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Jessie Taft

Partire dal «qui e ora» dell’utente di Bruno Bortoli – Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano

Jessie Taft (Dubuque, Iowa, 24 giugno 1882 Flourtown, Pennsylvania, 7 giugno 1960)

 

Nella storia del lavoro sociale, non solo americano, il cosiddetto metodo «funzionale» fu uno degli approcci più controversi, ma senza dubbio anche uno dei più influenti per la pratica professionale degli assistenti sociali nella prima metà del secolo scorso. A tale metodo è legata in modo particolare la figura di Jessie Taft, un’intellettuale che ha lasciato un segno profondo nelle scienze sociali (la sua tesi di dottorato, pubblicata nel 1915, è ancora oggi un testo base per l’analisi della condizione della donna nella società) e, specificamente, nel social work, ambito cui si è rivolta la sua riflessione teorica ed esperienziale, contribuendo in maniera decisiva a svilupparlo come disciplina autonoma.

Il suo nome è quasi sempre citato in endiadi con quello di Virginia Robinson, sua anima gemella fin dagli studi universitari. Come solitamente avviene quando vi è una forte comunione fra intellettuali, è difficile attribuire esattamente all’uno o all’altro il merito delle riflessioni o delle realizzazioni operate. In questo caso, è stata la stessa Virginia Robinson, che sopravviverà a Jessie e ne sarà la biografa, a darci la misura del contributo fornito dall’amica all’avventura umana e scientifica del social work.

 

Gli anni della formazione

Prima di tre sorelle, era nata a Dubuque nello Iowa, dove il padre, originario del Vermont, esercitava con profitto un’attività commerciale. Dopo il liceo, Jessie proseguì con gli studi universitari «consentiti» a una donna del suo tempo: al bachelor of arts, equivalente a un’odierna laurea di primo grado, conseguito alla Drake University di Des Moins nel 1904, l’anno successivo aggiunse un bachelor in filosofia all’Università di Chicago. In quel periodo Chicago era il più importante centro intellettuale del Mid

West americano ma la Taft, pur attratta dal suo fervore scientifico, decide di ritornare nella sua città natale per insegnare latino e algebra.

Quattro anni dopo giunge il momento di svolta — se così si può dire — della sua vita. Nel 1909, infatti, si iscrive a un corso estivo promosso dall’Università di Chicago e si reimmette nella corrente culturale che improntava i dipartimenti di filosofia e psicologia, influenzata da John Dewey (da poco trasferitosi alla Columbia University), dal sociologo interazionista George Herbert Mead e in particolare da William I. Thomas, autore di The Polish Peasant (1918-1920), che in quest’epoca sta sviluppando in maniera radicale una serie di temi importanti attorno alla condizione femminile: standard di comportamento, diritto di voto, occupazioni lavorative. La Taft fa conoscenza con un’altra studentessa, proveniente da un retroterra culturale simile al suo: Virginia Robinson, la quale — dirà — rimase soprattutto colpita dalla grande franchezza della Taft. L’amicizia fra le due donne durerà per tutta la vita.

Al termine dell’estate, la Robinson torna a insegnare materie letterarie nel suo liceo, ma è meno convinta di prima. Le rimane addosso il desiderio di proseguire nell’approfondimento della psicologia — allora ai suoi primi passi — e di svolgere un’attività che le permetta di conservarla al centro dei suoi interessi culturali e professionali. Jessie Taft, invece, viene invitata a fermarsi a Chicago per seguire un programma di studi volto al dottorato, per il quale ottiene un’apposita borsa. Il dottorato verrà conseguito nel 1913, con una tesi svolta sotto la guida di Mead, intitolata Il movimento femminile dal punto di vista della coscienza sociale. Negli stessi anni avrà modo di iniziare anche la sua attività di social worker, collaborando con Jane Addams a Hull House.

Le sarebbe piaciuto proseguire nella carriera accademica, ma le barriere erano troppo forti per chi era donna e non faceva parte delle cerchie ufficiali. Nello stesso tempo è sempre più consapevole di voler lavorare «nel sociale» e così viene indirizzata a Katharine Bement Davis (1860-1935), eminente criminologa e, in quel momento, direttrice di un penitenziario femminile, che la assume come collaboratrice e la incarica, con la Robinson, di condurre una ricerca sul rapporto tra crimine e disagio mentale. La Davis, infatti, aveva istituito nel suo penitenziario un «laboratorio di igiene sociale» dove, avvalendosi dei pareri dei più noti psichiatri dell’epoca, cercava di raccogliere dati e indicazioni per il trattamento dei detenuti.

