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La figura dell’assistente sociale nel cinema

 

Quando il cinema indaga il sociale: la figura dell’assistente sociale in alcuni film a cura di Stefano Co’

 

L’assistente sociale non è un poliziotto, non è un medico, non è uno psicologo, non è terapeuta, ma è uno che cerca di connettere le varie esperienze e metodologie che si intersecano e che caratterizzano il lavoro di aiuto e sostegno delle persone fragili, marginali o marginalizzate e “deboli” che si rivolgono a lui o lei, possibilmente senza diventare troppo un burocrate. Lo dice un giovane assistente sociale che cercava il libro sul metodo di Edgar Morin a Fahrenheit durante le giornate di ‘clausura’ da “coronavirus”.
Ma questo excursus che ci apprestiamo a redigere sulla figura dell’assistente sociale nel cinema, nella rappresentazione visiva, non è una storia completa o un’analisi sociologica, statistica o antropologica di come viene vista questa figura professionale nel cinema contemporaneo (nota 1), ma una più modesta proposta di visione e re-visione di alcuni film importanti, da vari punti di vista, degli ultimi 40 anni che li e le hanno come protagonisti, co-protagonisti e co-protagoniste, o comunque come figure che hanno un ruolo importante nella storie e nelle vicende raccontate nei films.

 

