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Emma Pieczynska-Reichenbach

In difesa di donne e lavoratori di Bruno Bortoli  – Università Cattolica di Milano

Emma Pieczynska-Reichenbach (Parigi, 19 aprile 1854 Le Mont sur Lausanne, 10 febbraio, 1927)

 

Emma Pieczynska-Reichenbach assieme a Hélène von Mülinen (1850-1924) è considerata all’origine del movimento femminista svizzero. Tuttavia la Pieczynska — come molte sue contemporanee statunitensi, inglesi, francesi e italiane — non ha considerato solo gli aspetti giuridici e politici della discriminazione femminile, ma anche la condizione complessiva, simile negli effetti, che la accomunava a quella di altre categorie emarginate: i bambini abbandonati, i lavoratori privi di tutele, le donne rese schiave dalla prostituzione, gli immigrati. E così anche la sua azione si è sviluppata in ambiti estremamente diversificati ma resi simili da questa debolezza sociale condivisa.

Nella sua biografia vi sono molti ingredienti comuni ad altri «giganti» del lavoro sociale: origini benestanti, elevata cultura, grandissima sensibilità nei confronti dei temi dell’ingiustizia e della sofferenza, interventi che spaziano da quelli più propriamente volti a sostenere i diritti della donna, a quelli di tutela dei lavoratori più poveri, dell’alfabetizzazione, della realizzazione di istituzioni sociali. Si tratta sempre della stessa predilezione per i deboli, per coloro che bisogna liberare, rialzare, educare.

Ciò che marca in maniera particolare l’esperienza della Pieczynska è, tuttavia, una profonda religiosità in cui la sua religione intuitiva e mistica si univa alle diverse forme di cristianesimo sociale che aveva avuto modo di incontrare nella sua vita — dal gospel sociale statunitense al protestantesimo sociale attivo in Francia e Svizzera — e che la porterà a proporre una sorta di purezza assoluta (risultato dell’incontro fra purezza individuale e sociale), come indispensabile per un vero progresso sociale poggiato sulla legge morale. Si può dire che è proprio merito dell’esperienza della Pieczynska e della von Mülinen se il protestantesimo sociale in Svizzera e in Francia è venuto ad acquisire una visione più chiara del ruolo della donna tanto sul piano religioso quanto su quello civile e sociale.

Trasportate sul piano pratico, queste idee la proposero come leader del movimento per i diritti della donna, per una riforma dei costumi, per l’istituzione dell’associazione «Union internationale des Amies de la jeune fille», un gruppo dedito a preservare le ragazze dal vizio e dalla corruzione, nonché della «Ligue Sociale d’Acheteurs» della Svizzera. Dal punto di vista pratico propugnò l’introduzione di un regime previdenziale per la copertura delle prestazioni a favore delle madri lavoratrici e la diffusione dell’educazione sessuale nelle scuole per la preparazione delle ragazze al futuro ruolo di madre, nonché la lotta contro la prostituzione legale (e la «tratta delle bianche»), promossa sul piano internazionale da Joséphine Butler.

 

Imparare a usare le proprie ali

Bernese di origine (ma ginevrina di origine francese per parte di madre), Emma Reichenbach nacque a Parigi il 19 aprile 1854, da una famiglia di fede protestante, profondamente religiosa, dalla quale ricevette una cultura a un tempo svizzera e francese che, più tardi, le avrebbe permesso di avere «in certi momenti […] delle patrie di ricambio», come diceva scherzosamente (Gounelle, 1930, p. 239). La madre morì qualche giorno dopo la sua nascita e il padre Charles Reichenbach, alto dirigente della banca d’affari «Vernes», la seguirà qualche anno dopo, quando la figlia avrà solo cinque anni.

In seguito il tutore la collocò a Ginevra e Neuchatel presso famiglie dove ricevette un’educazione curata sotto tutti gli aspetti. La ragazza, bella, molto dotata, eccellente musicista, si appassionava già per le cause nobili e voleva «servire l’umanità». Un racconto divertente, di quando era in vacanza in campagna, a Losanna, mostra il suo umorismo e anche un tratto della sua natura: «le grosse galline del fattore, con le loro inutili ali, la infastidivano talmente che le prese, le portò al piano più alto della casa e le lanciò nel vuoto per abituarle a servirsi delle proprie ali!». Sconvolgimento del pollaio e anche del fattore, il quale temeva che un simile esercizio avrebbe messo in pericolo le loro doti di ovaiole. «Tutta la sua vita» dichiarò l’amica di Emma che riferì questo episodio «avrebbe continuato a insegnare a chi gli stava vicino a servirsi delle ali che Dio aveva destinato loro — non senza qualche recriminazione da parte dei destinatari di tale insegnamento» (Serment, 1927, cit. in Gounelle, 1930, p. 239).

