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Florence Kelley

Una vita di impegno sociale di Bruno Bortoli Università di Trento

Florence Kelley (Philadelphia, 12 settembre 1859 17 febbraio 1932)

 

Tra le grandi figure di donne che hanno contribuito alla giustizia sociale nella prima parte del Ventesimo secolo, Florence Kelley è senza dubbio una delle più importanti. Tuttavia, non accade spesso di sentir ricordare il suo nome, così come quello delle sue amiche e colleghe Julia Lathrop1 o Lillian Wald2. Le sue azioni per l’abolizione del lavoro minorile, per la promozione della legislazione a tutela delle donne, per l’istituzione dei minimi salariali e per lo sviluppo di servizi materno-infantili testimoniano un impegno incisivo e originale, che meriterebbe un riconoscimento di tutto rispetto (Goldmark, 1953).

 

Gli anni della formazione

Florence Kelley nacque a Philadelphia, in Pennsylvania, il 12 settembre 1859, figlia del deputato al Congresso degli Stati Uniti William D. Kelley. Durante l’infanzia,

Florence ebbe la fortuna di essere circondata da molti familiari aderenti a posizioni progressiste. Una zia di Florence era stata tra le fondatrici della World Anti-Slavery Convention3. Il padre, protestante di origine irlandese, aveva studiato diritto da autodidatta nel tempo ritagliato al suo lavoro nel laboratorio orafo di famiglia. Queste esperienze l’avevano portato a maturare posizioni abolizioniste e a sostegno dei lavoratori. Ancora bambina, Florence era andata con lui a visitare le officine dove, anche nei turni di notte, ragazzi molto giovani erano adibiti alla pesante lavorazione del ferro e del vetro. Le condizioni di lavoro pericolose e difficili di cui fu testimone influenzarono il suo impegno, durato tutta la vita, contro lo sfruttamento dei bambini nelle fabbriche e nel lavoro a domicilio.

Terza di otto figli, Florence perse ben cinque sorelle, morte precocemente per quelle infezioni intestinali che erano le principali causa di mortalità infantile dell’epoca, cui non sfuggivano nemmeno i membri delle famiglie benestanti (Sklar, 1995)4. La morte della sorellina di sei anni — quando lei ne aveva dodici — la segnò profondamente e, come unica figlia rimasta, sentiva profondamente i doveri di sostegno familiare connessi al ruolo di figlia maggiore.

Lei stessa soffrì diverse malattie che le impedirono la frequenza regolare ai vari gradi di scuola: così, per la maggior parte, la sua cultura si formò nella ben fornita biblioteca paterna. Per un periodo frequentò comunque una scuola privata: si trattava di un’istituzione quacchera di Philadelphia, che innescò il suo interesse verso le riforme sociali, dotandola delle abilità di base necessarie a realizzare inchieste sociali.

Incoraggiata dal padre, a 17 anni si iscrisse alla Cornell University. Benché la salute le impedisse ancora una volta di frequentare regolarmente, nel 1882 ottenne il suo bachelor degree con una tesi intitolata: On Some Changes in The Legal Status of the Child since Blackstone. Al diploma fece seguito un anno di insegnamento presso le scuole serali per lavoratori di Philadelphia.

Nel 1883, durante un viaggio in Europa, decise di iscriversi all’università di Zurigo, una delle poche università europee aperte anche alle donne. Qui abbracciò gli insegnamenti del socialismo. Dai suoi contatti con Friedrich Engels, che proseguirono per una decina d’anni, prese avvio la traduzione del libro The Conditionsofthe Working Class in England, pubblicato in inglese nel 1887.

