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Emma Morin

Scheda biografica a cura di Elda Fiorentino Busnelli

 

Emma Morin è stata un’assistente sociale di prestigio internazionale, esperta nei problemi relativi allo sviluppo delle comunità; il servizio sociale ha avuto in lei una professionista di elevata cultura e profonda umanità.

La Sostoss ricorda con affetto e commozione una socia fondatrice ed una collaboratrice intelligente, instancabile, sempre disponibile.

Morin fa parte di quel primo gruppo di assistenti sociali che sono approdati al servizio sociale in età adulta, lasciando più sicuri ambienti di lavoro, per lanciarsi in quella che vivevano come una sfida: contribuire alla ricostruzione del Paese, e avviare una democrazia effettiva, facendovi partecipare anche i più poveri, gli emarginati.

Morin nasce a Genova nel1914, si laurea a Roma in scienze politiche nel 1935; in quegli anni, non facili per una giovane antifascista, trova lavoro nella biblioteca dell’Istituto Centrale di Statistica.

Nel 1945-46 fa parte del Corpo Ausiliario del Ministero della Difesa. La profonda amicizia con la famiglia Lupinacci e con don Giovanni de Menasce, dei quali condivide gli ideali democratici e l’impegno civile, la sollecita ad iscriversi alla Scuola di Servizio Sociale Ensiss di Roma, da loro fondata, e qui si diploma nel 1949. Da questo momento ha inizio un percorso professionale di studio e di lavoro, che la porta ad approfondire sempre di più i problemi del lavoro di comunità del quale diviene rapidamente un’esperta riconosciuta in Italia e all’estero. Contributi di rilievo alla sua formazione, in particolare a livello delle istituzioni e del lavoro per migliorarne il funzionamento, furono certamente dati da esperienze di studio all’estero, in quegli anni davvero iniziali per il servizio sociale in Italia.

Ricorderemo una borsa di studio di 4 mesi dell’UNICEF nel 1949 per visite e studio dei programmi di maternità ed infanzia nel Regno Unito e in particolare in Scozia; la partecipazione ai Seminari Internazionali ONU sul “Casework” a Dobbiaco nel 1953 e a Leicester UK, nel 1954; un viaggio di studio di 6 mesi negli USA su invito dello State Departement, “Specialist Programma”, nel 1955, con visite ad enti, istituti operanti nel campo del servizio sociale, frequenza di corsi presso scuole di servizio sociale.

Un suo curriculum dettagliato, una raccolta di suoi scritti, di relazioni e testimonianze della sua attività, fanno parte dell’Archivio Morin, da lei donato alla Sostoss e depositato presso l’Istituto Sturzo.

In questa scheda biografica é possibile fare menzione solo di alcuni dei suoi prestigiosi incarichi:

– negli anni 1950/53 lavora presso la National Catholic Welfare Conference, War Relief Service come assistente sociale (senior social worker) responsabile del “Programma Orfani” ; selezione, studio dei casi e avvio di minori in condizioni di abbandono, soprattutto orfani, dall’Italia (in particolare dal Meridione) negli Stati Uniti per la loro adozione da parte di famiglie americane;

–  nel 1953 diviene Capo Ufficio Assistenza Sociale dell’ETFAS, Ente per la Trasformazione Fondiaria ed Agraria della Sardegna, cioè l’ente incaricato della riforma agraria dell’isola. II suo incarico ha coinciso con l’inizio del lavoro degli assistenti sociali nell’ente e si é concretato nell’avvio ed organizzazione della loro attività nel quadro e secondo gli scopi della riforma. “Per il servizio sociale, che arrivò ad annoverare fino a 37 assistenti sociali, si trattò di accompagnare l’inserimento di circa 2500 famiglie di braccianti ed affittuari destinati a divenire coltivatori diretti nel senso generico della parola su circa 3800 lotti di terreno con oltre 20 borgate e centri di servizio, scuole, asili, ambulatori, chiese, centri ricreativi. Una prima fase di adattamento richiese alle assistenti sociali un lavoro specialmente impegnativo e difficile: molti servizi non erano completi e le famiglie incontravano disagi anche per le mutate condizioni di vita. In seguito, le attività sono state quasi tutte di carattere collettivo: attività di gruppo e di comunità perché i membri delle nuove borgate, provenienti da villaggi e zone diversi, raggiungessero un buon grado di convivenza sociale”1.

