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Helen Harris Perlman

Il modello del problem solving di Bruno Bortoli Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano

Helen Harris Perlman (St Paul (Minnesota) 20 dicembre 1905 Chicago (Illinois) 18 settembre 2004)

 

Un’estate al Jewish Social Service

Helen Harris era la prima dei quattro figli di Lazer e Annie Harris. I suoi genitori portavano lo stesso cognome perché appartenevano alla stessa famiglia. Lazer e Annie erano infatti primi cugini ma la famiglia del padre risiedeva a New York mentre quella della madre in Georgia e quindi si erano conosciuti solo in età adulta. La loro famiglia era emigrata negli Stati Uniti dalla Russia per sfuggire ai pogrom, le sommosse popolari antisemite avvenute tra il 1881 e il 1921. Negli scritti relativi alla sua infanzia (Perlman, 1989), Helen si sofferma scherzosamente su questa bizzarria della sua famiglia che faceva sì che i suoi membri avessero, tra di loro, più vincoli di parentela allo stesso tempo. Il clima nella famiglia di Helen era molto affettuoso, con scambi relazionali intensi, e ha sicuramente influito sulla sua natura ottimistica ed estroversa.

Il padre, un dirigente d’azienda che simpatizzava più per i dipendenti che per i datori di lavoro, incoraggiò molto i percorsi scolastici dei figli. Così, Helen frequentò i corsi all’Università del Minnesota dove, nel 1926, ottenne la laurea in letteratura inglese a pieni voti cumlaude. Helen desiderava diventare insegnante di inglese, ma la sua aspirazione si scontrò ben presto con le scarse opportunità che negli anni Venti in Minnesota venivano offerte alle donne, in particolare a quelle di origine ebraica. In quegli anni, infatti, non solo non vi era alcuna ebrea nei ruoli di insegnamento, ma non si prendeva nemmeno in considerazione l’idea di inserirne una. Helen allora si trasferì a Chicago con l’intenzione di trovare lavoro come pubblicitaria.

Nell’attesa di un impiego diverso, lavorò come operatrice sociale nel Jewish Social Service. Questo mondo non le era del tutto sconosciuto: una sua zia era stata una delle prime social workers ospedaliere. Nonostante la mancanza di una preparazione specifica, Helen riteneva — correttamente — di poter applicare in questo campo le sue abilità di scrittrice, che aveva appena iniziato a esercitare, e che le permettevano di comprendere e descrivere le azioni, i comportamenti, i sentimenti e i problemi delle persone. Helen non aveva un’idea chiara di quali fossero i problemi che le persone si trovavano ad affrontare ma, attraverso questa esperienza, scoprì che in molti casi essi erano simili a quelli che aveva incontrato nelle grandi opere della letteratura. Dopo un’estate passata al Jewish Social Service, non volle più abbandonare il lavoro sociale, nonostante nel frattempo le avessero offerto un lavoro da pubblicitaria.

Nei 18 anni successivi affinò le sue competenze sul campo e lavorò come social caseworker in diversi ambiti: servizi per la famiglia, social work scolastico, ospedale psichiatrico, servizi psicopedagogici. Nel 1933-1934 Helen — grazie a una borsa di studio messa a disposizione dal Commonwealth Fund — frequentò un corso di perfezionamento presso la New York School of Social Work e ottenne il diploma in social work psichiatrico. Ancor prima di aver completato i suoi studi, venne invitata a presentare la sua esperienza all’interno di corsi e seminari. In seguito, all’attività sul campo si affiancarono alcuni incarichi di insegnamento presso la New York School of Social Work. Dopo aver conseguito un master presso la Columbia University (1943), nel 1945 Helen venne chiamata all’Università di Chicago e iniziò una carriera di docente universitaria che si concluse ben oltre l’età canonica del pensionamento.

Nel frattempo anche la vita privata di Helen aveva avuto modo di svilupparsi in maniera significativa. Nel 1935 si era sposata con Max S. Perlman1, un operatore sociale diplomato alla Scuola di Amministrazione sociale dell’Università di Chicago, che negli anni del New Deal dirigeva una struttura di assistenza ai disoccupati. Nel 1942 nacque il loro unico figlio, Jonathan, che poi si sarebbe occupato di medicina pediatrica. Anche se i suoi impegni professionali la costrinsero a viaggiare molto, Helen non cambiò più residenza e rimase nella città di Chicago.