Il primo film di cui parliamo è IL SAPORE DELL’ACQUA di Orlow Seunke, un film olandese nel 1982, vincitore del Premio Opera Prima alla Mostra del Cinema di Venezia. Il protagonista del film, Hes, è un assistente sociale 40 enne ancora giovane che lavora in un ufficio di pubblica assistenza. Questo ufficio è una specie di “corte dei miracoli”, popolata da ‘questuanti’, malati psichici, povera gente in cerca di una sistemazione, giudici, suore ed infermieri, scena esemplificata dalle prime immagini del film: in uno stanzone senza finestre, visto dall’alto, le pale di un enorme ventilatore girano lentamente sulla testa di decine di persone in attesa. Aspettano tutti, più o meno pazientemente col numeretto in mano, che arrivi il proprio turno per essere ricevuti da uno degli impiegati dell’assistenza. Un dedalo di scale, scalette, corridoi, griglie, cancelli, chilometri di scaffali impolverati, vividamente illuminati da scarne lampadine, seziona lo spazio della burocrazia. Il ventilatore tornerà più volte, col suo fastidioso cigolio e le ombre intermittenti che getta sulla scena a scandire le tappe della storia di Hes, un assistente sociale indurito dal rapporto quotidiano con una realtà tanto squallida. Sotto lo stesso segno della chiusura e dell’oppressione si colloca il mondo degli assistiti, un’umanità “cenciosa” che vive in quartieri miserabili, in stanze maleodoranti che assomigliano a topaie. Reso apparentemente duro ed indifferente dalla pratica quotidiana di tanti casi angosciosi, in realtà Hes si difende con la fredda razionalità di un perfetto burocrate dal pericolo di lasciarsi coinvolgere emotivamente dalla sofferenza che lo circonda, ed è questa la “filosofia” della assistenza che cerca di insegnare ad un giovane collega che lo segue per imparare il mestiere.
Ma un giorno, questa sua sicurezza viene incrinata dalla morte di un ragazzo che egli non ha voluto ascoltare in tempo ed il suo malessere precipita in una profonda crisi esistenziale quando è messo di fronte ad un altro caso particolarmente pietoso. Due anziani coniugi, suoi assistiti, si uccidono con il gas, lasciando una figlia di 14 anni mentalmente ritardata che si chiama Anna. A causa dell’assoluta segregazione in cui è stata sempre tenuta dai genitori, ella vive rintanata in un armadio, come un animale selvatico spaventato. Quasi priva di fattezze umane, non parla, non sa stare in piedi, morde e vive nella sporcizia. Hes ne è sconvolto. Il momento in cui Hes guarda questo mondo di estrema miseria fisica e mentale, diviene il suo momento della verità: il suo credo, fatto di egoismo, fredda efficienza, distacco dal dolore, si frantuma per lasciar posto a quella capacità d’amare che egli ha sempre represso. Allora Hes si accosta alla povera creatura con tenerezza di padre e si dedica completamente a lei per toglierla dalle sue condizioni quasi animalesche e riportarle ad un’umana dignità d’intelligenza e di vita. Questo compito di “purissimo” amore conduce Hes attraverso tutte le fasi di una immedesimazione totale ed egli torna a stadi infantili per meglio capire e farsi capire, per dare ed avere fiducia nel lento cammino verso la rieducazione. La ragazza pronuncia le prime parole, ha i primi sorrisi; ma nel frattempo, Hes si è allontanato dal suo lavoro, da sua moglie, dalla sua vita consueta e viene sospettato, creduto pazzo, e infine gli si nega l’adozione della bambina. La burocrazia interviene e Anna viene portata via per essere condotta in un istituto; ma adesso è capace di camminare da sola, s’avvia a testa alta, sorride ad Hes. Per lei c’è una speranza. Hes rimane solo. Ne valeva la pena? – gli chiede un collega – “Molte sofferenze” – risponde Hes – “ma anche molte cose che tu non puoi capire”.
Seunke riesce a segnare il film di dolore autentico, evita accuratamente di cadere nel realismo stile “indagine sociologica”, terreno ideale per gli stereotipi, e sceglie invece una scrittura allucinata ricca di segnali che aprono inquietanti spiragli sui rapporti umani. Il lento e faticoso recupero di Anna a una dimensione più umana è narrato con una secchezza che rifiuta l’emozione superficiale e ogni facile ricorso al patetico: le pareti dell’appartamento tappezzate con i colorati “scarabocchi” di Anna; i suoi goffi tentativi di accennare un passo di danza; il trucco maldestro ottenuto con i tubetti di colore.
Anche l’uscita nel mondo sulle spalle di Hes, finalmente all’aria aperta (gli alberi, gli uccelli, il porto, l’acqua), racchiudono tutto lo stupore dell’infanzia nell’aprire gli occhi sulla vita, ma conserva al tempo stesso il senso drammatico di un addio, senza che mai Seunke cerchi di far spremere una lacrima allo spettatore. Il regista porta in primo piano così il travaglio interiore di Hes, stretto fra la tenerezza per Anna e il gelido mondo che lo attornia (l’ottusità della burocrazia e la crudeltà dei vicini), con una maturità di linguaggio – estrema cura della ambientazione, definizione anche dei personaggi minori, stringatezza dei tempi – rara in un regista alla sua prima prova.

 

