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Ersilia Bronzini Majno

Lavoro sociale e movimento femminile

 

Ersilia Bronzini Majno e Unione Femminile sono quasi un binomio inscindibile. Benché questo movimento abbia attraversato il Novecento da protagonista e sia anche oggi un soggetto primario del panorama politico culturale italiano, la fase costitutiva, densa di entusiasmo e di iniziative, costituisce un momento che continua a meritare un’attenzione particolare.

Non ci soffermeremo qui sulle fondatrici, tra le quali si annoverano figure di primo piano nella storia culturale nazionale — basti pensare a nomi come Ada Negri, Sibilla Aleramo, Margherita Sarfatti — e nemmeno sulla sua importanza per lo sviluppo del movimento emancipazionista e femminista italiano. Di questo movimento interessa qui sottolineare un aspetto che è determinante — a nostro parere — nella storia del lavoro sociale: il saper coniugare il riformismo sociale con la professionalizzazione del social work.

Nell’azione filantropico-sociale guidata da Ersilia Majno, infatti, è possibile rinvenire una corrispondenza significativa tra l’interesse per la ricerca di nuovi modelli assistenziali e quanto è avvenuto contemporaneamente in altri Paesi, come la Francia, la Gran Bretagna, la Germania e gli Stati Uniti.1 Ma è possibile anche scorgere l’inizio di quel filo continuo, concernente l’assunzione di caratteri professionali da parte del lavoro sociale, che attraverso la Prima guerra mondiale e l’azione dell’Istituto Milanese per l’Assistenza Sociale, per il tramite di Paolina Tarugi, giungerà agli anni Settanta del Novecento.

 

Ersilia Majno e l’emancipazionismo milanese di fine Ottocento

Figlia di Michele Bronzini, un piccolo imprenditore rimasto vedovo quando lei era ancora piccola, Ersilia venne allevata da una zia materna. Una crisi economica portò il padre sull’orlo del fallimento e determinò per lei e per la sorella l’impossibilità di terminare le scuole primarie, a differenza dei fratelli maggiori che si erano potuti laureare. A occuparsi dell’istruzione della giovane e intelligente Ersilia fu allora il fratello Alfonso, che insegnò alle due sorelle l’inglese e il francese. A ventiquattro anni Ersilia sposò il giovane avvocato Luigi Majno,2 di fede socialista e sempre pronto a difendere le cause dei lavoratori. Ebbero tre figli in rapida successione: Carlotta, Edoardo e Mariuccia. Mariuccia e Carlotta morirono prematuramente: la prima a 13 anni, nel 1901, la seconda a venti, nel 1905. Dopo questi lutti, sarà Edoardo, avvocato come il padre, a portare avanti l’impegno di Ersilia, divenendo uno dei promotori del Tribunale per i Minorenni di Milano.

Per Ersilia Majno — come per la maggior parte delle femministe di quei tempi — la maternità è la prima e più forte connotazione dell’identità femminile, per questo va protetta e tutelata; in nome suo, ogni donna, madre reale o potenziale, deve lottare contro lo sfruttamento, l’ingiustizia e la discriminazione.

Allo stesso tempo, come quasi tutte le sue compagne di fede, era schierata contro l’aborto e si batteva per una messa fuori legge di questa pratica. Sosteneva che l’aborto facesse parte dello sfruttamento sessuale e del degrado delle donne. Ciò dipendeva dalla sua posizione contraria alla separazione della sessualità femminile dalla riproduzione; convinta che la contraccezione e l’aborto rendessero le donne impure, simili a prostitute e vulnerabili alle richieste maschili. Anche il gruppo di neo-malthusiane, che si costituì in Europa alla fine del secolo, se considerava la contraccezione un metodo onorevole, continuava a ritenere l’aborto una faccenda da bassifondi. Non è secondaria in ciò la diffidenza nutrita dalle femministe verso i medici, accusati di esercitare un’autorità illegittima sul corpo della donna. Non è un caso che, nell’ambulatorio realizzato in seguito all’interno dell’asilo Mariuccia, si cercherà sempre di poter contare su ginecologhe donne.