 

Il social work nella Scuola di Chicago

La tradizione che influenzava il social work all’Università di Chicago traeva origine dal movimento dei Settlement di Jane Addams e delle sue colleghe (le sorelle Abbott e Sophonisba Breckenridge)2. Qui la formazione al lavoro sociale aveva avuto modo di differenziarsi rispetto a quanto accadeva nelle città della costa atlantica. In queste ultime, infatti, la formazione era orientata a un ruolo quasi libero-professionale delle operatrici, caratterizzato da un casework di forte impronta psicoanalitica. A Chicago, invece, vi erano un maggiore collegamento con le scienze sociali e una visione dell’operatore quale animatore di azione sociale e promotore dell’intervento pubblico per la soddisfazione dei bisogni individuali e collettivi. Così, quando il casework entrò nel curriculum formativo di Chicago, si caratterizzò per il legame con le esigenze degli enti pubblici che si occupavano di assistenza (Bortoli, 2006).

Quando la Perlman iniziò la sua attività a Chicago, incontrò Charlotte Towle (1896-1966). La Towle era stata invitata a Chicago nel 1931 da Edith Abbott per le sue competenze formative nel casework, maturate in psichiatria e nella formazione degli operatori sociali presso le Scuole di New York e di Filadelfia. La Abbott riteneva infatti che queste competenze potessero dare un importante contributo a un indirizzo formativo che si proponeva di formare degli «esperti di servizi sociali alla persona». Grazie a una formazione di questo tipo, l’operatore non solo sarebbe stato in grado di interagire con i clienti, ma avrebbe anche acquisito competenze di analisi dei problemi e dei progetti di intervento, nonché capacità di comprendere gli aspetti legislativi e amministrativi dei servizi sociali, in particolare di quelli pubblici3. La Towle rappresentò un elemento di collegamento fra le pioniere dei Settlement e Helen Perlman e fu tra i protagonisti del tentativo di individuare un approccio di casework che permettesse di superare l’impasse causata dallo scontro fra Freudiani e Rankiani, di cui diremo in seguito.

Dopo il ritiro della Perlman dalla vita accademica, furono William J. Reid e Laura Epstein (1970) a continuare il percorso originale della Scuola di Chicago: il loro approccio al casework (alla pari del problem solving) si basava sull’attenzione alla concretezza dell’intervento, sull’ancoraggio al presente e sul diritto del cliente a partecipare all’intervento.

 

Una nuova struttura concettuale

La posizione accademica raggiunta da Helen Perlman la mise in condizione di riflettere sulla propria esperienza e su quella di molti altri colleghi e colleghe, permettendole di concentrarsi sulle diverse prospettive di casework che erano implicate nel lavoro di ognuno. Per mettere a confronto queste prospettive, la Perlman si dedicò all’approfondimento della psicologia dell’Io e delle sue implicazioni non solo sul lavoro sul caso, ma anche sullo sviluppo della personalità, sugli scambi che quotidianamente una persona realizza sul lavoro, in famiglia e negli altri ambiti sociali, sui processi di soluzione dei problemi sul piano clinico e educativo e sul modo in cui i valori sociali e il contrasto tra gli stessi condizionano l’organizzazione societaria. Tali riflessioni, coniugate con l’attività didattica principalmente rivolta al social casework, la stimolarono a sviluppare una struttura concettuale nuova.

L’obiettivo della Perlman era quello di integrare le diverse concezioni emergenti dalle scuole di pensiero psicoanalitico, spesso contrapposte, facendo riferimento in particolare ai sostenitori dell’approccio diagnostico (Freudiani) e a quelli dell’approccio funzionale (Rankiani). La Perlman, forte di una chiarezza di pensiero che derivava da lunghi anni di esperienza, riuscì a formulare una teoria di intervento professionale che considerava in modo originale le problematiche derivanti dal lavoro sui casi. Non si trattava di un rimaneggiamento della teoria di qualcun altro, né di un’adesione a una delle teorie prevalenti. Nel suo lucido stile di scrittura, Helen Perlman univa i concetti delle scienze sociali e della psicologia alla sua esperienza professionale, proponendo una nuova struttura concettuale per l’intervento sociale professionale.