Il secondo film, LADYBIRD LADYBIRD di Ken Loach, del 1994, è forse uno dei più importanti degli anni ’90 con la protagonista, la cabarettista Crissy Rock, che per questo film ha vinto un premio a Berlino ’94. È la storia di Maggie Conlan, una proletaria londinese 40enne che ha avuto un’infanzia povera, in cui ha subito anche molestie sessuali da parte dei genitori alcolizzati e violenti, e forse proprio queste sue disavventure l’hanno portata a diventare una donna con un “caratteraccio”, che si trova con svariati matrimoni falliti e diversi figli avuti da vari uomini, i quali l’hanno sempre abbandonata. La sua vita è sempre stata quindi una lotta fra miseria e brutture ma a modo suo vuole un gran bene ai quattro figli che mantiene cantando nei pub. Per andare a lavorare è però costretta a chiuderli a chiave in casa e una sera c’è un incendio. Vengono salvati per miracolo, ma Maggie perde la loro tutela: i servizi sociali le hanno tolto l’affidamento poiché la considerano poco affidabile, e di livello culturale basso. La sua vita migliora quando incontra Jorge, da lei soprannominato George, un rifugiato politico paraguayano colto e gentile, che accortosi dell’animo candido e gentile della donna e capendo che in realtà è vittima della società circostante, decide di aiutarla e poi si innamora di lei, mettendo al mondo un altro figlio, il quale oltre ad essere amato viene cresciuto con tutte le attenzioni della coppia. Purtroppo i servizi sociali sono sempre prevenuti nei confronti della donna e decidono di fare un controllo a casa sua perché la donna viene sempre considerata inaffidabile nonostante si dimostri molto seria nella relazione con il nuovo marito ed amorevole con il nuovo figlio, e decidono, con l’avvallo di un giudice, di toglierle l’affidamento anche di quest’ultimo figlio.
Film tratto da una storia vera, “Ladybird Ladybird” è un durissimo atto d’accusa verso le modalità ottuse e persecutorie dei servizi sociali inglesi; in particolare sul modo violento con il quale gestiscono la tutela dei minori nelle situazioni di famiglie in stati di disagio, più sociale che individuale; una violenza fredda e burocratica della legge e dell’ordine, rappresentata anche dal susseguirsi delle e degli assistenti sociali (anche in coppia) che cambiano ad ogni colloquio e incontro con Maggie. Il film è infatti un amaro spaccato sulle condizioni disagiate del proletariato inglese e su come i servizi sociali del tempo invece di aiutare i lavoratori li sfruttino e li umilino.
Col suo strepitoso dinamismo stilistico, ellittico e convulso, Ken Loach non fa denunce demagogiche, costringe lo spettatore a mettersi dalla parte di Maggie senza nascondergli nulla della sua sgradevolezza, le sue torpide depressioni e le allegrie alcoliche, ma pure < il suo amoroso calore materno e l’incancellabile senso di colpa, soprattutto la sua ira di persona che si sente nel giusto ma non riesce a comportarsi in modo da veder riconosciute le sue ragioni, la sua disperazione di se stessa.