A Zurigo incontrò Lazare Wischnewetzky, uno studente di medicina russopolacco, attivista del movimento socialista. Si sposarono nel giugno 1884. L’anno seguente si trasferirono a New York, dove aderirono al Socialist Labour Party, un partito modellato sulla falsariga di quelli europei, dal quale però furono ben presto espulsi per divergenze ideologiche. Il matrimonio non fu felice e terminò nel 1891. Sulle cause di questa rottura ci sono versioni divergenti, ma sembra che le difficoltà economiche, le differenze culturali e una certa incompatibilità caratteriale logorassero in maniera definitiva la vita coniugale. Dopo il divorzio e un periodo trascorso a Chicago nelle vicinanze di Hull House5 (Bortoli, 2004), vi si trasferì assieme ai figli, rimanendo fino al 1899.

 

A Hull House, contro lo sfruttamento di donne e bambini

A Hull House conobbe Jane Addams6 (Bortoli, 2004) e altri riformatori sociali.

Il suo primo interevento fu una survey intensiva nel miglio quadrato che stava attorno al settlement. Trovò bambini di tre anni che lavoravano in improvvisati laboratori di confezioni, collocati nei sudici appartamenti dei caseggiati popolari7. Nel 1892, per conto dell’Illinois Bureau of Labor Statistics condusse ulteriori ricerche sulle condizioni degli slums di Chicago. I rapporti di ricerca, assieme ad altri contributi pubblicati successivamente in Hull-House Maps and Papers (1895), presentano una vivace raffigurazione delle miserabili condizioni di vita e di lavoro.

D’abitudine il lavoro dei bambini era giustificato in campagna e nell’ambito familiare, anche se si rivelava spesso estremamente pesante. Ciò che venne evidenziato dalle inchieste della Kelly era qualche cosa di più: si trattava di un orribile sfruttamento di bambini davvero molto piccoli che, «se pure riuscivano a sopravvivere alle condizioni cui venivano sottoposti, avevano alte probabilità di rimanere invalidi per tutta la vita e comunque sicuramente incapaci, nel corpo e nella mente, di assumersi le responsabilità della vita adulta.» (Leiby, 1978, p. 148). Da coerente progressiva, attenta all’ordine e all’efficienza sociale, la Kelley era colpita non soltanto dalla sofferenza di questi giovanissimi operai, ma soprattutto dagli enormi costi sociali che le inevitabili malattie, disabilità, povertà e devianza criminale avrebbero comportato. La facevano infuriare non tanto la miope avidità degli imprenditori e la connivenza dei genitori (compresi quei cittadini che si facevano dare in affidamento i bambini degli orfanotrofi per poi farli sfruttare nelle officine dei dintorni) quanto la compiacenza delle autorità, soprattutto quelle scolastiche che non facevano rispettare l’obbligo di frequenza e quelle giudiziarie che, con leggerezza, insistevano sulla prevalente «libertà di impresa».

Hull House, sempre pronta a sostenere gruppi e organizzazioni che lottavano per migliorare le condizioni di vita delle fasce deboli, appoggiava strenuamente il sindacato degli operai tessili (in maggioranza donne e minori). Si mettevano a disposizione spazi per gli incontri, si organizzavano manifestazioni di sostegno agli scioperi, si raccoglievano fondi per aiutare i membri del sindacato estromessi dal loro posto di lavoro. Quando, durante uno sciopero, uno dei leader sindacali venne arrestato, Florence Kelley organizzò delle manifestazioni di protesta.

John Peter Altgeld8 era un assiduo frequentatore di Hull House. Eletto governatore dell’Illinois, nel 1893 finanziò un progetto della Kelley volto a creare un locale ispettorato del lavoro. Florence formò il suo staff con dodici operatrici, fra le quali Alzina Stevens9 e Mary Kenney. In quegli stessi anni, considerando la difficoltà di perseguire efficacemente i trasgressori, completò i propri studi legali alla Northwestern University e si iscrisse all’albo professionale degli avvocati. Nel 1894 Altgeld e la Kelley convinsero il parlamento dell’Illinois a regolamentare il lavoro a domicilio e il lavoro minorile. Il lavoro delle donne e dei bambini venne limitato a otto ore giornaliere, con il divieto di impiegare minori sotto i quattordici anni di età. Fu purtroppo un successo di breve durata: nel 1895 gli industriali riuscirono a far annullare il provvedimento; nel 1897 Altgeld non venne rieletto e il progetto guidato dalla Kelley non ebbe seguito.