Le preoccupazioni principali da cui partiva la riflessione della Perlman erano la concretezza e la connessione del casework alla quotidianità della vita sociale:

Mi ero accorta che, quando un cliente chiedeva di essere aiutato, l’operatore sociale, potenzialmente, si trovava di fronte una molteplicità di quesiti, di problemi interrelati e di conflitti. Non sapendo né da dove, né come cominciare, si rifugiava nella convinzione che bastava semplicemente parlare dei problemi e che, così facendo, vi sarebbe stato un esito positivo. Troppo spesso, questo non avveniva affatto. (Perlman, 1957, cit. in http://chronicle.uchicago.edu/960118/ perlman.shtml)

Questa preoccupazione si collocava nel solco della tradizione del social work «come azione concreta», volto a modificare — si auspicava in maniera decisiva — una situazione umana di difficoltà.

 

Ricollegare il casework al «sociale»

Un altro elemento che la Perlman recuperò dalla tradizione dei pionieri del social work e, questa volta, rifacendosi esplicitamente a Mary Richmond, è quello dell’espressione «sociale», utilizzata per riaffermare i collegamenti del casework (mai negati ma, di fatto, molto allentati) con i valori e i fini originari della professione. Quando, oggi, leggiamo il titolo della sua opera più famosa Social casework:A Problem solving process (1957), ci concentriamo più che altro sull’espressione «problem solving», mentre i contemporanei della Perlman erano colpiti dall’aggettivo «sociale» che rendeva il titolo una sorta di ossimoro.

Nel 1948, presentando un suo contributo alla National Conference of Social Work di San Francisco (Perlman, 1948), Helen Perlman osservava come regnasse una grande confusione in merito al significato del casework: vi era chi lo intendeva come una terapia, chi lo utilizzava come sinonimo di social work, chi ne parlava come di un «servizio» (come si direbbe per «servizio casa» o «servizio anziani»). Era invece importante capire, affermava la Perlman, che il casework non era un processo a sé stante, autosufficiente, ma trovava fondamento nel welfare pubblico, nei servizi sociali dei quali era parte:

Il social casework è un modo con il quale questi servizi vengono gestiti. Le prestazioni possono essere concrete, come un sussidio in denaro per garantire un minimo di salute e di vita decente, o possono essere intangibili, come la consulenza per affrontare le difficoltà di comportamento di un bambino.

Il casework è il metodo con cui queste prestazioni sociali vengono fornite. (Ibidem, p. 262)

E ancora:

[…] la filosofia su cui si fonda il casework è la stessa su cui si basa la democrazia. Afferma il valore essenziale di ogni essere umano; si basa sulla convinzione che nelle persone vi sono delle abilità nascoste e delle potenzialità che devono essere in condizione di agire per il bene dell’individuo e della società; evidenzia il fatto che gli uomini non nascono uguali e che la società deve, quindi, provvedere a un’uguaglianza di opportunità per compensare le disuguaglianze che gli uomini trovano quando vengono al mondo. Afferma, ancora, che è diritto di ogni uomo giungere a una vita soddisfacente anche dal punto di vista sociale. (Ibidem, p. 263)

Ma perché si riscontrava questa notevole difficoltà nel definire il casework all’interno del social work? Perché — rispondeva la Perlman — gli operatori si interessavano più che altro al mondo interiore della personalità, perdendo di vista l’importanza del mondo esterno, in cui la personalità si situava. Inoltre, si trovavano a operare in servizi sociali istituzionali in cui l’applicazione del casework era concepita in modo pervasivo, come unica chiave interpretativa della situazione del cliente. Tuttavia, il social casework si collocava proprio all’interno degli enti e quindi avrebbe dovuto rispettare metodologia e principi propri delle forme di assistenza. La sua metodologia si basava su principi ben determinati e prevedeva l’utilizzo di abilità che erano comuni a molte altre forme di assistenza, di counseling e di psicoterapia. Ma il tratto distintivo dell’aiuto offerto dal social casework era quello di avere luogo per legittimazione di un’istituzione sociale: veniva ritenuto il modo più efficace per far arrivare alle persone l’aiuto che gli enti avevano il compito di erogare (Perlman, 1953, p. 126).