L’esperienza alla guardia ostetrica, di cui diremo, fu fondamentale nella vita di Ersilia: fu lì che conobbe Anna Kuliscioff, con la quale, almeno in parte, condividerà la stessa passione politica e lo stesso «femminismo pratico»,3 e con lei molte delle donne con cui Ersilia avrebbe dato vita, negli anni a venire, alle iniziative del femminismo «pratico» milanese. Osservava un notevole risveglio dell’attività femminile, un coraggioso proiettare verso l’esercizio di funzioni per le quali si riteneva che le donne avessero una specifica attitudine, dalle opere altruistiche a favore dei ceti più disagiati all’esercizio della libera professione,4 per partecipare a «quel faticoso ma perseverante lavorìo di elevazione che l’umanità sta compiendo, elevazione che deve avere per base il compimento dei doveri e il riconoscimento dei diritti di tutte le creature umane senza distinzioni di sesso o di classe» (Majno Bronzini,1901, p. 1).

La repressione dei moti del 1898 da parte del generale Bava Beccaris è anche una mazzata sulle istituzioni più vicine ai movimenti laici e socialisti. La facilità con cui le associazioni femminili operaie vengono perseguitate politicamente fa accrescere la consapevolezza che l’unione fa la forza, un concetto chiave nell’azione della Majno. Dal 1901 al 1905 il uscirà periodico che avrà lo stesso nome del movimento, Unione Femminile, pur non essendone l’organo ufficiale (ciò sarà precisato con decisione). Esso porterà il motto di Publilio Siro: Auxilia umilia firma consensus facit: «l’accordo rende forti gli umili aiuti».

 

La filantropia milanese: Laura Mantegazza e Alessandrina Massini

La filantropia era considerata uno strumento strategico che permetteva l’unione delle donne, come confermavano i congressi internazionali femminili, che parlavano di una missione contro i flagelli sociali in capo alle donne. La filantropia permetteva di dimostrare le potenzialità e le capacità femminili di svolgere «un’azione utile». Le Leghe femminili e i Consigli nazionali e internazionali delle donne, che contraddistinguono questo movimento, si riconoscono fortemente negli orientamenti politici emancipatori volti soprattutto alla tutela della popolazione più debole: donne e bambini. E si punta a parole d’ordine come giustizia e uguaglianza, per un’azione di riequilibrio che riguarda tutte le categorie sociali discriminate.

La componente filantropica del movimento femminile presenta forme nuove di impegno sociale, apertura di spirito, risveglio scientifico, esigenza di formazione tecnica per il sociale e coinvolge soggetti differenti da quelli dell’assistenza tradizionale. Qui non abbiamo cattolici ma semmai ebrei e protestanti e, forse in misura maggiore, agnostici e anticlericali. Diversamente dagli altri Paesi occidentali che hanno vissuto una simile evoluzione, non emerge in questo movimento la componente cattolico-sociale, molto probabilmente per le vicende particolari che nel periodo post-risorgimentale hanno interessato il rapporto tra le istituzioni politiche e culturali e la Chiesa di Roma.

A Milano l’azione filantropica che si distacca dalla matrice tradizionale di stampo prevalentemente cattolico risale perlomeno all’esperienza di Laura Solera Mantegazza (1813-1873), nota soprattutto per il coinvolgimento suo e dei suoi familiari nell’epopea risorgimentale. Nel 1850 la Mantegazza fondò, presso la sua casa in Corso Garibaldi a Milano, una crèche (una sorta di «nido d’infanzia») modellata sull’analoga istituzione realizzata a Parigi cinque anni prima. Essa comprendeva una sala d’allattamento e un’attività di custodia per i lattanti e i divezzi figli delle povere donne lavoratrici del quartiere. Fu la prima struttura del genere a Milano e in Italia cui seguirono, nel giro di pochi anni, altre quattro realtà analoghe in altre parti della città.

Il contatto diretto con tante madri povere del quartiere spinse la promotrice a interessarsi anche della loro formazione e ben presto vennero organizzati, negli stessi locali, dei corsi di alfabetizzazione e di taglio e cucito.

Proprio il giro di lavoratrici che ruotano attorno a Laura Mantegazza fa concepire l’idea di fondare un’Associazione Generale di Mutuo Soccorso per le operaie milanesi, associazione che nascerà il 17 febbraio 1862 con sede provvisoria presso i ricoveri e che assumerà tra i propri compiti anche quello dell’organizzazione dei corsi di alfabetizzazione, già operanti da anni.