Dopo il licenziamento da ispettrice, Florence continuò a risiedere a Hull House. Per mantenere se stessa e i figli lavorava in una biblioteca cittadina, ma senza che il suo impegno sociale venisse meno: teneva conferenze e scriveva saggi sul socialismo e sui problemi del lavoro.

 

Giustizia sociale e ruolo dei consumatori

Nel 1891 era sorta a New York, per iniziativa di Josephine Shaw Lowell10, una delle prime leghe di consumatori, con lo scopo di convincere gli acquirenti a preferire i prodotti delle ditte che garantivano migliori condizioni ai lavoratori. L’idea originaria era stata quella di coinvolgere le clienti benestanti dei grandi magazzini al fine di ottenere migliori condizioni di impiego per le commesse e i ragazzi che vi lavoravano. Nel 1898, in concomitanza di uno sciopero dei lavoratori dell’abbigliamento, la lega di New York aveva svolto un’inchiesta dalla quale risultò che i capi di vestiario, anche quelli particolarmente pregiati, erano spesso rifiniti a domicilio, in tuguri dove era probabile che aleggiassero malattie contagiose. Così la lega trasferì il proprio interesse dagli addetti alla vendita agli operai manifatturieri.

Nel 1899 venne ricostituita la National Consumers’ League, nata dall’associazione di alcune organizzazioni di consumatori. Florence Kelley si trasferì a New York per gestirne la segreteria generale e ne mantenne la leadership per tutta la vita, contribuendo ad organizzare 60 sezioni locali in 20 stati e realizzando due conferenze internazionali. Sotto la sua guida, la NCL divenne un gruppo radicale di pressione, determinato ad abolire il lavoro infantile, fissare dei minimi salariali e limitare l’orario di lavoro per le donne e i minori. «La lega era Florence Kelley e lei era la lega» (Chambers, 1963, p. 4). Ogni sua azione era dominata allo stesso tempo dalla passione morale, da un realismo freddo e pragmatico, da un disciplinato rigore. Ogni suo lavoro iniziava invariabilmente con un’inchiesta, proseguiva con un rapporto e si concludeva con una proposta.

I leader della League perseguivano i propri obiettivi con modalità tipicamente «progressive»11: facevano affidamento sia sull’informazione che sull’esortazione morale. All’inizio, speravano che bastassero metodi amichevoli per convincere gli imprenditori a ridurre il lavoro minorile, aumentare i salari e migliorare le condizioni di lavoro. Infatti, come altre associazioni impegnate dell’epoca, la NCL poneva la sua fede nell’intelligenza e nella buona volontà dei cittadini americani, nonché nel loro desiderio di rimediare alle cose sbagliate. Un atteggiamento che, più tardi, Frances Perkins 12 sintetizzerà con queste parole: «Se le persone fossero a conoscenza delle condizioni di lavoro disumane e dello sfruttamento cui vengono sottoposti i bambini, sarebbe naturale per loro reagire con moralità e responsabilità» (Chambers, 1963, p. 4).