Un altro tratto della sua natura generosa e indipendente era l’impetuosità dei suoi slanci e dei suoi convincimenti: a 17 anni si innamorò appassionatamente della sfortunata e oppressa Polonia della quale si mise a studiare la lingua e la storia stringendo amicizia, a Parigi, con una simpatica polacca che le aprì le porte della comunità polacca parigina all’interno della quale avrebbe anche trovato il suo futuro marito. Per amore della Polonia martire e, bisogna dirlo, per l’impazienza di raggiungere «lo status di maggiorenne» allo scopo di godere della sua libertà e della sua fortuna, sposò nel 1874 il conte Stanislas Pieczynski, «molto più» ci si dice «nella sua qualità di uomo polacco che per altre ragioni» (Gounelle, 1930, p. 240).

Recatasi in Polonia nel 1875, assieme al marito, rimase sconvolta dall’arretratezza in cui veniva mantenuto il sesso femminile. Per circa dieci anni, si occupò dell’alfabetizzazione, soprattutto delle donne del popolo, aprendo scuole, insegnando loro — malgrado i decreti delle autorità russe — la lingua e la storia nazionale per conservare in loro la fibra patriottica nonostante l’enorme quantità di ostacoli che le venivano frapposti. Ma fra le prove che si abbatterono su di lei senz’altro la peggiore per una giovane donna che aspirava a un focolare sereno vi fu quella di non poter avere un figlio, pur desiderandolo intensamente, e ciò rappresentò un motivo del divorzio che si trovò a dover subire nel 1883.

 

Harriet Clisby, una madre spirituale

Ritornata per un periodo di cure termali in Svizzera nel 1881, fece la conoscenza di Harriet Clisby (1830-1931), che viene considerata la sua «madre spirituale». Inglese di origine, la Clisby, assieme alla sua famiglia attiva nel commercio, era emigrata in Australia da dove, passando per l’Inghilterra e sperimentando l’impossibilità per una donna di laurearsi in medicina, si era successivamente recata negli Stati Uniti, a Boston. Qui non solo acquisì il titolo desiderato, ma divenne anche una leader del movimento per l’emancipazione femminile al quale dedicherà tutta la sua lunga vita.

L’influenza di questa donna, coraggiosa e tenace, fu decisiva per Emma sia per quanto riguarda l’orientamento spirituale (era una seguace del Nuovo cristianesimo di E. Swedenborg), che per la sua vocazione sociale. Con lei avviò un proficuo rapporto attraverso il quale Emma acquisì familiarità con i temi del movimento dei diritti della donna e della giustizia sociale; fu questa donna pia e distinta che seppe ridarle coraggio per uscire dalla crisi seguita al fallimento del suo matrimonio e aiutarla a emanciparsi, nello stesso tempo, da una specie di scetticismo e da formule religiose anguste e dogmatiche che urtavano la sua coscienza; è allora — dice la Serment — che ebbe la visione del Cristo eroico e salvatore che la «riconquistò per sempre» (cit. in Gounelle, 1930, p. 240).

Su consiglio della sua amica la Pieczynska, nel 1885, dopo avere preso il diploma di maturità, si iscrisse a medicina presso l’Università di Ginevra «per meglio servire i sofferenti» (ibidem) e, sempre con la stessa amica, nel 1889 si recò in America, dove si fermò per due anni nel corso dei quali studiò le diverse istituzioni sociali ma soprattutto i movimenti a favore dell’istruzione delle persone di colore e quello a favore dei diritti della donna («L’Unione delle donne» di Boston, in maniera particolare).