Il problema dell’emancipazione attraverso lo studio e la formazione professionale delle donne torna alla ribalta. Molte nuove leghe tentano questa strada, fondando scuole professionali femminili. Anche la Mantegazza, assieme ad alcune colleghe, rispolvera un progetto di quattro anni prima e fonda la sua scuola, il cui regolamento viene approvato il 14 settembre 1870. Il 21 novembre dello stesso anno la scuola viene aperta in un piccolo locale a Porta Magenta, grazie a un contributo del Comune e all’aiuto di alcune patronesse, ma soprattutto degli associati alla Massoneria. Alla morte della Mantegazza, la sua erede spirituale — la giovane Alessandrina Massini Ravizza (1846-1915) — un po’ alla volta incrementerà queste istituzioni e le libererà da una certa incrostazione paternalistica, puntando soprattutto alla promozione civile e politica della donna.

Alessandrina Massini era nata nei pressi di San Pietroburgo da un italiano rifugiato in Russia durante le campagne napoleoniche. La madre, tedesca, morì quando lei aveva nove anni. Nel 1863, venuta a Milano per studiare canto, sposò l’ingegnere milanese Giuseppe Ravizza. Poliglotta, amante della musica e dell’arte, animò un salotto che fu al centro del movimento emancipazionista.

Nel 1879, in uno stanzone di via Anfiteatro, aprì la Cucina per ammalati poveri, alla quale, nel 1888, verrà annesso un ambulatorio medico che offrirà anche assistenza ginecologica alle donne povere: qui presterà gratuitamente la sua opera Anna Kuliscioff, una delle prime donne laureate in medicina. Questa struttura divenne il punto di riferimento dei poveri e degli emarginati del quartiere e soprattutto di adolescenti sbandati e delinquenti, che trovarono nella Ravizza una confidente e una protettrice.

Le donne protagoniste di tutte queste iniziative venivano associate all’immagine di «sante laiche»: per i loro contemporanei era difficile comprendere e definire quelle motivazioni e quelle abilità che, nelle generazioni successive, avrebbero caratterizzato le professioniste del lavoro sociale.

La prima occasione di impegno sociale di Ersilia Majno si presenta nel 1890 e riguarda proprio il servizio di guardia medica gratuita per le donne povere avviato dalla Ravizza due anni prima. È un’attività che risponde a un bisogno diffuso e che, quindi, deve far fronte a richieste crescenti, ma le entrate non sono proporzionali all’importanza del progetto. Si tratta allora di raccogliere risorse che permettano all’iniziativa di proseguire. Qui emergono le grandi doti di organizzatrice della Majno, che non si limita a sollecitare amiche e conoscenti danarose, ma predispone la procedura per un riconoscimento formale dell’ente, così da renderlo idoneo a percepire sovvenzioni pubbliche. Nella logica della Majno, si trattava di sovvenzioni dovute, perché il servizio che si stava prestando era necessario alla collettività. Grazie all’aumento delle risorse non solo si riuscirono a soddisfare tutte le richieste ma fu possibile prevedere delle prestazioni aggiuntive: aiuti in denaro per le più povere e lezioni pratiche di puericultura.

 

Le delegate di beneficenza

Il 28 dicembre 1899 si costituisce a Milano l’Unione Femminile, «allo scopo di cooperare all’elevazione morale e al miglioramento intellettuale, economico e giuridico della donna» (Unione Femminile, n.1-2, quarta di copertina). Fra le prime aderenti ci sono l’Associazione Generale delle Operaie di Milano, che contava su 800 socie, l’associazione Genio e Lavoro con 200 socie, le Scuole preparatorie operaie con 150 alunne e altre ancora.