L’istituzione sociale era uno strumento modellato per rappresentare e realizzare la volontà di una società: esisteva per proteggere individui o gruppi sociali, per prevenire il disadattamento sociale di individui o di gruppi e/o per promuovere

  1. sviluppo di migliori livelli di benessere individuale o di gruppo. L’ente quindi si faceva carico principalmente di due preoccupazioni della comunità: perseguire
  2. benessere dell’individuo e, allo stesso tempo, renderlo capace di trovare e di esprimere la propria autorealizzazione negli standard e nei valori ritenuti positivi dalla società.

 

Lavorare con i problemi delle persone

Tutto ciò aveva delle importanti implicazioni per il lavoro sociale professionale ed era soprattutto pertinente alle importanti domande relative alla specifica identità e agli obiettivi dell’operatore sociale:

In primo luogo il social caseworker non è un terapeuta indipendente a cui l’ente ha offerto lo spazio di un ufficio […] Il focus della sua preoccupazione e il lavoro con il cliente sono determinati in massima parte dalle funzioni del suo ente; la scheda nella quale registra l’intervento svolto a favore del cliente è una scheda dell’ente.

[…] molte delle cose che il caseworker può o non può fare e alcuni dei modi con i quali può o non può operare sono determinati dalle politiche dell’ente. (Ibidem)

Il pensiero della Perlman differiva sensibilmente da quello che all’epoca caratterizzava l’intervento di casework: non solo pensava che non tutte le persone necessitassero di una lunga psicoterapia ma riteneva che questa potesse addirittura risultare dannosa. L’elemento centrale del suo approccio stava, piuttosto, nel ritenere che si potessero ottenere esiti positivi «parzializzando» o separando in segmenti gestibili i problemi di un cliente e focalizzandosi su una specifica difficoltà che, secondo il cliente e l’operatore, andava risolta in un tempo stabilito (è particolarmente evidente, qui, l’influsso dell’approccio funzionale; vedi Bortoli, 2009). Un’importante caratteristica di tale parzializzazione stava nel fatto che lo stesso processo di intervento poteva essere applicato, successivamente, ad altre e differenti aree di difficoltà di vita.

Si tratta in effetti di un riuscito tentativo di mediazione volto a superare l’annosa querelle che aveva visto contrapporsi negli anni Trenta e Quaranta le due scuole di teoria del lavoro sociale, quella «diagnostica» freudiana, che aveva il suo centro a New York, e quella «funzionale» rankiana, presso l’Università della Pennsylvania. La nuova prospettiva presentata dalla Perlman — che permetteva di dirimere le controversie teoriche derivanti dai due approcci precedenti — portò al «modello del problem solving della Chicago School», che rimane ancora oggi uno degli approcci più fecondi nella pratica professionale degli operatori sociali.

Il libro più celebre della Perlman Social casework: A problem-solving process si occupa proprio di questo. L’opera fu pubblicata per la prima volta nel 1957 e, in seguito, venne tradotta in più di dieci lingue. La prima edizione italiana, del 1962, venne curata da Maria Luisa Emanuele per l’Opera Nazionale per l’Assistenza Religiosa e Morale degli Operai (ONARMO) che nel Secondo dopoguerra aveva dato vita a una ventina di scuole di servizio sociale diffuse in tutta Italia. Fu una scelta indovinata che portò a una riedizione due anni dopo e a una successiva, parziale riproduzione ne I modelli teorici del Servizio Sociale, a cura di Maria Dal Pra Ponticelli (1985).