Gli anni dal 1914 al 1919 sono un periodo di incertezza per la giovane psicologa sociale che, malgrado il dottorato conseguito con lode e la pubblicazione del suo lavoro di tesi, non trova un percorso professionale che soddisfi le sue attese. È desiderosa di approfondire i problemi sociali dal punto di vista teorico per ricavarne spiegazioni e indirizzi di intervento, ma le piacerebbe anche agire attivamente come social worker. In questa fase di dubbio si rivolge anche a Mary Richmond — allora responsabile del settore sociale della Russell Sage — per avere un consiglio, ma non si crea una situazione di sintonia. In sostanza, la Richmond la giudica immatura per il lavoro sociale e le suggerisce — se vuole proseguire su questa strada — di scegliersi un supervisore competente in una buona agenzia di casework. Da parte sua, la Taft ritiene che la concezione da cui muove la Richmond sia superata e che sia necessario «un approccio dinamico, più creativo, ai problemi umani».

Dopo che la Davis venne messa a capo dell’assistenza pubblica di New York e sostituita nella direzione del carcere, Jessie Taft si dimise, anche perché in conflitto con la nuova direttrice. Scoraggiata, medita quasi di abbandonare tutto, ritornare nella città natale e riprendere a fare l’insegnante. Casualmente, però, si libera il posto di direttore del Centro di Igiene mentale promosso dall’organismo di coordinamento dell’assistenza dello Stato di New York e l’incarico viene offerto a lei. Accetta, ma due anni dopo si dimette, ancora, per disaccordi con i vertici dell’organismo. Da allora e per oltre dieci anni si susseguirono una serie di incarichi precari, consulenze, docenze, che avevano come denominatore comune quello della mental hygiene e che la portarono a lavorare prevalentemente con bambini e adolescenti difficili. La Taft, infatti, aveva aggiunto al suo bagaglio di conoscenze sei mesi di formazione supervisionata nel testing mentale, al fine di disporre di uno strumento da utilizzare nei contatti/colloqui con i minori. Cominciò a usare il suo titolo dottorale e i saggi scritti in questo periodo descrivono ciò che poteva fare nei suoi «contatti-colloqui» con i singoli bambini, non solo quelli coinvolti dai servizi per l’adozione o provenienti da famiglie problematiche, ma anche quelli cosiddetti normali.

Queste esperienze sono ben documentate anche perché la Taft era un’assidua partecipante alle annuali National Conference of Social Work, alle quali presentava questi paper — scritti in maniera chiara e attraente — che prendevano spunto dalle sue esperienze professionali. Spesso questi testi rappresentavano il primo momento in cui a una sua esperienza di pratica professionale si affiancava una riflessione teorica, permettendole così di perfezionarsi e accrescere in efficacia. Andò così in merito all’abbinamento tra minori adottabili e famiglie disponibili all’adozione (Taft, 1919a): in quest’ambito, la riflessione della Taft portò a superare un’applicazione piuttosto meccanica, per costruire un servizio vero e proprio, in cui «la storia» del bambino era determinante per la scelta della famiglia più idonea. Andò così, ancora, per l’analisi delle funzioni e del ruolo dell’assistente sociale psichiatrico (Taft, 1919b), ritenuta, più che una specializzazione, quasi una professione a sé. All’epoca, infatti, il social work americano era in pieno «diluvio psichiatrico», cosa che avrebbe indirizzato la riflessione sul social work verso canali del tutto nuovi. Quando «le acque si ritirarono», come dice Kathleen Woodroofe (1962), lasciarono un ricco terreno alluvionale nel quale si radicarono e fiorirono nuovi concetti, mentre altri vennero rivitalizzati e trasformati. Da questi sviluppi emerse non soltanto un nuovo approccio alle persone, ma anche un modo completamente nuovo di concepire il social work professionale.