> (2). (Gli) pone delle domande: che cos’è una buona madre? chi ha il diritto di stabilire che cosa è una buona madre? che limiti bisogna imporre alla comunità nei suoi servizi sociali? dove finisce l’amore e dove comincia la responsabilità? La regia di Ken Loach riesce a trarre da quella periferia londinese dove l’azione si colloca e da tutti quegli scontri sempre violenti fra i personaggi, quasi dei climi aridi e tesi che, in contrasto, arrivano se non ad addolcirsi almeno un po’ a quietarsi quando, in primo piano, si fa avanti appunto quel disperato e contrastato amor materno tenuto in cifre di emozione quasi lacerante: con modi però sempre secchi e risentiti. Da sempre attento alle contraddizioni presenti nella società (soprattutto in quella inglese) e ai diritti dei più indifesi, Loach, con LADYBIRD LADYBIRD, torna ad occuparsi dell’infanzia e della famiglia dopo i suoi precedenti “Kes” (1969) e “Family Life” (1971), adottando una prospettiva differente, quasi canonicamente ribaltata: il centro nevralgico attorno a cui ruota la prospettiva non è focalizzato sui fanciulli, ma sulla loro irriducibile mancanza e sull’azione devastante operata dalle istituzioni sulla madre. Mancanza irrimediabile, assenza inflessibile che si evidenzia visivamente con la sostituzione dei corpi con dei simulacri, con le fotografie dei figli disposte con regolarità sul muro dell’abitazione in cui la sfortunata Maggie vive in compagnia del mite e controllato, ma non per questo meno addolorato, Jorge, poeta abituato a cristallizzare e sublimare delusioni e patimenti in idealità versificata. Quelle fotografie significano la dolorosa assenza come segno inconfutabile della violenza istituzionale che esplicita il contrasto tra il diritto dell’individuo a determinare autonomamente la propria vita e l’assetto sociale che, invece, intende penetrare nell’esistenza privata del cittadino, celandosi dietro la giustificazione del miglioramento e del progresso sociale. Loach, quindi, ribalta il problema dell’infanzia concentrando l’attenzione su coloro che la generano e che, se dotati, pur nell’ambito di tutte le sproporzioni e le contraddizioni possibili, di affetto sincero e autenticamente motivato, la patiscono inesorabilmente quando il sentimento provato si deve interrompere bruscamente per cause indipendenti dalla propria volontà. L’affresco realistico proposto dal regista (talmente realistico da utilizzare un’attrice non professionista, Crissy Rock, nei panni di Maggie e un vero esule politico, anche se cileno e non paraguaiano, Vladimir Vega, nel ruolo di Jorge) indaga sulle condizioni sociali di Maggie, sul suo passato, sull’amore nutrito nei confronti dei suoi figli, sulla brutalità della società e sulla malignità dei vicini di casa (l’anziana donna che al processo testimonia contro Maggie e Jorge parlando di supposte violenze che l’uomo avrebbe perpetrato nei confronti della compagna), puntando la macchina da presa sui comportamenti, le reazioni, il lancinante ed insopprimibile dolore che scaturisce dal distacco, tramite immagini “neutre”, dettate dalla presenza e dal movimento dei personaggi e dalle loro “maschere” contratte e deformate dal patimento. L’irrimediabilità del dolore si origina dalla : Maggie è per la società la madre snaturata che, a causa del suo carattere sanguigno e impulsivo, non può essere una buona madre, solo perché ha sbagliato una volta lasciando i figli soli in casa. Il progresso proposto dai servizi sociali parte da un vizio di forma: , rifiutandosi a priori di partire dagli aspetti positivi del rapporto familiare che Maggie, pur con tutte le sue asprezze, mostra apertamente. Conta l’apparenza, non la profondità di <quell’amore che rende pazzi perché non può più essere esercitato direttamente. Ed in mezzo a questa ulteriore stortura, a questo amaro contenzioso tra istituzione e famiglia, < si situano i bambini, testimoni muti ed impauriti, pura presenza che si dissolve improvvisamente, lasciando soltanto patimento, rimorso e struggimento.> (3)