Fra i punti del programma, oltre a dare una sede decorosa a tutte le associazioni e istituzioni femminili (pur salvaguardando la specifica autonomia di ognuna), con una biblioteca, una sala di letture con giornali e riviste, sale per riunioni, conferenze, corsi, vi è l’obiettivo di […] riunire tutte le buone volontà e dare un pratico indirizzo alle energie disgregate o latenti, indicando come la donna possa svolgere anche oggi un’azione utile […] nel campo della beneficenza, dell’istruzione, dell’assistenza all’infanzia traviata o derelitta, alla maternità, ecc., accettando le funzioni di consigliera, delegata, visitatrice, ispettrice, ecc. (UnioneFemminile, n. 1-2, quarta di copertina)

Qualche tempo dopo, la Majno dichiarerà che l’iniziativa di cui l’Unione Femminile andava, forse, più orgogliosa era quella di aver contributo a instaurare nella città di Milano, per la prima volta, le funzioni di delegata di beneficenza: una delle funzioni più adatte all’indole della donna, e che permette di raccogliere un materiale prezioso, benché spesso dolorosissimo, di osservazioni e di fatti. (Majno Bronzini, 1902, p. 78).

Si trattava di dotare quelle Opere Pie — che Crispi aveva pubblicizzate nel 1890 — del primo strumento per tentare di aggiornare le prassi che avevano reso le istituzioni di assistenza organismi logori, funzionanti con un indirizzo che non è né equo né razionale e che non corrispondono affatto ai bisogni dei nostri tempi. (Majno Bronzini, 1901a, p. 37).

L’Unione Femminile prepara delle associate volontarie che, per i diversi enti a cui vengono proposte, effettuano visite, analizzano bisogni, approfondiscono proposte, formulano progetti innovativi: In un anno ha dato più di trenta delegate alla Congregazione di carità, al Luogo Pio Trivulzio, all’orfanotrofio; due nostre socie furono nominate dal Consiglio degli istituti Ospitalieri delegate visitatrici5 all’ospedale di via Lanzone, dove nessuna donna aveva mai chiesto di entrare a portare la parola di pietà superiore a tutti i pregiudizi. (Majno Bronzini, 1902, p. 37)

Nel progetto dell’Unione Femminile troviamo qualcosa di analogo alla figura del visiting teacher proposto dai settlement americani: la delegata di beneficenza si propone alla Sovrintendenza scolastica per approfondire il problema dell’evasione scolastica e individuare forme di responsabilizzazione delle famiglie. Per questa «difficile e delicata mansione» (Majno Bronzini, 1902, p. 78) vengono messe a disposizione quattordici delegate.

 

L’Ufficio di Indicazioni e Assistenza

È ancora la mente fervida della Majno a escogitare l’antenato di tutti i patronati sociali e a sperimentarlo presso l’Unione Femminile. Si tratta dell’Ufficio di Indicazioni, aperto tutti i giorni non festivi dalle 12 alle 16 per dare informazioni sugli organismi assistenziali esistenti e per aiutare i bisognosi nel disbrigo delle pratiche necessarie a ottenerne le prestazioni. Anche questo servizio si colloca nel contesto della Legge Crispi: l’attività delle Opere Pie non è qualcosa che riguarda i singoli benefattori e gli occasionali beneficiari, ma una funzione pubblica per la quale sono previste regole e controlli.

Pur apprezzando al suo giusto valore le opere riparatrici in altre epoche iniziate, non è possibile [accettare che tutto continui come prima] oggi che la scienza parla tanto alto e chiaro, che il sentimento della dignità umana e del diritto si risvegliano, vincendo le teorie assurde della rassegnazione supina e degradante. (Majno Bronzini, 1901a, p. 37)

In un momento in cui tanto l’organizzazione sociale che la coscienza individuale erano mutate, occorreva mettere in atto delle riforme che trasformassero la beneficenza in modo tale che non fosse più carità ma «assistenza e coordinazione».

Alla «carità che dona» deve sostituirsi «l’assistenza che studia» i bisogni del proletario, che non lo soccorre quando esso è caduto così in basso da non potere più rialzarsi, ma lo sorregge invece nei momenti difficili per non doverlo costringere, successivamente, all’elemosina presso quella società per la quale il suo lavoro è fonte di ricchezza e di benessere. (Majno Bronzini, 1901a, pp. 37-38)

Si trattava di indicare a tutti coloro che ne avessero avuto bisogno le pratiche necessarie e le vie più brevi per ottenere sussidi, buoni, alloggi, affitti più convenienti, ricoveri in ospedali, visite mediche.

L’idea ha fortuna e in breve tempo l’Ufficio, in cui viene collocata a tempo pieno un’operatrice remunerata, viene finanziato da un Consorzio formato da Unione Femminile, Società Umanitaria e Comune che, nel 1907, verrà di fatto incorporato negli Uffici Comunali, per diventare un esempio seguito da altre città italiane.