 

Un «matrimonio bostoniano»

Nella sua tesi di dottorato, Jessie Taft passa in rassegna le caratteristiche del mondo maschile e quelle del mondo femminile in relazione alla vita sociale. Secondo il suo giudizio il mondo maschile era caratterizzato dalla competizione ed era ostile alla natura femminile; la famiglia, così come si era strutturata nel mondo moderno, era inadatta per le donne e i bambini: non assicurava una durevole sicurezza finanziaria; troppo spesso negava alle figlie l’opportunità di prepararsi a un lavoro di responsabilità; condannava donne di talento a usurarsi nei lavori di casa e a condurre una vita «incompleta» fuori dalle mura domestiche; si basava su una regola di «castità fisica assoluta» per le donne e «licenziosità quasi illimitata per gli uomini» (Taft, 1915, p. 4). La società soffriva lo spreco dei talenti femminili; le donne subivano una retribuzione inferiore a fronte di un lavoro pari a quello dell’uomo. Socializzate a essere passive, impedite ad assumere responsabilità, le donne si lasciavano trasportare dalla corrente della vita senza l’opportunità di sviluppare una consapevolezza sociale o «consapevolezza femminile» (ibidem, p. 30). Insistendo sul carattere sociale di ogni esperienza, tanto cognitiva quanto emotiva — un principio attinto dal pragmatismo che caratterizzava la Scuola di Chicago di quel periodo —, la Taft concludeva spiegando come una società che escludeva intere classi di persone da una partecipazione responsabile alla vita comunitaria rappresentasse una limitazione per tutti. Il mondo moderno pone la donna davanti a scelte crudeli:

Quale donna rinuncerebbe volontariamente all’amore per l’uomo e ai figli? Quale donna normale accetterebbe una vita che preveda la rinuncia a ogni possibilità di svolgere un lavoro che abbia un genuino valore economico per la società? Quale donna non proverebbe a dedicarsi al compito, oggi quasi impossibile, di combinare ambedue le prospettive? (Taft, 1915, p. 55)

Di fronte a questo dilemma, un certo numero di donne, impegnate nella vita professionale e desiderose di non rinunciare a questo aspetto della loro identità, rinunciano al matrimonio che la società propone loro; insegnanti, infermiere, medici, bibliotecarie, assistenti sociali «si rivolgono verso altre donne, mettono su casa assieme, trovando così quella simpatia e quella comprensione, quella comunione di norme e di valori, di interessi estetici e intellettuali che difficilmente si trovano in un marito, specialmente qui in America, dove tanto di frequente gli affari hanno la meglio sulla cultura». Non riuscendo a trovare «amicizia nel matrimonio, le donne si creano un sostituto del matrimonio […] al prezzo della rinuncia all’uomo e ai figli» (Taft, 1915, pp. 10-11).

Altrove, in molti settlement, la vita comunitaria forniva un surrogato di famiglia estesa, intessuta di affetto reciproco e basata sui valori e le esperienze condivise da molte donne, che avevano scelto questa forma di impegno sociale come attività e come stile di vita. Queste particolari forme di amicizia avevano spesso lo scopo di sostenersi e confortarsi l’un l’altra, così come di rafforzare i legami personali e comunitari. Il tipo di relazione intensa e condivisa che caratterizzò la vita di Taft e Robinson, indubbiamente, aveva gli stessi scopi. Non sappiamo quanto fosse diffuso questo tipo di convivenza — peraltro praticata da molte leader del social work di quei tempi — ma se ne mantiene memoria ancora oggi, con il nome di «matrimoni bostoniani».

Taft e Robinson poterono anche adottare un bambino e una bambina: Everett nel 1921 e Martha nel 1923. Ciò illustra bene come le definizioni di famiglia accettabili e legittimate fossero diverse e più flessibili nei primi anni del secolo rispetto alle epoche successive. Afferma Virginia Robinson:

Sophie Theis suggerì che avremmo potuto prendere in affidamento preadottivo, per un anno, un bambino di sette anni, orfano di madre e il cui padre si era risposato. Allo scadere dell’anno l’adozione divenne definitiva. Un anno più tardi accettammo un’altra adozione, una bambina di cinque anni orfana di entrambi i genitori. Non saremmo riusciti in questo compito senza l’aiuto degli amici, degli insegnanti delle scuole frequentate dai due bambini e senza due, in successione, meravigliose governanti. Le attuali «buone regole» dell’adozione non avrebbero approvato questo affidamento a due donne impegnate professionalmente, ma io penso che siamo sopravvissuti a questa esperienza senza danni per nessuno. Tanto il ragazzo […] che la ragazza […] non hanno ripudiato la loro infanzia poco ortodossa, né noi, come genitori adottivi, ci siamo mai pentite della decisione di vivere con bambini che amavamo: i loro problemi di sviluppo sono diventati problemi nostri, per imparare ad aiutarli come meglio potevamo. (Robinson, 2008, p. 88)

 

Il «diluvio psichiatrico» e l’incontro con Rank

Come abbiamo accennato, a partire dal 1910 nella psicologia e nella psichiatria cominciarono a farsi sentire nuove influenze. L’inizio del cosiddetto «diluvio psichiatrico» nel social work non fu tutto di stampo freudiano, come la letteratura successiva ha teso a evidenziare per l’entusiasmo con il quale la teoria di Freud venne accolta negli Stati Uniti. Certamente, però, la psicoanalisi ebbe un’influenza rilevante. All’inizio c’era un interesse generalizzato per qualsiasi nuova teoria psicologica ma, gradualmente, la psicoanalisi ebbe il sopravvento su tutti gli altri approcci ai problemi sociali e sugli orientamenti comportamentisti: i docenti di casework insegnavano i principi psicoanalitici come base per la pratica professionale e sia i docenti che gli studenti erano incoraggiati a intraprendere una terapia psicoanalitica in via propedeutica al loro agire sul campo. La Taft non costituì in questo un’eccezione ma, per sua ammissione, sappiamo che i tentativi di terapia intrapresi non l’avevano soddisfatta, che riteneva di non averne tratto vantaggio sul piano professionale e che non capiva come il social work avrebbe potuto conservare la sua identità legandosi così tanto alle teorie di Freud.

Come che sia, nel decennio che inizia con il 1930 espressioni quali «ego», «superego», «libido» e «ambivalenza» avevano già invaso il vocabolario delle caseworker e i clienti erano incoraggiati a riferire la storia della loro vita sulla base delle «libere associazioni» freudiane. La «passività dinamica» veniva accettata come principio di guida professionale: l’era del «freudianesimo frenetico» aveva avuto inizio. Qualche anno dopo, una qualche teoria del social work che deviasse dalla psicologia freudiana «sarebbe stata vista da qualcuno con lo stesso orrore che provava un vero stalinista nei confronti di un trotskista. Le ragioni erano le stesse: ambedue erano divenute una religione con una teologia, un’organizzazione e un’inquisizione per scoprire e punire l’eresia» (Woodroofe, 1962, pp. 129-130).

Tale considerazione si presta bene a illustrare la vicenda di Otto Rank, allievo ripudiato da Freud e in seguito ostracizzato da chi seguiva l’ortodossia freudiana. E, tuttavia, per Jessie Taft l’incontro con Otto Rank e la sua concezione della psicanalisi rappresentarono un ulteriore spartiacque e l’inizio di un’esperienza personale e professionale molto più soddisfacente rispetto al periodo precedente, nonostante le incomprensioni e l’avversione della maggior parte dei colleghi.

Jessie Taft incontrò Otto Rank per la prima volta nel 1924, durante una conferenza pubblica ad Atlantic City, nel corso della quale lo psicologo tedesco, non ancora avversato da Freud, presentava la sua opera: The Trauma of Birth recentemente pubblicata in tedesco. La Taft rimase impressionata dal suo presentarsi semplicemente, dal suo modo piano di esporre, e ne ricavò una sensazione di affidabilità. Sarà l’inizio di un’amicizia e di una collaborazione intense: la Taft diverrà la traduttrice in inglese dei suoi testi, lo aiuterà a immigrare in America e a ottenere una cattedra alla Pennsylvania University, ne sarà la biografa — dopo l’improvvisa scomparsa dello psicoanalista nel 1939 — e dedicherà gli anni della pensione alla cura della sua opera omnia.