 Morin ha sempre curato molto sia la formazione in servizio che la supervisione dei “suoi” assistenti sociali, stabilendo con loro un rapporto professionale arricchente basato su stima e fiducia reciproca. Nel tempo questo rapporto si é trasformato in un’amicizia della quale ancora oggi a distanza di cinquantanni, alcuni conservano il ricordo come un bene prezioso.

“Godendo di grande fiducia da parte dei vertici dell’EFTFAS, Emma si poteva muovere con autonomia ed intraprendenza, sempre attenta ed interessata a mantenersi in stretta collaborazione con le figure dirigenziali amministrative dell’ente. Infatti, uno dei suoi tratti soggettivi più caratteristici era quello di saper stabilire delle relazioni interpersonali improntate alla cordialità, all’ascolto dell’altro, alla trasmissione franca e diretta all’interlocutore, del proprio punto di vista. Ciò ebbe come riflessa conseguenza che le assistenti sociali da lei dirette vennero nella maggior parte dei casi accolte con simpatia e valorizzate per la funzione professionale di cui erano portatrici…”2.

Dal 1957 al 1962 Morin é capo del Servizio Sociale del Progetto Sardegna promosso e realizzato dall’OECE (poi OCSE), nella zona di Oristano Bosa Macomer con azioni che i mezzi disponibili permisero di concentrare su alcuni soltanto dei 41 Comuni e 110 mila abitanti della zona. Fu un’esperienza centrale nel lavoro di Morin, le cui lezioni rimangono ancora rilevanti. II Progetto era mirato a dimostrare che investimenti, sia pure finanziariamente modesti, ma concentrati in “materia grigia” conoscenze tecniche, programmazione, organizzazione, rafforzamento del ruolo e delle capacità degli utenti -favoriscono lo sviluppo economico in accompagnamento agli investimenti per infrastrutture, quali si attendevano allora massicci per il Piano di Rinascita della Sardegna. Questo quadro permise a Morin di sperimentare quanto le veniva suggerito dall’esperienza acquisita sino allora dalla sua visione profondamente democratica della vita civile e dalla consuetudine con don de Menasce cui ricorre per consigli. II progetto era multidisciplinare e il Servizio Sociale, che comprendeva una decina di assistenti sociali, fu diretto in parte ad accompagnare le iniziative di servizi tecnici (divulgazione agricola, sviluppo dell’artigianato). Ma il grosso del lavoro era mirato a migliorare il grado di organizzazione raggiunto dalle comunità. Già l’inchiesta preliminare condotta dalle assistenti sociali identificava i principali squilibri: mancanza di uno o più servizi necessari e previsti a livello locale; scarso e non adeguato funzionamento di servizi esistenti; mancanza di coordinamento tra gli stessi servizi comunali e fra questi e le istituzioni esterne al Comune. Per Morin é solo a titolo provvisorio che l’operatore sociale può agire in sostituzione di quanto non esiste: contemporaneamente deve fare il possibile perché i servizi vengano istituiti, dove necessario con finanziamenti di più comuni (consorzi). Ricorderemo tre constatazioni, o principi di base, espressi da Morin perfettamente calzanti alla situazione della zona del Progetto: “Se il Comune non si può considerare a sé stante in un programma di sviluppo, é altrettanto vero che esso costituisce una base, un terreno comune dove sono possibili iniziative sul piano dell’organizzazione del miglioramento sociale. In zone rurali come quelle del Progetto, dove la popolazione vive accentrata nei paesi, la partecipazione da promuovere attorno ad un’iniziativa che sia di interesse per la collettività, trova nel comune una sede appropriata”. “II funzionamento di un servizio si valuta anche dal rapporto tra utenti e responsabili del servizio stesso: da una parte, la coscienza e conoscenza dei propri diritti, e dall’altra il riconoscimento del rispetto di questi”.