È nel quadro di queste idee che va collocata l’introduzione della «white label», un’etichetta apposta sulle confezioni a testimoniare che il capo di vestiario era stato prodotto nel rispetto dei diritti dei lavoratori riconosciuti dalla legge. Gli imprenditori che rispettavano gli standard previsti dalla NCL potevano corredare i propri prodotti con l’etichetta bianca, mentre la Lega promuoveva il boicottaggio dei prodotti non contrassegnati. La proibizione del lavoro infantile era il primo dei requisiti necessari per ottenere l’etichetta bianca della NCL: ciò testimonia nei fatti come la piaga del lavoro infantile sia stata al centro della guerra intrapresa dai «progressivi» contro la povertà. La Kelley divenne una sorta di ispettrice di fabbriche e di negozi per conto dei consumatori coscienziosi. Creò, assieme a Lillian Wald, una commissione cittadina finalizzata a raccogliere e pubblicare informazioni sul lavoro infantile e sul problema di documentare l’età dei precoci lavoratori. La concorrenza sui prezzi, tipica di un’economia competitiva, si dimostrò tuttavia un’insormontabile barriera per il programma della League. L’etichetta bianca e la white list che elencava tutti i produttori «autorizzati» ebbero un successo solo momentaneo (Bruno, 1957).

La lega entrò così nell’agone politico, reclamando l’uso del potere amministrativo dello Stato. Gli aderenti alla Lega, non molti ma autorevoli e ben distribuiti, divennero i leader del movimento che premeva per una legislazione a tutela dei lavoratori, donne e minorenni in particolare.

L’esperienza della NCL fu una delle poche che, in quel periodo, mise in relazione attivisti statunitensi ed europei. È soprattutto nei due congressi internazionali, tenuti a Ginevra nel 1908 e a Lione nel 1914, che si ebbe uno scambio di idee e di tecniche rispetto alle azioni di tutela proposte da questi movimenti. Dagli atti emerge tuttavia anche una certa difficoltà di incontro tra il modello statunitense e quello europeo, per i diversi contesti politico-economici di riferimento. Ad esempio, sorsero divergenze riguardo al lavoro a domicilio. La Kelley, che guidava la delegazione americana, era severamente contraria. I delegati europei di Germania, Svizzera e Francia, invece, lo vedevano come un’accettabile fonte di integrazione del reddito familiare, per certi versi meno insalubre del lavoro in fabbrica. Anche sulla regolazione del lavoro femminile si registrarono pareri contrapposti tra americani e tedeschi, con i primi che proponevano l’abolizione del lavoro notturno e degli straordinari, mentre i secondi lo ammettevano all’interno di una quadro di tutele e di controlli già previsti dalla legge. Questa interessante esperienza internazionale doveva bruscamente concludersi con l’inizio del secondo conflitto mondiale che, in Europa, segnerà il declino irreversibile di questi movimenti (Athey, 1978).

 

Le vedove del lavoro non dovrebbero esistere!

In patria, Florence Kelley lottò per l’attuazione della registrazione anagrafica delle nascite e perché venisse attribuita agli imprenditori la responsabilità di documentare l’età dei loro giovani operai, in modo da combattere lo sfruttamento del lavoro infantile. Il rafforzamento dell’obbligo scolastico era un altro elemento strategico per mettere fuori legge il lavoro infantile.

È del 1905 la pubblicazione di Some Ethical Gains Through Legislation, nel quale la Kelley evidenzia la necessità di una commissione federale per la tutela dell’infanzia. Nel 1906 il comitato newyorkese fondato con Lillian Wald allarga il suo raggio d’azione all’intero Paese: diviene National Committee on Child Labor e volge la sua attenzione soprattutto al lavoro minorile nelle fabbriche tessili degli Stati del sud, con il sostegno degli industriali tessili del Nord, per i quali l’assunzione di manodopera infantile era già stato proibita. L’attenzione al lavoro infantile e femminile si sostanzia, in particolare, nella richiesta di fissare minimi salariali e orari massimi di lavoro. Donne e bambini, infatti, difficilmente potevano dar vita a unioni sindacali e quindi, in assenza di forme di autotutela, un intervento protettivo dello Stato risultava necessario. D’altro canto i bassi salari erano il motivo per cui i genitori contribuivano a violare la legge, inviando i loro figli a svolgere un lavoro remunerato. (Leiby, 1978). Queste iniziative contribuirono in maniera determinante alla costituzione, nel 1912, dell’U.S. Children’s Bureau.