La competenza acquisita nell’attività dell’Ufficio portò Ersilia Majno a far parte di una commissione che il Comune di Milano aveva istituito per il coordinamento delle attività assistenziali cittadine. Nel rapporto redatto dalla commissione, relatrice la stessa Majno, veniva proposta «l’istituzione di uffici rionali, di un ufficio centrale per la statistica e di un Corpo Unico di Delegati». L’Ufficio Indicazioni e Assistenza, osservatorio delle miserie e delle lacune dell’assistenza, avrebbe dovuto fungere da «scuola di lavoro sociale, completata dai corsi sull’assistenza pubblica, sulla legislazione e l’igiene» per formare «le Delegate e le Visitatrici dei poveri, e le Consigliere delle Opere Pie» (Rignano Sullam, 1933, pp. 15-16).

La legge sulle Opere Pie del 1890 non escludeva le donne dai consigli di amministrazione di ospedali, orfanotrofi e istituzioni analoghe. L’Unione Femminile si batté per dare realizzazione a questa possibilità e Milano, nel 1900, fu la prima città d’Italia ad avere consigliere donne alla guida delle Opere Pie: Rebecca Calderini consigliera della Congregazione di Carità, Carlotta Clerici all’orfanotrofio femminile, Ersilia Majno Bronzini all’Ospedale Maggiore.

 

Il Comitato contro la tratta delle bianche

Ersilia Majno fu colpita duramente sul piano degli affetti dalla morte delle due sue figlie: Mariuccia morì di difterite a tredici anni, nel giugno 1901. Quattro anni dopo venne a mancare Carlotta, ventenne, stroncata probabilmente dalla tubercolosi. Tuttavia, Ersilia non si lasciò abbattere. Nemmeno si può dire che la sua attività sociale fosse unicamente un riempitivo per questi grandi vuoti.

Emerge piuttosto un percorso coerente di sensibilizzazione, approfondimento e acquisizione di competenze sociali, ovviamente non lineare né rapido, visto che deriva dall’accumularsi dell’esperienza: le prime collaborazioni con Alessandrina Ravizza, l’associazionismo operaio femminile, la lotta per la tutela giuridica del lavoro femminile e infantile, le casse di maternità, il Comitato contro la tratta delle bianche (e l’asilo Mariuccia che ne fu il frutto più significativo), senza dimenticare l’opera come consigliera degli Istituti Ospitalieri di Milano.

Il comitato milanese per la lotta alla prostituzione, istituito nel dicembre 1901 con la presidenza della Majno, dimostra che l’istituzione dell’Asilo Mariuccia faceva parte di un progetto precedente alla tragica scomparsa della figlia. Il comitato faceva parte di una vasta rete internazionale, originata dall’azione della britannica Josephine Butler.6 La Butler si batteva contro il controllo amministrativo e medico delle prostitute. La regolamentazione, secondo le femministe, proteggeva e autorizzava il vizio maschile e non risolveva il problema delle prostitute, spesso spinte sulla strada dal sistematico sfruttamento sociale ed economico imposto dallo Stato a tutte le donne.

Un comitato simile era già sorto l’anno precedente a Roma, per iniziativa del famoso epidemiologo Angelo Celli e della moglie Anna, e un secondo era stato istituito a Genova. Con l’adesione di molti esponenti delle istituzioni, il comitato milanese si proponeva […] di dirigere la propria azione allo scopo di impedire che per inganno o coercizione vengano indotte le fanciulle alla mala vita; di svolgere un’azione di assistenza morale e materiale per aiutare quelle che, cadute, volessero ritornare alla vita onesta e un’azione educativa per diffondere la conoscenza delle fatali conseguenze di questa dolorosa piaga sociale; di raccogliere tutte quelle notizie, dati di fatto, statistiche, che possano portare un contributo agli studi che si stanno compiendo presso tutte le nazioni, allo scopo di ottenere una legislazione internazionale. Fra le attività proposte oltre a quelle di sensibilizzazione e di studio si prevede quella di «fondare asili nei quali possano subito venire accolte in via temporanea le fanciulle pericolanti o pericolate; prendere accordi cogli Istituti esistenti che già compiono un’opera che potrebbe sussidiare quelle del Comitato. (n.c., 1902, pp. 46-47)