“Non si può dire che il servizio funziona fino a che esiste un asilo attrezzato per 80 bambini e frequentato da 15; o esiste un ufficio apposito cui il bracciante si rivolge “chiedendo il favore” di sollecitare la liquidazione degli assegni familiari che gli spettano (favore che magari deve anche compensare); o esistono scuole dove gli alunni che presentano particolari difficoltà vengono indicati dagli insegnanti come “scemi” 3. Furono anni di trasformazione in quelle comunità ad alto analfabetismo, dove all’inizio bambini e bambine venivano spesso utilizzati dalle famiglie per accompagnare le greggi, o occuparsi dei fratelli più piccoli, impedendo loro di completare la scuola elementare. E poi man mano nella profonda trasformazione di quegli anni – dalla diffusione della televisione alle nuove prospettive aperte dall’emigrazione – mutò anche l’apprezzamento delle famiglie nei riguardi dell’istruzione. Nella zona del Progetto, il lavoro del Servizio Sociale accompagno la mutazione, incentrandosi in larga misura sulla scuola, che era praticamente il solo servizio pubblico presente in tutti i Comuni. Assistenza agli alunni, “educazione alla scuola” per gli adulti: insegnanti e genitori. Organizzazione di doposcuola che già nei primi tre anni permisero ad oltre 2000 bambini in 29 comuni di vivere un’esperienza di gruppo con attività creative. “Scuola dei genitori” mediante riunioni sempre tenute nella scuola, con la collaborazione di insegnanti (ancora poco abituati a parlare agli adulti) e, spesso, di autorità locali, medici responsabili di servizi sanitari, e così via. Refezioni scolastiche con il miglioramento dei refettori e la creazione di orti scolastici che significano generi freschi nel vitto dei bambini raddoppiamento del numero dei bambini serviti in una zona dove molti piccoli erano malnutriti, diminuzione dei costi per il comune. Formazione degli insegnanti ad un ruolo più attivo nella attività parascolastiche e di tempo libero per giovani ed adulti. Sorsero alcune “biblioteche comunali” create e gestite dai giovani e sostenute dai comuni, avviate assieme al servizio di Educazione degli Adulti del Progetto. E assieme al Servizio gli audiovisivi, un numero sterminato di proiezioni serali e di film nei villaggi della zona, seguite da discussioni con la popolazione. Grazie ad una notevole libertà nella programmazione, per Morin e le assistenti sociali fu una esperienza di eccezionale interesse e coinvolgimento, anche per il continuo aggiornamento e scambio di esperienza tra gli operai. Il lavoro delle assistenti sociali, che le loro scuole avevano preparato piuttosto al “case work”, fu accompagnato da attività continue di formazione. Lo stato dei servizi, e dei loro rapporti con la popolazione, in tanta parte del nostro Paese giustificherebbe ampiamente che questa esperienza e le osservazioni della Morin vengano “rivisitate”, magari con altre di uguale rilievo, per trame quante lezioni si rivelarono ancora valide. Lezioni che sarebbero preziose, anche, per tanti progetti ispirati “dall’alto” nell’ambito della cooperazione allo sviluppo e delle fasi di ricostruzione successive alle catastrofi, naturali o meno, in Italia ed altrove. Come tante iniziative internazionali, comunque, anche il Progetto Sardegna terminò un giorno, quando i programmi avviati erano ancora in pieno svolgimento.4

Su invito del Comitato Belga di servizio Sociale, Morin tenne a Bruxells nel 1962 un ciclo di conversazioni sul contributo del servizio sociale allo sviluppo di comunità a dirigenti e docenti di scuole di servizio sociale belghe.

– Nel maggio 1964 Morin svolge una missione ONU in qualità di esperta (Sociale Welfare General Adviser) presso il governo della Repubblica del Senegal, con l’incarico di suggerire misure adatte per l’amministrazione, il funzionamento e il coordinamento dei servizi sociali pubblici e privati, nonché l’avvio di una scuola di servizio sociale. La missione si conclude con l’istituzione, approvata e regolata da un decreto legislativo, di un Comitato per l’Azione Sociale. Questa è un’altra caratteristica di come ha sempre lavorato Morin: mai lasciare le cose a metà, concludere in modo da garantirne la prosecuzione da parte delle forze locali. Secondo Morin, non c’è sviluppo di comunità senza assunzione di responsabilità da parte della comunità stessa.

– Dal 1965 inizia l’insegnamento del lavoro di comunità a Roma nella Scuola di Servizio Sociale ENSISS e nella Scuola di Servizio Sociale per Religiose. Collabora anche come consulente o docente con le Scuole di Servizio Sociale di Torino, Milano, Perugia. Nel suo insegnamento condivide con gli studenti la sua cultura e la vasta esperienza.