Secondo il modello del problem solving, il casework costituisce un’estensione di quanto già avviene nella vita quotidiana. Infatti, ogni giorno della nostra vita ci troviamo a dover risolvere problemi, anche se non sempre lo facciamo consapevolmente. Ci rendiamo conto di essere di fronte a un problema solo quando, per qualche motivo, le conoscenze e le abilità di cui disponiamo non sono sufficienti ad affrontarlo.

Si presentano quindi delle occasioni nella vita di ognuno in cui, per risolvere un problema, è necessario mobilitare nuove risorse. Talvolta questo richiede un aiuto esterno perché diversi fattori, collegati tra loro, non rendono possibile trovare le risorse dentro di sé. Ciò, come indica la Perlman, può accadere in tre diverse condizioni:

  1. Mancanza degli strumenti necessari per affrontare la situazione (ad esempio, carenze materiali, deficit fisici e/o intellettuali, mancanze negli affetti).
  2. Esistenza di una discrepanza tra ciò che viene richiesto dal proprio ruolo e la motivazione e le capacità personali, oppure tra il ruolo e le aspettative degli altri, o ancora tra la realtà oggettiva e l’interpretazione che la persona ne dà. Chi vive questi tipi di discrepanza si sente confuso, frustrato e non riesce ad affrontare la situazione.
  3. L’esistenza di disturbi o distorsioni emotive, di pensiero e/o di comportamento, o di sintomi di difficoltà personali che influenzano negativamente il modo in cui la persona affronta gli scambi interpersonali o adempie ai suoi compiti di vita.

 

La persona in difficoltà come agente di cambiamento

Il social casework, in base a questo approccio, è una forma di aiuto che parte dal principio che i problemi della vita possono essere risolti solamente da coloro che li sperimentano. L’operatore sociale non deve quindi «sostituirsi» all’utente cercando di affrontare il problema al posto suo, ma deve, al contrario, cercare di rafforzare le risorse della personalità e dell’ambiente di vita, in senso sia umano che materiale, in modo da mettere in grado la persona di affrontare il problema da sé.

Lo strumento principale su cui si basa il processo di aiuto è perciò la relazione tra l’utente e l’operatore sociale. Attraverso di essa, la persona in difficoltà viene sostenuta e «educata» e può sperimentare rispetto, accettazione, empatia, interesse, tutti elementi che le permetteranno poi di affrontare con fiducia le difficoltà che si presenteranno.

Nella visione della Perlman il processo di aiuto consiste di quattro elementi interrelati (spesso ricordati come le quattro «p»): la persona che sperimenta il problema, la natura del problema, il posto, ossia l’ambito in cui ha luogo l’intervento di aiuto e, infine, la procedura attraverso la quale la soluzione viene messa in atto.

La principale caratteristica dell’approccio è quindi la persona vista nella sua natura umana costantemente in divenire. Da questo presupposto deriva un certo ottimismo — relativo al fatto che si possano affrontare con successo anche i problemi più complessi —, benché rimanga il realismo legato al riconoscimento che, in certi casi, possano essere ritenute valide soluzioni parziali e sia possibile un «miglioramento» anziché una completa «guarigione». L’approccio racchiude in sé allo stesso tempo due prospettive: quella olistica, che considera le persone in senso unitario, e quella della parcellizzazione, che si rivolge alle questioni particolari che le persone devono affrontare nella loro vita.

In questo approccio non si pone l’enfasi sulla ricerca delle «cause» del problema, ma lo si affronta in senso pragmatico. Il problema va reso «operazionale», ossia esplicito, chiaramente definito e analizzato, in modo da capire i diversi modi concreti in cui può essere affrontato. Non viene postulata la necessità di complessi schemi diagnostici onnicomprensivi.

La variabile del «posto» fa emergere l’importanza della struttura organizzativa e delle procedure utilizzate per erogare le risorse, legate alla «funzione di agenzia»4.

Dopo aver messo in evidenza l’importanza che l’utente sia l’effettivo risolutore del proprio problema, la Perlman sottolinea la necessità di aiutare la persona a impegnarsi in un processo di problem solving. In questo modo il «bisognoso» diventa «cittadino» e viene rispettato e promosso il suo diritto all’autodeterminazione, attraverso l’individuazione di un ventaglio di opzioni disponibili.