All’interno di questa iniziativa vi era anche la presenza e l’azione delle visitatrici del sifilocomio milanese. Non era stato semplice ottenere il permesso degli organi amministrativi, nonostante Ersilia Majno fosse uno dei membri del consiglio. Sulla scelta della Majno e delle sue colleghe di occuparsi della prostituzione pesavano due tipi di diffidenza: gli ambienti religiosi, che gestivano l’ospedale e percepivano come fumo negli occhi quell’iniziativa laica, probabilmente massonica, sicuramente anticlericale. I socialisti, da parte loro, condividevano i tradizionali pregiudizi maschilisti in merito alla prostituzione e non erano favorevoli all’abolizione della prostituzione legale. Eppure, non si sapeva quasi nulla della prostituzione illegale (che era la più diffusa) e come avvenisse il reclutamento delle prostitute clandestine, la maggioranza delle quali era tra i 12 e i 16 anni di età (Buttafuoco, 1998, p. 30).

Il 14 dicembre 1902, con un discorso di Ada Negri, viene inaugurato l’Asilo Mariuccia, Casa di deposito e di osservazione7 per il recupero delle bambine e delle adolescenti «traviate», vittime cioè di violenze sessuali, o già avviate sulla strada della prostituzione. La costituzione e l’evoluzione di quest’opera riassume in forma paradigmatica lo spirito, le convinzioni e anche le abilità di Ersilia Majno. Si tratta di un’istituzione assistenziale del tutto originale per l’epoca, una sorta di mosca bianca nel panorama educativo-assistenziale di quei tempi. La differenza che risalta maggiormente, rispetto alle istituzioni consimili, era il fatto di essere organizzata, pur con tutti i limiti del caso, su un modello di vita familiare vicino a quello borghese delle sue fondatrici. Certo anche qui ci sono il refettorio e la camerata ma, ad esempio, si ha cura che il vestiario non sia dimesso, che la dieta sia ricca e variata e, soprattutto, si tende — nell’insieme — a suggerire un’immagine di bene, di ordine, di nettezza [che] deve distruggere nelle sventurate persino il ricordo degli ignobili, sudici ambienti dove si svolse la misera loro vita. (Majno, cit. in Buttafuoco, 1998, p. 278).

 

La medicina del lavoro

Il tema del lavoro e della sua tutela è una costante dell’impegno della Majno e dell’Unione Femminile: per la regolamentazione del lavoro delle donne e dei bambini il movimento, nel febbraio 1901, presentò una petizione in appoggio alla proposta di legge socialista. La petizione riaffermando il principio che all’elevazione morale e giuridica e al miglioramento economico della donna debbano concorrere le donne tutte senza distinzione di classe e di cultura [chiedeva, oltre alla protezione legislativa del lavoro della donna e dei fanciulli] l’apertura di scuole professionali preparatorie e l’istituzione di una Cassa di Previdenza per la Maternità. (Rignano Sullam, 1933, p. 17)

Gli orari di lavoro, anche per la donna, nel 1901 sono di 12-14 ore al giorno. Il fanciullo a nove anni, dopo soli tre anni di scuola, è prosciolto dall’obbligo scolastico e viene ammesso al lavoro nelle fabbriche, anche a quello notturno. Dai dieci anni in poi si può lavorare anche sottoterra, nelle cave e nelle miniere.

Nella città di Milano il lavoro infantile era evidente nelle «Piscinine»: ragazzine di 9 anni, apprendiste sarte, modiste e stiratrici che si vedevano in giro per le vie, curve sotto il caratteristico e pesante scatolone che conteneva i capi da provare e da consegnare. Impegnate dalle 11 alle 14 ore giornaliere, erano spesso obbligate a far di tutto anziché imparare il mestiere di cui erano ufficialmente apprendiste. Per loro l’Unione istituisce la «Fraterna», la «Società delle Piscinine», che organizza attività di tempo libero e di istruzione in locali concessi dal Comune.