– In questo periodo svolge anche un vivace lavoro di studio e ricerca sul funzionamento delle biblioteche in provincia di Torino e su vari interventi conclusi o in corso nel campo dello sviluppo di comunità in Italia.

– Per conto del Consiglio d’Europa elabora una monografia sulla situazione dello sviluppo di comunità in Italia, da utilizzare anche come traccia per monografie analoghe da parte di Paesi membri del Consiglio e per l’impostazione di un Seminario Internazionale sull’argomento.

– Nel 1970 é consulente dell’Unesco nel Niger, per un progetto di organizzazione di attività per la gioventù, ma vittima di un grave incidente stradale viene rimpatriata dopo pochi mesi.

– Dal 1973 al 1980 lavora nel Dipartimento delle Opere Sociali del Canton Ticino, in funzione di esperta e coordinatrice del servizio sociale cantonale di recente istituzione. “Morin ebbe un’influenza determinante nello sviluppo delle attività sociali nel Canton Ticino e costituì fonte di arricchimento morale e professionale per tutti coloro che ebbero la fortuna di lavorare al suo fianco” 5

– Il terremoto dell’Irpinia del 1980 la fa partire con la Croce Rossa Norvegese per portare in quei paesi devastati, non solo i necessari aiuti immediati, ma la sua competenza nel coordinamento dei servizi e nello sviluppo delle comunità locali. “Successivamente, nel quadro della riflessione di enti caritativi e sindacali italiani che avevano partecipato agli aiuti, fu chiesto a Morin di analizzare l’esperienza in Irpinia e Basilicata. Pur nella mancanza di dati precisi sull’entità degli aiuti (!) in quello che fu peraltro un grande slancio di solidarietà, Morin raccolse informazioni e formulò proposte. In particolare, risulta un’inflazione di centri sociali di vario indirizzo (socio- assistenziali, socio-sanitari ecc.) – lei ne conto 400 circa – largamente sottoutilizzati ed i cui costi di gestione, divenivano insopportabili per i Comuni (mentre, ovviamente, utilizzi di “pietre e mattoni” di rapida costruzione e, almeno all’inizio, facile contabilizzazione, possono rassicurare i donatori) Morin ne raccomando di conseguenza una ricognizione sistematica e una larga partecipazione delle amministrazioni locali e delle popolazioni nella determinazione degli indirizzi da dare a queste strutture ed ai fondi non ancora utilizzati. Particolare cura avrebbero meritato le cooperative sorte dopo il terremoto – soprattutto quelle agricole ed edili – per metterle in condizione di partecipare alla ricostruzione ed allo sviluppo” 6

– In tutti questi anni, Morin é richiesta di numerose consulenze e collaborazioni dalla Regione Lazio, la CRI, il Centro Ricerche Economiche e Sociali per il Mezzogiorno (CRESM).

Morin ha sempre curato molto la propria formazione, con letture, come testimonia la sua vasta biblioteca, partecipando ad incontri e seminari nazionali ed internazionali, e compiendo viaggi di studio. Morin non ha mai considerato queste occasioni come una possibilità di girare il modo e di fare nuove utili conoscenze; per lei erano soprattutto giornate di studio, di riflessioni, alle quali dava spesso il suo contributo e dalle quali tornava sempre arricchita. Al suo ritorno faceva partecipi gli amici, i colleghi ed i collaboratori dell’esperienza fatta mettendone in rilievo gli aspetti più interessanti ed utili al lavoro professionale.