Le caratteristiche principali del modello elaborato dalla Perlman possono essere ricondotte a un’interpretazione particolare del concetto di «funzionamento sociale». È proprio in questa prospettiva che va considerata la sua concezione della «normalità» dei compiti di problem solving, e quindi la tendenza a concentrarsi sulle concrete difficoltà sperimentate nell’adempiere a questi compiti, piuttosto che sulla gestione della patologia che potrebbe «causare» il fallimento. Vanno sempre nella stessa direzione anche la considerazione dell’utente come il principale agente di cambiamento e la concezione dei ruoli sociali come contesto in cui i problemi insorgono e devono essere risolti.

È proprio all’interno di questo approccio che emerge con maggiore evidenza l’oggetto del servizio sociale, quell’interfaccia tra individuo e ambiente che rende insufficiente una prospettiva di intervento unicamente psicologica, nella sua attenzione al singolo individuo, o unicamente sociologica, nell’attenzione al contesto ambientale esterno all’individuo.

 

Una professione che «riscalda il cuore»

Helen Harris Perlman ha pubblicato più di 75 saggi e altri 7 volumi, oltre a quello menzionato sopra. A questi scritti di natura «professionale» bisogna aggiungere degli scritti a carattere letterario con i quali, sia durante la vita professionale sia dopo il pensionamento, l’autrice coltivò la sua originaria vena di scrittrice. Peraltro, una cesura decisa fra i due generi è impossibile: così, The dancing clock and other childhood memories (1989), che raccoglie le memorie della sua infanzia, viene presentato dall’autrice anche come un contributo per aiutare i lettori «a esplorare e ricordare in che modo hanno reagito agli eventi della propria infanzia e come ne sono stati segnati». Nei due volumi Persona: Social role and personality (1968) e Relationship: The heart of helping people (1979), sono raccolti saggi dal contenuto omogeneo, nei quali l’autrice prosegue la riflessione sul carattere sociale del casework evidenziando che gli esseri umani, fin dalla nascita, «si nutrono, crescono, si formano, socializzano, incontrano difficoltà o agevolazioni attraverso le relazioni con gli altri esseri umani» (Perlman, 1968, p. 3). Queste affermazioni sottintendono che lo scopo principale del social work è l’integrazione sociale, in vista della quale esso cerca di colmare gli eventuali limiti della socializzazione primaria e di quella secondaria.

Nella corso della sua lunga vita, Helen Harris Perlman ebbe modo di ottenere tanti riconoscimenti sia sul piano professionale sia su quello accademico. Uno dei più importanti riguardò — in occasione del suo novantesimo compleanno — l’istituzione presso la School of Social Service Administration dell’Università di Chicago, nel 1996, di una cattedra di visiting professorship dedicata al suo nome e a quello del marito Max, scomparso qualche tempo prima.

Inoltre, negli annali dell’Università di Chicago, Helen Perlman è spesso ricordata come la prima donna entrata a far parte di prestigiosi organismi accademici. Certamente era un segno dei tempi che stavano cambiando, ma anche un importante riconoscimento della sua forte personalità.

I riconoscimenti a cui teneva maggiormente, però, erano quelli legati al testo So you want to be a social worker (1962), ripubblicato anche otto anni più tardi, dove aveva cercato di trasmettere la sua idea di operatore sociale indicando quali fossero i requisiti necessari per agire professionalmente nel social work, oltre a illustrare le principali metodologie di intervento (individuale, di gruppo e di comunità). Questo libro, che viene consigliato ancora oggi a chi voglia avvicinarsi al lavoro sociale, era molto caro alla Perlman. Si commuoveva sempre quando, anche in tarda età, riceveva quattro o cinque lettere all’anno di signore che le scrivevano di essere entrate nel lavoro sociale relativamente tardi (perché in precedenza si erano occupate dell’accudimento dei figli), ma di esserne rimaste entusiaste. Il fatto di essere entrata nel social work quasi per caso e senza una preparazione formale, ma di averlo poi svolto con grande passione, la faceva sentire vicina alle sue interlocutrici che, comunicandole il loro entusiasmo, le «riscaldavano il cuore».