Con il giudice di Corte suprema Louis Brandeis13 e con l’aiuto di giovani colleghe, la Kelley utilizzò in modo pionieristico i dati scientifici sulle sofferenze fisiche e morali conseguenti all’eccessivo orario di lavoro: ne fece uno strumento per influenzare le decisioni della Corte riguardo ai limiti legali all’orario di lavoro femminile.

Lottatrice valente e piena di risorse, inesauribile nell’escogitare nuove strade per perseguire i suoi obiettivi sociali, Florence Kelley fu una delle prime ad evidenziare come la strategia per il cambiamento sociale dovesse prevenire i mali sociali e le ingiustizie, non limitarsi ad attenuarne le conseguenze negative. Bruno (1957) ricorda come, durante un dibattito relativo alla concessione dei sussidi alle vedove degli operai, la Kelley facesse trasalire i suoi ascoltatori dicendo: «Ritengo piuttosto che le vedove non dovrebbero esistere!» Questa affermazione sintetizzava in maniera drammatica l’estrema facilità con la quale i capofamiglia perdevano la vita sul lavoro e, contemporaneamente, sottolineava che non aveva senso prendersi cura delle vedove se non si pensava anche prevenire tutte quelle morti.

Tra i suoi scritti, accanto al già citato Some Ethical Gains Through Legislation, ricordiamo Modern Industry in Relation to the Family (1914), The Supreme Court and Minimum Wage Legislation (1925) e la sua Autobiography (1927).

Nel settembre 1905 Florence Kelley si unì a Upton Sinclair e a Jack London per formare l’Intercollegiate Socialist Society. Negli anni immediatamente successivi si recò frequentemente nei campus americani per fare proseliti fra gli studenti, conquistando l’adesione di Frances Perkins. Strenua sostenitrice del suffragio femminile (per parecchi anni fu vicepresidente della National American Woman Suffrage Association) e dei diritti civili degli afro-americani, sostenne la costituzione della National Association for the Advancement of Coloured People (1909). Pacifista impegnata, si oppose al coinvolgimento degli Stati Uniti nella Prima guerra mondiale e divenne membro del Woman’s Peace Party (WPP) e della Women’s International League for Peace and Freedom (WILPF).

Florence Kelley è considerata una delle grandi esponenti della Chicago Women’s School of Sociology, una scuola di pensiero che, a cavallo fra Diciannovesimo e Ventesimo secolo, era impegnata in svariati campi per il miglioramento delle condizioni sociali (Deegan, 1991). La Kelley fu persona di grande cultura e di grande successo: combinazione molto rara per una donna dei suoi tempi. L’aver coniugato la scienza allo zelo morale, la rendono «luminosa nella sua compassione profonda e nella sua giusta indignazione». (Leiby, 1978, p. 149). I suoi solidi dati di ricerca erano presentati con stile efficace: le sue capacità di descrivere le oppressive condizioni della classe lavoratrice erano comparabili a quelle di Charles Dickens. Sempre vestita di nero, tanto faceva poca attenzione al proprio comfort, quanto si interessava incessantemente ai bisogni degli altri. Chi la incontrava veniva inevitabilmente scosso dal suo vigore e dalla sua lealtà. La sua amica e biografa Josephine Goldmark l’ha definita «un’impaziente crociata»: mente aperta e lingua tagliente, chiedeva agli altri la stessa devozione ed energia che lei metteva in ogni causa. Lavorare con Florence era una promessa di sfida e di avventura. Era forse anche la possibilità di un impegno che, spesso, la comunità di allora negava al genere femminile.