 

Mano nella mano con tutte le donne

Nel 1891, ritornata dagli Stati Uniti riprese gli studi all’Università di Ginevra che la portarono in prossimità del diploma, ma un notevole peggioramento delle sue condizioni di salute, tale da provocarle una sordità permanente, le impedì di giungere alla laurea. Nel frattempo a Berna aveva incontrato Hélène von Mülinen (1850-1924), di famiglia altolocata, che, dopo gli studi che erano considerati «convenienti» per una donna del suo ceto e della sua epoca, si era dedicata da autodidatta allo studio della teologia. Fra le due donne accomunate dall’ispirazione religiosa e dalle aspirazioni femministe e sociali nacquero profondi legami di affetto e solidarietà che le portarono a divenire compagne di vita.

Femministe, Hélène de Mülinen e Emma Pieczynska, lo erano senz’ombra di dubbio, poiché si trovavano al vertice del movimento femminista nel loro Paese, poiché rivendicavano, attraverso le «FrauenKonferenzen» e l’«Association suisse pour le suffrage féminin», i diritti delle donne, il loro elettorato passivo (a cominciare dalle commissioni scolastiche e dell’assistenza), la revisione totale del Codice, il riconoscimento della personalità civile e integrale delle donne, del loro diritto a essere responsabili, libere e forti.

Non facevano fatica a mostrare agli avversari del movimento femminista, che sostenevano senza sosta come il posto della donna — sposa e madre — fosse quello presso il focolare, una statistica decisiva delle rilevazioni censitarie svizzere che evidenziava come metà delle donne fossero nubili, vedove o divorziate, quindi escluse dalla vita coniugale e come, di conseguenza, il problema di una formazione che permettesse alle donne di accedere al mondo del lavoro per guadagnarsi da vivere si imponesse in maniera «matematica».

Tuttavia il loro femminismo era saggio, prudente, si potrebbe quasi dire opportunistico, di ispirazione più religiosa che politica, e finalizzato a sviluppare nelle donne il senso delle responsabilità e dei progressi spirituali più che quello delle rivendicazioni esteriori e della rivolta. «Il saggio Solone» osservava argutamente la von Mülinen nelle sue conferenze di propaganda «proponeva agli ateniesi non le migliori leggi che fosse possibile concepire in assoluto ma le leggi migliori che fosse possibile osservare». Del resto le direttive che le nostre femministe proponevano alle donne del loro Paese recitavano:

Il movimento femminista svizzero non vuole procedere in opposizione agli uomini; non è contro, ma assieme all’uomo che vuole ottenere il rinnovamento della vita femminile […] Noi vogliamo avanzare mano nella mano con le donne di ogni professione e di tutte le classi […] Noi donne non vogliamo alcuna opposizione di classe. Borghesi e operaie hanno nella nostra unione gli stessi diritti e gli stessi doveri. Nn si tratta per le donne di avere di più ma di essere più. Essere, e non avere, è il fine supremo della saggezza. (Gounelle, 1930, p. 243)

 

Contro la prostituzione

Nel 1895, la Pieczynska e la von Mülinen ebbero l’occasione di conoscere la britannica Joséphine Butler, l’infaticabile propugnatrice dell’elevazione sociale della donna attraverso la formazione scolastica e dell’abolizione delle regolamentazioni statali della prostituzione che, dichiarando di voler controllare il diffondersi delle malattie veneree, mettevano le donne in balìa dei poliziotti e dei medici. Connesso a ciò vi era il traffico delle donne, spesso agli inizi solo delle ragazzine (fu in conseguenza di una delle campagne della Butler che in Inghilterra si approvò una legge che innalzava dai 13 ai 16 anni l’età minima delle ragazze nella quale si presumeva che il rapporto fosse consenziente), che, complici la povertà e la disoccupazione, venivano avviate alla prostituzione.

Le due inseparabili amiche ne furono conquistate e, immediatamente arruolate nella grande crociata abolizionista, entrarono a far parte della commissione amministrativa della Federazione abolizionista internazionale.

Nel 1899, a Ginevra, davanti a 3.000 persone venute per vedere e ascoltare Joséphine Butler, prese la parola anche Emma Pieczynska, che pronunciò, a nome di tutte le donne madri e spose, la sua eloquente requisitoria contro il sistema di regolamentazione «con una voce penetrante, che sapeva modulare, che sapeva essere ironica o tragica, dolce come una carezza o sferzante come una frusta e che disponeva, come i grandi organi, di numerosi e vari registri. Bisognerebbe averla intesa questa donna che diceva a una folla di uomini soggiogati tutte le loro verità senza reticenze» (Gounelle, 1930, p. 244).

