

 

NOTE:

1 Frederick Denison Maurice (1805-1872), figlio di un ministro della Chiesa unitaria, abbandonò la religione paterna per prendere gli ordini sacerdotali nella Chiesa d’Inghilterra. Il suo impegno, che fondeva ideali religiosi e umanitari, lo portò alla fondazione dello Working Men’s College, un’istituzione rivolta alla formazione dei lavoratori e a un sano impiego del loro tempo libero.

2  John Ruskin (1819-1900), famoso disegnatore, storico e critico d’arte inglese. I suoi ideali filantropici lo videro partecipe delle principali iniziative assistenziali organizzate nel suo tempo, come quella ideata dalla Hill o come la Charity Organisation Society. Gli impulsi riformatori di Ruskin, tuttavia, non erano quelli di un tipico filantropo. Tendeva a escludere le abituali motivazioni altruistiche per sostenere che, semplicemente, non riusciva a dipingere, o leggere, o fare qualsiasi cosa gli piacesse, a causa delle miseria sociale che vedeva attorno a sè. Tutto ciò lo spinse a dar fondo alla sua ricca eredità per cercare di alleviare la miseria, che egli attribuiva alla rivoluzione industriale, in particolare alla distruzione della forza lavoro che la rivoluzione industriale aveva provocato.3 Professore di economia a Oxford, aveva deciso di condurre la stessa vita dei poveri. La sua figura affascinò il pastore Samuel Barnett, che dedicò al suo nome il primo settlement del mondo: una residenza, fondata nel 1884 nell’East End di Londra, in cui gli studenti e i docenti universitari inglesi erano invitati dal Barnett e da sua moglie a vivere in mezzo ai parrocchiani poveri.

4 In tutto il suo lavoro assistenziale, Octavia Hill agì sempre come volontaria. Che questa fosse una scelta personale lo dimostra il fatto che, nella contabilità della gestione degli immobili, prevedeva la voce per la retribuzione dell’amministratore, a dimostrazione che i suoi progetti erano pienamente autosufficienti. Tuttavia non utilizzava mai quelle somme, che pure sarebbero spettate anche a lei. Era infatti profondamente convinta che la sua posizione di «guida» dei poveri sarebbe stata più forte se non avesse dovuto dipendere dal loro denaro.

5 La Society for Organizing Charitable Relief and Repressing Mendicity (successivamente Charity Organization Society COS.) venne fondata a Londra nel 1869 per iniziativa di diversi filantropi fra i quali Henry Solly, Samuel Barnett e la stessa Octavia Hill. Anima dell’organizzazione fu il suo coordinatore Charles Loch. L’Associazione operava per coordinare gli interventi e per utilizzare i fondi disponibili in maniera sistematica. Si organizzarono comitati di distretto (charityoffice) in ognuno dei quali venne collocato un agent retribuito con compiti di registrazione e valutazione dei bisogni nei singoli casi. Venivano reclutati volontari (visitor) che avvicinassero i bisognosi e, con l’esempio e l’esortazione, li aiutassero a correggere le loro tendenze negative.

6 Tale commissione vide gli accesi scontri tra Charles Loch, liberista in economia e filantropo tradizionale, e Beatrice Webb, assai scettica circa l’opportunità di mantenere in vita, sia pure in modo riformato, la legge elisabettiana. (Bortoli, 1997)

7 C. Gide (1924) sostiene che la necessità di operatori stipendiati si affermò per il fatto che le volontarie di buona famiglia tendevano ad assentarsi a lungo, soprattutto in estate, durante le loro lunghe vacanze.

8 I suoi scritti furono tradotti sia in francese che in italiano: si veda ad esempio Case di poveri a Londra. Esperienze duna proprietaria, trad. di Emilia Santellana, Roma 1897

 

FONTE: Edizioni Erickson Trento INVOLO SOCiale Voi. 5, n. 3, dicembre 2005 (pp. 411-419}

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