La maggiore eredità di Florence Kelley è dunque il suo esempio di zelo e di totale fedeltà alla causa della giustizia per le vittime dai peggiori eccessi del primo capitalismo. A dispetto delle sue tragedie personali, come il divorzio e la morte della sua amata figlia; nonostante le sconfitte subite, come le ripetute dichiarazioni di incostituzionalità di molte riforme legislative conquistate con i denti; a dispetto — ancora — delle pubbliche invettive in cui veniva etichettata come una «rossa» comunista; nonostante il lavoro duro e talvolta pericoloso, le visite ai laboratori infetti dal colera, la sua cronica mancanza di denaro, il suo carattere di inclinazione impaziente, Florence Kelley si batté tutta la vita, costante e indomita, per una società più giusta. Morì a Germantown, presso Philadelphia, il 17 febbraio 1932.

 

Bibliografia

Athey L.L. (1978), From Social Conscience to Social Action: The Consumers’ Leagues in Europe, 1900-1914, «Social Service Review», pp. 362-382.

Bortoli B. (2004), Jane Addams: tra impegno sociale e impegno politico fino al Nobel per la pace, «Lavoro Sociale», vol. 4, n. 1, pp. 123-132.

Bruno F. J. (1957), Trends in social work 1874-1956, New York, Columbia University Press.

Chambers C.A. (1963), Seedtime of reform. American social service and social action 1918-1933, Minneapolis, University of Minnesota Press.

Deegan, M. (1991), Women in sociology: a bibliographical sourcebook, New York, Greenwood Press. Goldmark J. (1953), Impatient crusader, Urbana, University of Illinois Press.

Kelley F (1895), Hull-House maps and papers, a presentation of nationalities and wages in a congested district of Chicago, together with comments and essays on problems growing out of the social conditions, New York, T.Y. Crowell.

Kelley F (1905), Some Ethical Gains Through Legislation, rist New York, Arno, 1969.

Kelley F (1914), Modern Industry in Relation to the Family Health, Education, Morality, London, Longmans, Green; rist. & Hyperion, 1975.

Kelley F (1925) The Supreme Court and minimum wage legislation : comment by the legal profession on the District of Columbia case, New York, New Republic, Inc.

Kelley F. (1927), Autobiography, Chicago, publ. for the Illinois Labor History Society by the C.H., Kerr Pun. Co., 1986.

Leiby J. (1978), A history of social welfare and social work in the United States, New York, Columbia University Press.

Sklar K. (1995), Florence Kelley and the nation’s work, New Haven, Yale University Press.

 