 

Bibliografìa

Bortoli B. (2006), Igiganti del lavoro sociale, Trento, Erickson.

Bortoli B. (2009), Jessie Taft. Partire dal «qui ed ora» dell’utente, «Lavoro sociale», vol. 9, n. 2, pp. 289-298. Dal Pra Ponticelli M. (a cura di) (1985), I modelli teorici del servizio sociale, Roma, Astrolabio.

Harris Perlman H. (1948), Casework services in public welfare. In Proceedings ofThe National Conference of Social Work, New York, Columbia University Press, pp. 261-269.

Harris Perlman H. (1953), Social components of casework practice. In The Social Welfare Forum 1953, New York, Columbia University Press, pp. 124-136.

Harris Perlman H. (1957), Social casework: A problem-solving process, Chicago, The University of Chicago Press, trad. it. Il Casework, Roma, ONARMO, 1962.

Harris Perlman H. (1962), So you want to be a social worker, New York, Harper,

Harris Perlman H. (1968), Persona: Social role and personality, Chicago, University of Chicago Press. Harris Perlman H. (1979), Relationship: The heart of helping people, Chicago, University of Chicago Press. Harris Perlman H. (1989), The Dancing clock and other childhoods memories, Chicago, Academy Chicago Publishers.

Lewin Rhoda G. (2009), Helen Harris Perlman 1905-2004, Jewish Women’s Archive, Jewish Woman: A comprehensive historical encyclopedia, http://jwa.org/encyclopedia/artide/perlman-helen-harris. Perlman: Lifetime of leadership in social service, «University of Chicago Chronicle», Jan 18, 1996, vol. 15, n. 9, http://chronicle.uchicago.edu/960118/perlman.shtml.

Perlman developed «Chicago School» of social service practice, «University of Chicago Chronicle», vol. 24, n. 2, October 7, 2004, http://chronicle.uchicago.edu/041007/obit-perlman.shtml.

Reid WJ. e Epstein L. (1970), Task centered casework, New York, Columbia University.

Towle C. (1945), Common human needs, Washington, U.S. Federal Security Agency, trad. it. Introduzione all’assistenza sociale, Roma, Opere Nuove, 1952.

 

Note:

  1. Max S. Perlman (1907-1994) durante la seconda guerra mondiale operò in Italia e nel Nordafrica per il Comitato americano che assisteva gli ebrei rifugiati. Dal 1945 al 1971 svolse funzioni dirigenziali per la Jewish Federation of Chicago, l’istituzione che organizza i servizi sociali per la comunità ebraica.
  2. La biografia di Sophonisba Breckenridge, curata da Bruno Bortoli, è riportata in «Lavoro sociale», vol. 5, n. 1, 2005, pp. 123-130. Per approfondire il ruolo di Jane Addams e delle sorelle Abbott nello sviluppo del lavoro sociale, vedi B. Bortoli I giganti del lavoro sociale,Trento, Erickson, 2006. [ndr]
  3. Nel 1945 la Towle pubblicò, col sostegno del Governo federale, Common Human Needs,in cui affermava il principio del diritto ai servizi pubblici di assistenza e la necessità che gli operatori dell’assistenza pubblica comprendessero i bisogni psicologici, le potenzialità degli individui e le loro relazioni con l’ambiente sociale. Come altri importanti social worker (John Lindeman, Bertha Reynolds e Mary Van Kleeck), fu una vittima del maccartismo: nel 1951 il suo testo, ritenuto «socialista», venne bandito dal Governo. Il testo sarà rieditato qualche anno dopo, con ancora maggiore successo, per conto dell’American Association of Social Workers.
  4. Con «funzione di agenzia» si fa riferimento a quella che oggi chiameremmo «competenza istituzionale dell’ente» (per un approfondimento del significato di «funzione di agenzia» vedi B. Bortoli, Jessie Taft. Partire dal «qui e ora» dell’utente,«Lavoro sociale», vol. 9, n. 2, 2009, pp. 289-298).

 

Fonte: La rivista del lavoro sociale, Vol. 10, n. 2, settembre 2010 (p .279-287)

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