La Taft, infatti, trova nella teoria rankiana le risposte che le mancavano sia in relazione alla terapia psicologica, sia in relazione al social work, ondeggiante tra il positivismo determinista di inizio secolo e un appiattimento sulla terapia psicoanalitica.

Per quanto concerne la psicologia, la Taft è — in qualche modo — l’anello che collega Rank a Rogers. Carl Rogers, lo psicologo umanista che è stato così influente sul counseling praticato all’interno del lavoro sociale, ha infatti derivato alcune parti della sua teoria — che considerano l’importanza dell’intimità e della costruzione di relazioni per la crescita e il processo di maturazione personale — proprio approfondendo il lavoro della Taft. I biografi di Rogers ricordano il decennio abbondante trascorso a Rockford, all’inizio della sua attività, impiegato in uno dei Child Guidance Center (analoghi agli attuali centri di neuropsichiatria infantile), in cui erano presenti assistenti sociali formate alla Pennsylvania School. Qui Rogers ebbe modo di incontrare la Taft e di apprezzarla per l’ideazione di giochi attraverso i quali era riuscita a stabilire delle relazioni significative con i bambini affidati al suo intervento terapeutico.

 

Il casework funzionale

Ma, cosa che qui è forse più importante, Jessie Taft è anche l’ideatrice dell’applicazione della teoria rankiana al social work: sviluppò quello che verrà definito come functional case work, fondato sui principi base della teoria dello psicoanalista «eretico»: le differenze individuali nel processo di sviluppo, le possibilità di crescita e di cambiamento presenti in ogni individuo, la volontà (will) quale forza del cambiamento.

Taft applicò l’approccio rankiano alla pratica professionale insistendo sul fatto che l’operatore sociale avrebbe dovuto agire da helper, da facilitatore: la sua funzione principale avrebbe dovuto essere quella di coinvolgere i clienti nella relazione terapeutica, facendoli divenire autentici partecipanti al processo di aiuto. Il ruolo del social worker era creare un ambiente in cui la volontà del cliente si affermasse in una sequenza di decisioni che avrebbero rafforzato la sua personalità. L’iniziativa, la volontà, l’impulso dovevano essere quelli del cliente. Avrebbe dovuto essere il cliente a creare un nuovo corso per la sua vita, non il terapeuta. Passando a osservare quali avrebbero dovuto essere le qualità di un terapeuta, aggiungeva che si trattava di un ruolo limitato nell’esercizio delle conoscenze, del potere e della creatività, che mi sembra particolarmente difficile da esercitare per un uomo, soprattutto per un uomo con formazione medica. L’agevolare effettivamente un processo organico di crescita risulta più naturale a una donna. (Robinson, 1962, p. 309)

I terapeuti funzionali si concentravano sul facilitare la capacità dei loro clienti di adottare specifici corsi di azione, di assumersi delle responsabilità e quindi di rafforzare, in termini esistenziali, la loro capacità di fronteggiare i problemi e di acquisire il controllo sulla propria vita. Sensibile al processo di crescita nello sviluppo della personalità, il casework funzionale affermava la capacità delle persone di realizzare un cambiamento costruttivo nella propria vita e nell’ambiente immediatamente circostante. Il casework funzionale evitava di scandagliare a lungo i traumi della prima infanzia, un processo costoso in termini di tempo e di denaro e, frequentemente, più penoso che liberante; inoltre, metteva da parte gli stereotipi del comportamento normativo maschile e femminile, che risultavano così denigratori per le donne.

Altrove (Bortoli, 1997) ho già presentato i contenuti di questa metodologia e quindi mi sembra sufficiente, qui, evidenziarne solo qualche tratto distintivo. Uno di questi riguarda proprio il nome che si è voluto dare a questo approccio: casework funzionale. Anche all’epoca, l’espressione non appariva del tutto chiara e lo stesso Rank manifesterà qualche perplessità. Ora, fin dall’inizio della sua elaborazione concettuale la Taft vuole differenziare la psicoanalisi dal lavoro sociale e individua tale differenza in quella che, nel gergo del social work, veniva chiamata «funzione d’agenzia». In questo ambito, infatti, si usavano chiamare funzioni gli ambiti di intervento (le materie di competenza, diremmo oggi) degli enti assistenziali. Così, parlare di casework funzionale voleva dire che i contenuti dell’intervento assumevano identità e significato solo collegandosi con le finalità e le risorse a disposizione degli organismi assistenziali.