Grazie anche alla mobilitazione delle donne italiane, la legge per la protezione del lavoro femminile e minorile fu finalmente approvata nel marzo del 1902. Ma Ersilia Majno non era soddisfatta, perché mancava lo strumento dell’ispezione. Perciò, nel 1904, l’Unione presentò al Ministero un Progetto per l’Ispettorato Femminile studiato sul sistema inglese e organizzò un corso di Igiene Sociale per la preparazione di Ispettrici di fabbrica.

Oltre al tema delle ispezioni di fabbrica, delle scuole professionali e dei ritmi di lavoro — tutti argomenti al centro di numerosi articoli nei cinque anni di vita del periodico Unione Femminile—anche la costituzione, a Milano, di una clinica del lavoro, la prima del mondo, vide come protagonisti i coniugi Majno. Essi appoggiarono con tutti i loro mezzi il progetto di Luigi Devoto (1864-1936) e in seguito convinsero gli amministratori comunali, appartenenti al loro medesimo partito, ad approvare le delibere necessarie perché a Milano sorgesse questa iniziativa, che poneva la città e l’Italia all’avanguardia del mondo sviluppato.

Luigi Devoto, già ordinario di Patologia speciale medica all’Università di Pavia, era passato agli Istituti clinici di Perfezionamento di Milano come ordinario di Clinica delle malattie professionali. Nel suo concetto di «malattie professionali» non erano comprese soltanto le patologie causate dal lavoro, ma anche quelle che si contraevano durante il lavoro. Malattia professionale dunque come sinonimo di malattia sociale, approfondita con le ricerche sugli effetti della fatica, sulle conseguenze di una alimentazione incongrua e insufficiente, sull’azione delle polveri minerali nelle affezioni polmonari, sul saturnismo, sulla pellagra e sulla tubercolosi.

In un articolo del 1902, la Majno illustrava come l’Italia, nazione unitaria da meno di mezzo secolo, avesse avuto uno sviluppo industriale rapidissimo, con le stesse conseguenze che si riscontravano negli altri Paesi industrializzati. Si augurava perciò di veder presto sorgere quella nuova organizzazione sociale […] come la clinica del lavoro[allo scopo] di preservare la classe lavoratrice dalle conseguenze dannose inerenti alla sua missione sociale, invece di beneficarla attraverso gli ingranaggi crudeli della burocrazia, che ne stritola la dignità e fa scempio dei più elementari sentimenti di pietà, giungendo col soccorso quando questo non può più portare nessun reale e duraturo vantaggio. (Majno Bronzini, 1902a, p. 65)

Nel 1910 fu chiamata a far parte della Commissione Reale per lo studio della delinquenza minorile ed elaborò un denso studio sui caratteri della delinquenza delle minorenni e sui mezzi per prevenirla, in aperta polemica contro l’organizzazione che ancora era data ai Riformatori, affidati a personale religioso femminile. Ersilia, la «santa laica», criticò senza mezzi termini i metodi utilizzati dalle suore, che giudicava antiquati e inadatti. Del resto, uno degli appunti maggiori che in quegli anni venivano mossi all’Asilo Mariuccia era proprio la sua laicità e il suo indirizzo moderno. Intanto, con lo scoppio della guerra e per quanto fosse contraria all’intervento (a differenza del marito che, invece, era fra gli interventisti), su incarico del comune di Milano venne nominata nella Commissione Esecutiva del Comitato di Assistenza, cui spettava l’organizzazione generale dei soccorsi.

Rimasta vedova nel gennaio del 1915, trovò sempre maggiori difficoltà nell’aderire ai nuovi orientamenti che l’Unione Femminile (nel frattempo divenuta Unione Femminile Nazionale) stava assumendo. Quando vide che l’Unione simpatizzava per il nascente movimento fascista — una deriva in qualche modo obbligata, vista la retorica nazionalista che, complice la guerra, aveva permeato lo spirito dell’organizzazione — se ne distaccò e si concentrò a seguire da vicino l’attività dell’Asilo Mariuccia. Si occupò del problema dei minori devianti, preparando la strada a quelle riforme che porteranno all’istituzione del Tribunale per i Minorenni, e cercò la collaborazione degli esponenti della società civile per favorire il reinserimento sociale di quei ragazzi. E ciò continuò a fare in maniera instancabile fino alla sua morte, avvenuta il 17 febbraio 1933.

 

Bibliografia

Buttafuoco A. (1998), Le Mariuccine. Storia di un’istituzione laica, l’asilo Mariuccia, Milano, Angeli.