Quando sul finire degli anni ’80 si stabilisce definitivamente a Roma, Morin inizia un nuovo percorso della sua vita: dalla professione al volontariato. E’ una svolta assolutamente logica; da pensionata riteneva giusto e doveroso continuare a mettere la sua competenza al servizio di chi ne aveva bisogno. Collabora attivamente con mons. Luigi Di Liegro della Caritas Diocesana, ma é soprattutto nel suo territorio (nella sua comunità), nella sua Parrocchia, che s’impegna in varie iniziative: s’inserisce nel centro di ascolto Caritas. “Per il Centro fu una grande svolta, perché mise a disposizione di tutti professionalità e sensibilità. Ci guidò per migliorare l’ascolto delle necessità delle persone che venivano al Centro, il modo di accoglierle senza umiliarle… fu una delle promotrici e organizzatrici dell’ambulatorio per stranieri non in regola con i documenti… fu socio fondatore della cooperativa, “L’accoglienza” che ha dato vita alla Casa Famiglia Villa Betania, per l’accoglienza di madri nubili con bambini … penso ad un censimento della popolazione anziana coinvolgendovi Comune ed Istat; invio una lettera personale a tutti gli anziani (circa 1300) con un questionario per comprenderne le necessità e da ciò nacque un gruppo di Solidarietà che Emma seguì personalmente con l’aiuto di alcuni giovani …. Ogni suo intervento era basato sulla promozione umana e non sulla “carità” …. Era anche molto impegnata nella Fondazione Ryder che fornisce l’assistenza domiciliare gratuita ai malati di tumore … li suo essere piccola e semplice, pur venendo da una famiglia molto elevata culturalmente e socialmente, la sua tenacia, il suo desiderio di rimanere sempre al passo con i tempi, per continuare a dialogare con le nuove generazioni, questi sono i valori che ci ha lasciato Emma, ma, primo fra tutti, il suo essere cristiana in ogni azione … aveva frequentato un corso di teologia e proprio l’anno precedente la sua morte un corso di preghiera profonda per imparare a pregare meglio” 7 • In questo suo cammino nel volontariato e nelle esperienze spirituali che lo accompagnano incontra Angela Cassano, che di lei scrive: “Mi colpiva la sua capacità di saper vedere le cose nel loro insieme, ma, nello stesso tempo, attenta al particolare, soprattutto quando “il particolare” riguardava una persona … Capace di ascolto, sapeva dare consigli preziosi… Era affascinante anche per quel desiderio sempre vivo di conoscere il più e il meglio, non era un atteggiamento, era una fame, una sete di conoscenza” 8.

Forse anche questa sete di conoscenza ha contribuito a fare di lei uno dei più validi collaboratori della Sostoss, dal 1992 al 1999. Con Angelo Gatti e Dora Carazzolo ha curato la stesura di 30 schede informative sugli enti disciolti a seguito del DPR n. 616. Si tratta di schede per lo più sintetiche, ma precise, perché devono costituire strumento di conoscenza di realtà oggi non più esistenti. Nella Sostoss non é stato solo importante il suo lavoro, ma la sua presenza, la sua partecipazione sempre intelligente e vivace alle discussioni. Con la sua morte, avvenuta il 3 dicembre 2000, all’età di 86 anni, la Sostoss ha perduto un grande sostegno ed una vera amica. Sembra corretto concludere questa scheda biografica citando almeno alcuni dei numerosi scritti di Emma:

– “L’assistente sociale” in ICHNUSA rivista della Sardegna, n.43-1961 IX 4

– “II lavoro in comunità nell’ambito dei processi di trasformazione dell’economia agricola” in Servizio Sociale di Comunità, AAI – 1963 p. 73-129

– “Esperienze e prospettive del servizio sociale nella nuova democrazia italiana” Relazione al l a convegno nazionale di studio per assistenti sociali in Democrazia Cristiana: “II servizio sociale e la comunità politica” p. 27-52

– “II lavoro intersettoriale nei progetti di sviluppo” – “Solidarietà e fondi inutilizzati: proposte di impiego produttivo in Citta e Campagna AXV nuova serie 1983 1/2.

 

1 Dalla testimonianza di Elena Borghese

2 Dalla testimonianza di Orietta Ripa di Meana, inserita nel Dossier Morin depositato presso l’Istituto Sturzo

3 Citazioni da Emma Morin “L’assistente sociale” in Ichnusa rivista della Sardegna, n. 43, 1961 IX 4.

4 Le notizie qui riportate relative al Progetto Sardegna SI devono alla collaborazione di Elena Borghese.

5 Da una relazione della dott.ssa Carla Balzelli, Capo dell’Ufficio Cantonale delle Attività Sociali, inserita nel citato dossier Morin.

6 Dalla testimonianza di Elena Borghese.

7 Dalla testimonianza di Rosanna Ritorto, inserita nel citato dossier.

8 Dalla testimonianza di Angela Cassano, inserita nel citato dossier.

Si ringraziano per le testimonianze e per il materiale raccolto: Carla Balzelli, Elena Borghese, Angelica Cassano, Orietta Ripa di Meana, Rossana Ritorto

 

FONTE: La Rivista di Servizio Sociale, A. 44, n. 2 (luglio 2004) p. 75-83, INSERTO SOSTOSS – Società per la Storia del Servizio Sociale

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