«È in nome nostro» esordì la Pieczynska (1930a, p. 260) in quell’occasione «in nome delle donne oneste, che si cerca talvolta di giustificare il mantenimento della “Buoncostume”. Or non è molto, un uomo onorato, un padre di famiglia, me lo sosteneva con forza: “non è affatto il vizio che intendiamo proteggere attraverso la regolamentazione; siete voi, donne innocenti, voi e i vostri figli che questo sistema ha lo scopo di mettere al riparo”».

A questa posizione, per così dire «di profilassi», la Pieczynska replicava che, anche se fosse stata infallibile, sarebbe risultata acquisita a un prezzo troppo elevato: il prezzo della giustizia e dell’umanità. Con questa politica ci si limitava ad allontanare dagli occhi dell’opinione pubblica la vista di questi flagelli e si aumentavano le difficoltà dei più poveri, costringendoli a convivere con le manifestazioni di questo sistema.

«Affinché i marciapiedi che conducono alle nostre case siano — come voi dite — puliti, voi accumulate la sporcizia in qualche angolo dei quartieri sordidi dove la popolazione è densa, le abitazioni anguste e la strada è la sala da gioco dei bambini […]. Affinché con le nostre scarpine non abbiamo a toccare del fango, voi create delle cloache sulle strade delle ragazze povere» (ibidem, p. 261).

La Pieczynska osservava come fosse sufficiente un sospetto e per queste donne era finita. Si era deciso che per loro non ci sarebbe più stato né recupero umano né recupero sociale. La polizia le avrebbe sorvegliate costantemente e il loro corpo non sarebbe più appartenuto a loro, ma alla collettività. Non importa chi avrebbe potuto sfruttarlo a suo piacimento, purché avesse pagato l’obolo allo Stato.

Sosteneva che la vita di queste ragazze era stata sacrificata ai calcoli, alle convenienze, alle teorie di una presunta igiene sociale, invocando uno stato di necessità: «il vizio sarebbe un bisogno della vostra natura, una fatalità sociale, e niente potrebbe eliminarlo» (ibidem, p. 262).

A questa fatalità la Pieczynska, a nome delle sue colleghe del movimento, opponeva la fede e la speranza in un progresso morale dell’umanità. E il segreto di questa speranza stava in un’opera di educazione delle nuove generazioni, che però doveva passare attraverso l’abolizione della prostituzione legale per evitare un compito impraticabile: «o i vostri figli daranno ragione alle vostre istituzioni e vedranno nella donna un oggetto con cui giocare, da spezzare o da gettare a proprio piacimento, oppure avranno la visione della purezza, il rispetto dell’amore senza macchia e della paternità, e disprezzeranno le leggi della loro patria».

E concludeva: «Fate cessare questo dilemma! Allontanate dalle nostre istituzioni ciò che ostacola il progresso morale. Aiutateci a fare dei nostri figli degli uomini e delle donne migliori di quello che noi siamo. Diamo loro insieme l’ambizione di una vita più alta e più pura, l’ambizione di essere i padroni di loro stessi e di comandare alle loro passioni» (ibidem, p. 264).

 

Il vero amore e la parità tra uomo e donna

Nella storiografia del movimento femminista svizzero si osserva che le posizioni della Pieczynska e della von Mulinen non puntavano direttamente al riconoscimento di una parità legale (prima di tutto il diritto al voto) delle donne quanto a un’azione di sensibilizzazione e di educazione che avrebbe portato «quasi naturalmente» a una parità effettiva fra uomo e donna, con il corollario delle sue manifestazioni sul piano sociale e giuridico (Chaponnière, 1992).

In questo contesto l’impegno all’educazione sessuale rivolta alle madri di famiglia e ai giovani aveva un ruolo fondamentale. Nel 1898 la Pieczynska aveva dato alle stampe quella che si rivelerà la sua opera più famosa: fècole de la pureté. Si trattava di un manuale di educazione sessuale, che seguiva dei corsi sullo stesso argomento tenuti alle donne negli anni precedenti. In questo testo vi era gran parte della sua tesi di laurea, che non aveva potuto discutere per l’abbandono forzato degli studi per motivi di salute.