 

Film seguente da considerare è LONTANO DA ISAIAH, (“Losing Isaiah” nell’originale, con una sfumatura linguistica differente)del 1995, diretto dallo statunitense Stephen Gyllenhaal, basato sul romanzo omonimo di Seth Margolis, in cui torna in primo piano la figura di un’assistente sociale che lavora in un ospedale, interpretata da una grande attrice come Jessica Lange, che dà veridicità alla sua performances mantenendo alto il tasso di credibilità della vicenda.
Nel film, un bambino afro-americano viene abbandonato dalla madre tossicodipendente (una giovane promessa e quasi “star come Halle Berry), Viene adottato dall’assistente sociale. Diversi anni dopo la madre scopre che il bambino non è morto come credeva, e va in tribunale per riaverlo.
“Lontano da Isaiah” è un film drammatico basato in effetti su una “lotta” compiuta da 2 madri per ottenere un unico figlio.
Si parla quindi di una madre che abbandonò il suo bambino appena nato in mezzo alla spazzatura perché dominata dalla droga e dall’alcol, e di sua madre adottiva che lo trovò, e con amore e grande impegno, gli diede una seconda possibilità di vita, strappandolo dalla vita di strada che avrebbe potuto essere il suo destino.
Tutto sembra andare per il verso giusto, il piccolo Isaiah cresce felice all’interno di una famiglia benestante di bianchi e non sembra accorgersi della differenza tra il colore della sua pelle e quello delle persone che lo circondano, tanto che nel momento in cui sua sorella Annah gli chiede: “Non ti sembrano così diverse le nostre mani?”, Isaiah risponde: “È ovvio! La mia è più piccola della tua!”.
Il piccolo ha solo 3 anni e le uniche persone dalle quali ha ricevuto amore (i suoi genitori adottivi e sua sorella maggiore), da un momento all’altro, si troveranno nel bel mezzo di un processo giudiziario che strapperà loro il piccolo Isaiah. La madre naturale, infatti, convinta che il suo bambino non fosse sopravvissuto, quando viene a sapere della sua adozione e del fatto che sia ancora vivo, pensa soltanto a volersi riprendere con la forza ciò che secondo lei le appartiene per dato di fatto: il colore della pelle del bambino è lo stesso della sua, non dei suoi genitori adottivi.
Il processo sembra voler sottolineare sempre questo aspetto di differenza culturale tra le due famiglie senza tener conto dell’amore che il bambino ha ricevuto in questi 3 anni e del male che può subire da tutto ciò. Ma fortunatamente, col passare del tempo, le cose torneranno per il verso giusto. Almeno al cinema c’è un “happy end”!
Film che usa il genere classico femminile del melodramma, per narrare di una sempre scottante attualità come la pratica delle adozioni e le difficoltà di una ragazza madre disagiata, che usa tutti i connotati stilistici del cinema di denuncia, risultando però troppo spesso al limite del retorico più che di un coraggio drammaturgico. L’interesse del film sta nel fatto che la protagonista è un’assistente sociale precisa nel suo lavoro (se lo porta anche a casa, e il marito a letto le dice “ma cosa sei? un’assistente sociale o un corrispondente di guerra?”), rigorosa – ci tiene ai suoi “casi” di adozione – ed empatica con le giovani sue “assistite” (dice a una di loro, dopo averla criticata per il suo atteggiamento superficiale, “io sto dalla tua parte e ti darò una mano” e la aiuta a ritrovare e poi a “stare” col suo bambino). Poi quando adotterà lei il bambino, la sua figura sarà solo quella materna e non più quella di lavoratrice sociale, e vedrà nelle altre assistenti sociali che le “portano via” il figlio, nel pieno della vicenda giudiziaria, le contraddizioni e le complessità del suo lavoro. (4)

 