Majno Bronzini E. (1901), Per intenderci, «Unione Femminile», nn. 1-2.

Majno Bronzini E. (1901a), Il momento attuale nelle Opere Pie, «Unione Femminile», nn. 5-6.

Majno Bronzini E. (1902), Resoconto dell’opera dell’Unione Femminile nel 1901, «Unione Femminile», nn. 9-10.

Majno Bronzini E. (1902a), Per una clinica del lavoro, «Unione Femminile», nn. 9-10.

Majno E. (1928), Per Loro e per Noi. Discorso tenuto nell’Asilo Mariuccia per ilXXV Anniversario di sua fondazione, Milano, Pirola.

n.c. (1902), Comitato italiano contro la tratta delle bianche, «Unione Femminile», nn. 5-6.

Rignano Sullam N. (1933), Discorso della Signora Nina Rignano Sullam in Alla Memoria di Ersilia Majno fondatrice dell’Unione Femminile Nazionale, Milano, pp. 7-32

www.unionefemminile.it

 

1)Alla base del modello iniziale dell’Unione Femminile pensato dalla Majno, vi è sicuramente l’esperienza dei settlement inglesi e americani. Si faccia riferimento a Nina Rignano Sullam (1933) e all’articolo siglato NRS, Che cosa sono i «settlements» ingles, pubblicato sul numero 3-4 del periodico «Unione Femminile» del 1901 (pp. 31-32).

2) Luigi Majno (1852-1915), socialista della prima ora, deputato; dopo i fatti del 1898 organizzò la difesa di centinaia di detenuti politici milanesi; fu il primo presidente della Società Umanitaria di Milano.

3) Per quanto la Kuliscioff credesse che solo attraverso l’azione politica ci sarebbe stata quella palingenesi delle classi oppresse e perciò si distaccasse gradualmente da questo femminismo sociale.

4) In quegli anni veniva data — giustamente — attenzione a quelle donne coraggiose che provavano a sfidare determinati «regni maschili», che fosse la professione d’avvocato oppure di insegnante di filosofia nei licei; soltanto nel 1919 ci sarà la liberalizzazione dell’accesso delle donne italiane alla libera professione.

5) La tradizione delle visitatrici dell’ospedale era antica. Di solito, però, si trattava di nobildonne che erano chiamate dal popolo «damm del bescuttin» (signore del biscottino).

6) Josephine Butler (1828-1906). Di famiglia alto borghese, uno zio era stato il leader del partito whig all’inizio del secolo; le sue convinzioni religiose molto ferree le permisero di resistere all’opposizione cui fu sottoposta all’interno e all’esterno del movimento femminile. Era ritenuta troppo radicale per il suo desiderio di estendere alle donne le opportunità di istruzione e di lavoro e i diritti legali e politici che erano appannaggio maschile. Inoltre aveva osato occuparsi dell’argomento più proibito dell’Inghilterra vittoriana: il sesso. La Butler propugnava un’opera di recupero delle prostitute ma sempre riconoscendo loro una fondamentale libertà di gestire la propria vita. L’entusiasmo della Butler trascinò molti altri Paesi europei nella lotta per l’abolizionismo della regolamentazione, anche se in ogni Paese tale lotta assunse caratteristiche originali.

7) Josephine Butler (1828-1906). Di famiglia alto borghese, uno zio era stato il leader del partito whig all’inizio del secolo; le sue convinzioni religiose molto ferree le permisero di resistere all’opposizione cui fu sottoposta all’interno e all’esterno del movimento femminile. Era ritenuta troppo radicale per il suo desiderio di estendere alle donne le opportunità di istruzione e di lavoro e i diritti legali e politici che erano appannaggio maschile. Inoltre aveva osato occuparsi dell’argomento più proibito dell’Inghilterra vittoriana: il sesso. La Butler propugnava un’opera di recupero delle prostitute ma sempre riconoscendo loro una fondamentale libertà di gestire la propria vita. L’entusiasmo della Butler trascinò molti altri Paesi europei nella lotta per l’abolizionismo della regolamentazione, anche se in ogni Paese tale lotta assunse caratteristiche originali.

 

Fonte: Rivista del lavoro sociale, Vol. 6, n. 1, (apr. 2006), p. 125-134

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