In quest’opera a un tempo scientifica e pedagogica esponeva le leggi della riproduzione e le sue tesi fondamentali sull’educazione sessuale, con una precisione, un coraggio e un’elevatezza di pensiero decisamente notevoli. Al centro viera la riflessione sull’evoluzione dell’amore nell’universo e nell’umanità e sulla sua ascesi graduale oltre i limiti dell’egoismo fino all’amore divino.

Al «falso» amore la Pieczynska opponeva il «vero» amore. Alla concezione morale per la quale il sesso opposto al nostro rappresenta una preda da inseguire o un nemico da evitare, una conquista da realizzare o una trappola da evitare, opponeva la nozione sana di una società da educare, di un patto da costruire, di un completamento, di un rapporto, di una solidarietà da acquisire.

Una posizione originale che era assolutamente controcorrente ai suoi tempi era il fatto di prevedere la non separazione dei maschi e delle femmine nella scuola e nell’organizzazione sociale. Insisteva perciò sulla coeducazione dei sessi in base a una prospettiva educativa, che secondo lei veniva prima di tutto, ossia quella dell’armonia da stabilire tra i sessi e quella della loro cooperazione nella vita. Alla separazione, alla subordinazione di un sesso all’altro, alla competizione consacrate dagli usi o dal diritto, opponeva «l’armonia di esseri umani, uguali, differenti e complementari».

Un punto capitale della sua pedagogia degli istinti e dell’amore era rappresentato da quella che la Pieczynska chiamava «l’educazione degli educatori». Sosteneva che non vi era nulla da guadagnare, o poco, presso la gioventù contemporanea, come presso i giovani sposi, dal fare delle prediche, dall’affrontare senza sosta «il materialismo» delle domande sessuali, dall’organizzare esclusivamente delle leghe contro i vizi che venivano descritti ed esposti con dovizia di particolari; in breve, dal praticare dei metodi di lotta troppo diretti, troppo negativi, che presentavano il bilancio del vizio, facevano appello alla paura o al disgusto, al punto da rendere le anime irrimediabilmente pessimiste in queste materie. E agli educatori, ai moralisti e gli apologeti del celibato ecclesiastico considerato come superiore allo stato matrimoniale, opponeva le sue riflessioni a favore di un ideale positivo dell’amore. Emma Pieczynska sognava — vi ritorna spesso nelle sue lettere — un amore eroico, un’unione dei puri, un amore capace di imporre il sacrificio delle proprie gioie per l’essere amato. Annunciava un amore ispiratore di rinuncia, di sacrificio consensuale, non per ascetismo ma «per un’unione stretta e soprannaturale che supera in altezza e profondità e in durata l’unione fisiologica alla quale aspira la passione […]. Perché l’unione delle anime è eterna» (Gounelle, 1930, p. 248).

Erano discorsi difficili, che non mancavano di destare scalpore e scetticismo anche nelle cerchie a lei più vicine, per quanto fossero posizioni abbastanza diffuse nel panorama contemporaneo.

Vi era in Emma Pieczynska una vocazione del tutto particolare di educatrice alla purezza. «Tutto il suo cuore va a questo lavoro» scriveva la von Mulinen «parlare ai giovani, agli uomini ogni volta che se ne ha l’occasione, perché è vivere e toccare una speranza così grande che è quasi una realtà». Ma la stessa amica constatava come la malattia la bloccasse di colpo, tagliasse tutti gli slanci di questa vocazione autentica e, infatti, in una lettera della Von Mulinen a Gounelle del maggio 1904 si affermava: «È ben misterioso che Dio mostri alla nostra amica, così spesso, la terra promessa del vero lavoro, quello per il quale è nata e che la mantenga, tuttavia, quasi sempre sulla montagna senza che essa possa mettere mano all’opera. Lo sapremo un giorno perché. Per il momento sentiamo la forza imprigionata» (ibidem, p. 246).

 

Migliorare le condizioni dei lavoratori: la «Lega svizzera dei compratori»

L’impegno sociale di Emma Pieczynska trovò nella «Ligue des Achéteurs» un ambito particolarmente adatto alla messa in pratica di quelli che riteneva fossero i suoi doveri sociali. In questo settore collaborò strettamente con Henriette Brunhes (1872-1914), principale esponente del movimento francese mirante al miglioramento delle condizioni dei lavoratori attraverso la responsabilizzazione di chi acquista i beni da loro prodotti (Bortoli, 2012).