Nel social work la limitazione con cui operiamo è necessariamente la funzione […] è il fattore noto, il punto fisso relativamente stabile da cui cliente e operatore possono partire senza il rischio di perdersi […] a differenza della psicoanalisi, nella quale l’analista da solo detiene la responsabilità per la struttura e la direzione del trattamento, la funzione dell’ente è quella di stabilire la dinamica all’interno della quale evolve il processo di aiuto. (Dore, 1990, p. 365)

Una seconda tematica cardine della teoria funzionale era il focalizzarsi sull’interazione tra cliente e operatore, perché da questa emergeva l’azione verso il cambiamento. L’insieme di queste interazioni veniva chiamato «processo di aiuto» ed era all’interno e attraverso questo processo che il cambiamento poteva avere luogo.

Sarà, questo, uno dei tanti motivi di scontro con gli esponenti della scuola «diagnostica». L’approccio diagnostico era definito in questo modo per la sua enfasi sull’accurata comprensione dell’eziologia del problema e del bisogno del cliente come elemento critico del trattamento. Come nel modello medico a cui si ispira-va, la diagnosi giocava un ruolo centrale nello sviluppo di un appropriato piano terapeutico. In questo modello l’operatore riveste una responsabilità primaria per l’esito dell’intervento: dalla corretta interpretazione dei materiali del caso, effettuata dall’operatore, dipendono la scelta del giusto intervento e l’esito positivo.

Anche il «dipendere» dalle agenzie assistenziali verrà visto eticamente contrario alla primazia dell’individuo verso il quale era rivolto l’intervento della social worker e un passo indietro rispetto alla professione, concepita come «libera», in analogia a quanto avveniva in ambito medico.

In realtà nel modello funzionale non c’è nulla di ancillare alle scelte di politica sociale. Scegliendo di partire dal «punto in cui si trovava» il cliente, per forza di cose era il contesto, in questo caso del servizio, a dettare le condizioni in cui poteva dispiegarsi la relazione di aiuto. A ciò si aggiungeva l’aspetto delle «risorse»: la disponibilità delle prestazioni degli operatori era proporzionata al loro numero e a quello degli utenti del servizio. C’è un’eco, qui, della particolare situazione sociale vissuta dagli Stati Uniti tra il crollo di Wall Street e l’uscita dalla crisi grazie al New Deal, una situazione in cui l’enorme aumento di assistiti aveva portato a un massiccio impiego di operatori sociali nei centri di assistenza, ma anche, necessariamente, a contingentare i tempi per garantire a tutti la possibilità dell’intervento sociale professionale. Ciò viene sottolineato in una pubblicazione della Pennsylvania School del 1938, che illustra l’applicazione dei principi funzionali all’amministrazione degli interventi sociali pubblici:

L’operatore sociale professionale ha trovato nelle inevitabili limitazioni amministrative e legali dell’impiego pubblico una struttura per il processo di aiuto, nella quale è possibile per il cliente trovare, in modo continuo, l’opportunità di esercitare decisione e controllo, per riacquisire coraggio, per prendere possesso e utilizzare per il miglior vantaggio le pur scarse risorse che la società ha messo a sua disposizione. (Dore, 1990, p. 371)

 

Trattamento o terapia? Il ruolo del cliente

L’espressione «terapia» è preferita dalla Taft rispetto a quella di «trattamento» perché [il trattamento] implica la manipolazione di una persona da parte di un’altra. […]. Trattare, etimologicamente, significa applicare un procedimento su qualcuno o qualche cosa. La parola «terapia» in inglese non ha un verbo corrispondente, della qual cosa sono felice: io non posso fare niente a nessuno e, quindi, il termine «terapia» può meglio rappresentare il processo in corso, in cui entrano forze osservabili, forze comprensibili, forze agevolabili, ma non manipolate dall’esterno. 