Note

  • Julia Lathrop (1858-1932), dopo un’esperienza come assistente nello studio del padre, avvocato, raggiunse le amiche Jane Addams e Ellen Gates Starr a Hull House, dove mise a disposizione dei residenti le sue conoscenze legali e le sue grandi doti organizzative. Fu una delle fondatrici del primo Tribunale per i minorenni degli Stati Uniti, nel cui ambito collocò un servizio di neuropsichiatria infantile. Fino alla sua morte, fu sempre impegnata nei progetti di tutela dell’infanzia e nel sostenere ‘abolizione della pena capitale per i minorenni. Ebbe un ruolo di spicco nel predisporre una legge del 1921 che prevedeva finanziamentistatali per l’assistenza sanitaria a madri e bambini; questa legge, accusata di essere un progetto «comunista» importato dall’estero, fu poi giudicata incostituzionale dalla Corte Suprema.
  • Lillian Wald (1867-1940) è la Florence Nightingale statunitense: infermiera, fu responsabile dell’Henry Street Settlement di New York dal 1892 al 1933. Da lì avviava le sue efficaci azioni per dotare i quartieri popolari di New York di una rete infermieristica su base volontaria (1903), per sostenere i diritti civili delle persone di colore; per istituire l’ U.S. Children’s Bureau (1912), e per manifestare a favore della pace. Dopo la Prima guerra mondiale, le sue posizioni politiche radicali la fecero collocare nel libro nero dei «rossi» che venivano emarginati dalla vita pubblica.
  • Fu un’iniziativa abbastanza estemporanea di antischiavisti inglesi che decisero, nel giugno 1840, di invitare a Londra i rappresentanti delle organizzazioni antischiaviste delle due sponde dell’Atlantico. Inaspettatamente, rispetto agli intendimenti degli organizzatori, intervennero diverse donne, soprattutto dagli Stati Uniti.
  • Nel 1870, un terzo di tutti i bambini di Philadelphia moriva entro dieci anni di età (Sklar, 1995).
  • Settlement fondato a Chicago nel 1889 da Jane Addams ed Ellen Starr. Il movimento delle «residenze sociali» (settlement) si basava sulla convinzione che, se i più fortunati avessero vissuto in mezzo ai meno fortunati, avrebbero imparato a conoscere i problemi nella loro dimensione reale ed il modo di affrontarli. I primi ad applicare questa regola erano stati gli studenti e docenti universitari inglesi invitati dal pastore Samuel Barnett a vivere in mezzo ai parrocchiani poveri, a Toynbee Hall, nell’East End di Londra. Almeno quattro settlement realizzati negli Stati Uniti, fra cui il primo fondato nel 1886 a New York da Stanton Coit e il più famoso Hull House, si sono ispirati direttamente a questa esperienza londinese.
  • Jane Addams (1860-1935) è considerata assieme a M. Richmond la fondatrice del servizio sociale americano. Eminente sociologa, si distinse per il suo impegno a difesa delle donne e dei diritti civili. La sua attività di pacifista le valse nel 1931 il Nobel per la pace.
  • I tenements-,tipici caseggiati popolari degli slum cittadini, con tre-quattro piani di piccoli appartamenti sovraffollati, poco illuminati e poco areati.
  • La carriera politica di John Peter Altgeld (1847-1902) non fu fortunata: governatore dell’Illinois dal 1893 al 1897, gli venne rimproverata troppa indulgenza nel chiedere la revisione di condanne adottate con debolissime prove e il non aver impedito con la forza uno sciopero dei ferrovieri.
  • Alzina Stevens (1849-1900) fu una delle poche residenti di Hull House appartenenti alla classe lavoratrice. Nominata ispettrice del lavoro sotto la guida di F. Kelley, fu la prima officerprobationdel Tribunale minorile di Chicago.
  • Josephine Shaw Lowell (1843-1905), una delle fondatrici della Charity Organization Society di New York, fu molto ammirata da Mary Richmond, che la prese a modello per la propria azione di social worker. Pubblicò numerosi opuscoli sui fondamenti teorici dell’intervento di aiuto.
  • L’«era progressiva» comprende quel periodo che, grosso modo, va dagli inizi del Novecento alle soglie degli anni Venti: un periodo, quindi, un po’ più ampio della vita di quel «partito progressivo» che sostenne Theodore Roosvelt nelle elezioni presidenziali. Abbraccia quelle idee e iniziative che in quegli anni sostenevano tutte le riforme ritenute in grado di rendere il Paese più democratico, meno disuguale, più rispettoso dell’etica e più libero dal bisogno.
  • Frances Coralie Perkins (1882 -1965), fervente seguace della Kelley, dopo il diploma di assistente sociale ottenuto alla Columbia University iniziò la sua attività nella NCL; fu chiamata dal riformatore sociale Alfred Smith, governatore di New York, ad occuparsi dell’organizzazione dell’assistenza. Roosevelt, che gli succedette, la confermò nell’incarico e divenuto presidente la nominò, prima donna della storia americana, ministro del lavoro.
  • .  Louis Brandeis (1856-1941), aderente al movimento dei Settlement, fu un avvocato di successo che sceglieva di affrontare cause che avevano un’inclinazione politica: preferiva difendere le piccole imprese contro quelle grandi e sostenere la causa dei minimi salariali contro i datori di lavoro che si opponevano a questo principio. Fu nominato giudice della Corte suprema nel 1916

 

Fonte: La rivista del lavoro sociale, Vol. 5, n. 1, aprile 2005 (pp. 265-272)

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