Eletta presidente della «Lega svizzera dei compratori», il cui segretariato aveva sede a Berna, definiva con notevole precisione il funzionamento di questa associazione creata ad assoluta somiglianza delle altre presenti in diversi altri Paesi europei. L’obiettivo della Lega, affermava, derivava da un’osservazione: «chi vive deve acquistare, chi acquista ha potere e l’esercizio del potere impone degli obblighi» (Pieczynska, 1913a, p. 14). In effetti, rilevava la Pieczynska, abitualmente e, spesso a loro insaputa, gli acquirenti fanno pesare sul mondo del lavoro, dirigenti e subordinati, degli oneri che molto facilmente potrebbero essere loro risparmiati. L’acquirente, d’altra parte, se dà una preferenza a un fornitore acquisisce sullo stesso un potere che egli può utilizzare per migliorare la sorte dei lavoratori: gli basta offrire la sua scelta di cliente alle aziende che assicurano al loro personale un trattamento «umano». La «Lega svizzera dei compratori» aveva quindi lo scopo di educare gli acquirenti e di associarli, perché essi, una volta messi a conoscenza delle condizioni di lavoro nelle diverse occupazioni, delle riforme da apportare e dei miglioramenti da ottenere presso i dirigenti delle imprese, potessero esercitare attraverso la potenza del numero l’influenza necessaria per sensibilizzare il pubblico più vasto.

La Lega, in modo particolare, intratteneva delle relazioni con gli ispettori del lavoro la cui collaborazione era indispensabile per la regolamentazione del lavoro; essa non raccomandava sulle sue «liste bianche» (ossia l’elenco delle aziende che garantivano condizioni lavorative e salari dignitosi e alle quali veniva permesso di applicare ai prodotti «un’etichetta» che segnalava la sua conformità ai dettami della «Lega dei compratori») i fabbricanti e i commercianti se non in ragione delle condizioni di lavoro applicate; riconosceva nelle organizzazioni operaie, in modo particolare nei sindacati professionali, dei fattori necessari al miglioramento delle condizioni di lavoro e intesseva con queste associazioni delle relazioni, acquisendo informazioni da loro e sostenendole nella lotta per la salvaguardia dei diritti dei lavoratori.

L’istituzione delle «Leghe sociali dei compratori», tuttavia, era spesso oggetto delle critiche dei sindacati più politicizzati. Esse venivano accusate di sentimentalismo, di eccessiva prudenza, di evitare forme di lotta più efficaci quali il boicottaggio delle aziende meno sensibili. A costoro la Pieczynzska rispondeva che il ruolo delle Leghe non si limitava a fare appello ai sentimenti del pubblico: esse non volevano sostituirsi ai sindacati e alle loro giuste forme di lotta, ma agivano dove le organizzazioni operaie erano assenti o di più difficile costituzione, come nel caso del lavoro a domicilio. Qui la Lega, dopo avere studiato la situazione di un’industria e della sua organizzazione produttiva, proponeva ai responsabili dell’azienda l’adozione di tariffe minime di salario; a quelli che accettavano offriva la propria «etichetta», la propria pubblicità, la propria influenza sul mercato; di fronte a coloro che rifiutavano aveva un’arma che consisteva nello stampare e diffondere nei luoghi di lavoro le tariffe ottenute e i nomi dei fabbricanti che le avevano adottate. Grazie a questa informazione gli operai avevano la possibilità di optare per le imprese indicate dalla Lega, costringendo i datori di lavoro a adeguarsi per non perdere i loro dipendenti.

Nel rapporto presentato dalla Lega svizzera al Congresso sul lavoro a domicilio si affermava che il metodo aveva successo. Con l’intervento degli animatori della Lega in più circostanze si era ottenuta la fissazione di minimi salariali; inoltre dov’era stato possibile — era stata aperta la strada al costituirsi di organizzazioni dei lavoratori, mentre dove non era possibile, come nel lavoro a domicilio (attività perlopiù femminile e di difficile sindacalizzazione), la Lega svolgeva un’opera di supplenza.