In greco questa parola significa «aiutante» e il suo verbo «assistere». Desidero usare il termine inglese «terapia» con la piena forza del suo significato, per indicare un processo che — ammettiamolo pure — in qualche modo è curativo. Se però siamo abbastanza onesti e coraggiosi, dobbiamo riconoscere che esso va oltre le nostre possibilità di controllo. Infatti, se così non fosse, la vita sarebbe intollerabile. (Taft, 1932, p. 368)

Quando si esprime in questo modo, Jessie Taft ha forse raggiunto la piena maturità della sua riflessione teorica: è sempre più convinta che l’operatore sociale svolga un’importante azione di aiuto nella relazione con il cliente, ma l’artefice del cambiamento è il cliente stesso, anzitutto perché decide di aderire al processo di aiuto (l’«autoderminazione» del cliente), il che è già di per sé un risultato importante, in quanto rappresenta una vittoria sulla «naturale» resistenza che chiunque oppone alla necessità di acquisire consapevolezza circa l’esistenza di un «proprio» problema.

Lo stesso vale per l’elemento temporale: la dimensione del tempo veniva presa in considerazione dalla teoria rankiana, ma fu approfondita in maniera particolare dalla Taft, che la identificò come una variabile critica del processo di cambiamento. Lo sviluppo della relazione di aiuto è concepito in tre specifiche fasi (iniziale, intermedia e finale), ognuna delle quali produce specifici cambiamenti che si sommano nel processo complessivo.

L’elemento temporale, valorizzato dal metodo funzionale, troverà un’importante riscoperta negli anni Settanta e Ottanta, prima con l’approccio del task-centered casework e poi nella prospettiva ecologica di Germain e Gitterman.

Gli anni Trenta sono, per Jessie Taft, quelli del riconoscimento del suo impegno professionale. Dopo anni di docenza saltuaria, nel 1929 può finalmente coronare le sue giuste ambizioni accademiche con una cattedra presso la Pennsylvania University e nel 1936 diventa direttrice della Scuola di Social work. Il pensiero e l’insegnamento della Taft guidano il programma della Scuola, rendendola una delle principali sedi di formazione del Paese, anche in virtù della controversia che si sviluppò tra l’approccio funzionale di derivazione rankiana e l’approccio «diagnostico» basato sull’ortodossia freudiana. Si tratta di una contrapposizione che si ricompose — per così dire — solo nel 1957, con la pubblicazione del lavoro di Helen Harris Perlman, Social Casework: A Problem Solving Process.

 

Un’eredità poco riconosciuta

Nel 1950 la Taft va in pensione, dedicando gli anni che seguono alla traduzione e alla cura dei materiali prodotti da Otto Rank, a lei affidati, e predisponendo una biografia (Taft, 1958) che — almeno in parte — è anche un’autobiografia, per quanto concerne la sua importante collaborazione alla divulgazione della concezione rankiana della psicoterapia. Il 7 giugno 1960 muore improvvisamente di infarto e passa così il testimone a Virginia Robinson, che le sopravviverà fino 1977, curando la custodia e la valorizzazione di questa straordinaria esperienza umana e intellettuale.

La vicenda umana e scientifica di Jessie Taft nella storia «ufficiale» della professione è, al giorno d’oggi, quasi dimenticata. Basti dire che Frank J. Bruno (1957), nella sua dettagliatissima ricostruzione del social work attraverso gli atti delle National Conferences, riesce a non nominarla nemmeno una volta. James Leiby (1978, p. 184), la menziona un’unica volta, enpassant. Non a caso, forse, ambedue questi testi sono stati pubblicati dalla Columbia University, la cui Scuola di servizio sociale, legata al «metodo diagnostico», fu la più fiera avversaria della Penn School di Filadelfia. In realtà, tutti i testi del lavoro sociale contemporaneo parlano di «diritto all’autodeterminazione», del partire dal «qui e ora» dell’utente, dell’importanza del ruolo giocato dalla relazione interpersonale nel processo di aiuto o del riconoscimento del fattore tempo come componente organizzativa dell’intervento: siamo debitori di tutto ciò al casework funzionale e della sua ideatrice. Il ritornare alle origini di questi aspetti della pratica professionale odierna è il modo più proficuo per acquisire il senso storico dell’identità professionale e per dare il giusto riconoscimento a quanti si sono dedicati al suo sviluppo.

 

Bibliografia

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Fonte: La rivista del lavoro sociale, vol. 9, n. 2, (set. 2009), p. 289-298

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