 

Una vita ricca ma con molti eventi sfortunati

Negli ultimi anni della sua vita, la Pieczynska si dedicò allo studio e alla traduzione dall’inglese di opere di Rabindranath Tagore (1861-1941), notissimo nel mondo occidentale come poeta, drammaturgo e pensatore religioso ma molto meno nella sua azione di educatore. Fu proprio questo aspetto, invece, che interessò particolarmente la Pieczynska che, con il suo testo Tagore als Erzieher (1921), contribuì a diffondere i principi educativi «dell’educatore» indiano sintetizzabili in tre punti:

  • le fonti di ogni feconda educazione sono la vita e la natura;
  • la scuola deve creare attorno ai bambini un’atmosfera di amore e libertà come condizione necessaria per il pieno sviluppo della loro personalità;
  • il fine dell’educazione non è tanto la somma delle conoscenze acquisite e, quindi, il sapere, quanto la potenza spirituale che riesce a sviluppare negli individui.

Con questa immersione nella filosofia e nello spiritualismo orientali la Pieczynska dimostrava una volta di più l’assoluta originalità della sua religiosità, che non sopportava etichette e spirito di setta lamentate molto spesso anche nei confronti degli amici del protestantesimo sociale con i quali condivideva molte riflessioni e iniziative sociali.

Gli ultimi anni della vita della Pieczynska sono contrassegnati anche dal grande deterioramento fisico e dalla sofferenza: alla sordità si aggiunge la cecità e nel 1924 perde l’amata compagna Hélène. «Per quanto l’idea della vicina separazione [ci fosse divenuta] familiare, Voi che avete conosciuto qual era la nostra vita in comune, la nostra unione di anima, di spirito e di cuore, potete comprendere che cosa sia questa separazione dopo 34 anni di felice e completa intimità e collaborazione» scriverà all’amico pastore Elie Gounelle (Gounelle, 1925, pp. 146-147) e quest’ultimo rifletteva come: «Per tutta la sua vita si può quasi dire che, ogni volta che si è trovata nella condizione di raggiungere un risultato per il quale si era preparata con entusiasmo, sopravveniva qualcosa a impedirglielo»: il fallimento del suo matrimonio, l’impossibilità di continuare nella musica nella quale era eccellentemente dotata, l’interruzione degli studi universitari… Sembrava quasi, aggiungeva Gounelle (1930, p. 241), «che un cattivo genio, attaccato al suo destino, avesse potuto essere d’ostacolo a ciascuno dei suoi grandi progetti, di contrastare le sue imprese più nobili», senza tuttavia fiaccarla perché sembrava che «le sue disgrazie l’avvicinassero alla grande fonte delle energie morali e delle resurrezioni, in maniera tale che lo Spirito divino riparava sempre con la sua azione evidente i disastri del cattivo genio».

 

Bibliografia

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Chaponnière M. (1992), Devenir ou redevenir femme. Déducation des femmes et le mouvement féministe en Suisse, du début du siècle à nos jours, Genève, Société d’histoire et d’archéologie.

Commissione federale per le questioni femminili, La storia della parità in Svizzera 1848-2000. 1.1. Il movimento femminista dalle origini alla prima guerra mondiale.

Danna D. (2003), Amiche, compagne, amanti. Storia dell’amore tra donne, Trento, UNI Service. Gounelle E. (1925), La leçon des nos deuils, «Le Christianisme social», n. 1, pp. 145-152.

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Pieczynska E. (1913a), Du rôle qui incombe aux Ligues Sociales d’Acheteurs dans le domaine du travail à domicile. In Second Congrès International du Travail à domicile, Zurich, 8-9 Septembre 1912. Rapports et comtes rendus des séances, Bruxelles, Misch & Thron, pp. 1-7.

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Pieczynska E. (1921), Tagore als Erzieher, Zurich, Rotapfel Verlag Erlenbach.

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Pieczynska E. (1930b), Ses Lettres, Neuchâtel, Delachaux et Niestlé.

Serment E. (1927), Emma Pieczynska, née Reichenbach, dans ses oeuvres, «Annuaires des femmes suisses 1926/27», vol. 10, pp. 81-111.

 

FONTE: La rivista del lavoro sociale, Vol. 13, n. 1, aprile 2013 (pp. 121-130)

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