Altro film fondamentale degli anni ’90 a prescindere dall’argomento e dal tema di questo excursus è SEGRETI E BUGIE (del 1916) del regista inglese Mike Leigh.
La storia si sviluppa e vive nei sobborghi di Londra. Hortense, trentenne borghese di colore, che fa l’optometrista, ha da poco perso i genitori adottivi e sente il bisogno di cercare la sua madre naturale. Le viene suggerito di rivolgersi ad un’assistente sociale che accetta di darle la sua pratica. La donna costernata scopre con molta sorpresa che sua madre è una bianca, Cynthia, una donna triste, fragile e frustrata, operaia sfiorita che lavora in fabbrica e abita in una malandata villetta bifamiliare con la figlia Roxanne, ventenne infelice e aggressiva, che fa la spazzina. La misera vita di Cynthia è allietata solo dalle visite che le fa il fratello Maurice, fotografo sposato ma senza figli. Hortense trova il coraggio di telefonarle e di fissare un appuntamento. Le due donne si incontrano e, dopo i primi attimi di smarrimento, cominciano ad uscire insieme ed a ricreare le condizioni per costruire un rapporto affettuoso e una profonda amicizia che rappresenta per Cynthia un nuovo motivo di felicità (ebbe la bambina ad appena quindici anni) e per Hortense un’occasione per capire una realtà diversa dalla sua. Maurice allora invita Cynthia a casa sua per festeggiare tutti insieme il ventunesimo compleanno di Roxanne. Cynthia, felice per questo affetto ritrovato, chiede al fratello di poter portare una persona alla festa di compleanno, facendola passare per collega di lavoro. Arriva il giorno stabilito, e tutti si ritrovano a casa di Maurice e Monica. Dietro l’apparente allegria, in tutti serpeggia molto nervosismo che ad un certo punto inevitabilmente viene fuori. Cynthia rivela che Hortense è sua figlia e, subito dopo, altre rivelazioni seguono tra i parenti presenti intorno al tavolo. Finalmente dalle tante bugie si passa alla verità, e sarà l’occasione per confrontarsi e demolire un muro di “segreti e bugie” e per riacquistare la serenità; allora Cynthia può tornare a casa propria, circondata da due figlie che cominciano a conoscersi e a stare insieme.
Dramma psicologico raccontato con lucida freddezza da Leigh, una rappresentazione del dolore priva di interpretazioni sempliciste e pseudo-psicanalitiche, SEGRETI E BUGIE è un dramma corale in cui Mike Leigh si muove al confine tra un proletariato sofferente e una piccola-media borghesia speranzosa, ma nella quale chi cerca di emergere ed emanciparsi deve sempre confrontarsi fino in fondo con ciò che era e con la sua storia pregressa. Madri e figlie che non si conoscono. Suocere e nuore che non si sopportano. Madri e figlie che si conoscono ma non si capiscono. Uomini che subiscono i dissapori di altri. Figlie che cercano un’identità. Brenda Blethyn-Cynthia è la superlativa mattatrice e fulcro di tutto.(5) Lei che si lascia andare ad una vita sciatta e triste, abbruttita anche da qualche bicchiere di troppo. Lei che ha invidie e risentimenti feroci per la nuora e per la sua vita così diversa e migliore (davvero?). Lei ossessionata dal timore che la figlia, con la quale quasi non comunica, non resti incinta anzitempo. Lei con le sue mani tremolanti che talvolta vediamo solo riflesse nel finestrino dell’auto e non riprese direttamente dalla macchina da presa.
La resa dei conti finale è potente, in un confronto/scontro familiare degno di Ingmar Bergman, ed orchestrato dal bellissimo monologo di un grandissimo Timothy Spall-Maurice, il quale alla fine ricuce gli strappi e riavvicina quattro donne che stavano per allontanarsi e perdersi definitivamente. Arriva così il momento di avere un po’ di speranza e si riemerge dal girone della sofferenza.
“E’ sempre meglio dire la verità, così non ci facciamo del male” dice Hortense alla fine del film, quando (quasi) tutti i segreti sono affiorati e le bugie sono state smascherate.
Mike Leigh dirige con stile tranquillo e quasi mimetico, tutto aderente ai personaggi e alla vicenda. Molto interessante e particolare (indovinata) l’idea di riprendere in alcune scene i personaggi di spalle. Potrebbe sembrare un controsenso, ma non lo è. La scena così funziona ancora meglio.
Importante nella narrazione è la figura dell’assistente sociale Jenny, che svolge un ruolo da deuteragonista, prospettando a Hortense le varie possibilità della storia e delle situazioni attuali sulla sua madre biologica in un colloquio molto empatico, informale ma equilibrato dal punto di vista professionale. (6)

 

Del 2008 è un secondo film di Mike Leigh con co-protagonista un giovane assistente sociale, che entra nella vita della protagonista di LA FELICITÀ PORTA FORTUNA. Pauline, una giovane maestra elementare che solo a guardarla mette allegria, un concentrato d’energia, furia umana, con un sorriso smagliante perenne ma spontaneo. Poppy, così la chiamano tutti, è uno spirito libero, che ama i vestiti kitsch (nere calze sexy abbinate a reggiseno rosa e mutandine arancioni) e vive con l’amica del cuore, anche lei insegnante, in un piccolo delizioso appartamento nel nord di Londra. Passa le sue giornate preoccupandosi più del presente che del futuro e tra lezioni a scuola, lezioni di guida e lezioni di flamenco, ha raggiunto il perfetto equilibrio con se stessa e con gli altri. Non vive nelle fiabe ma tiene i piedi saldamente per terra senza mai perdere di vista la realtà, affrontando la vita quotidiana con un pizzico di ottimismo, con autoironia e spontaneità. In discoteca balla “Common People” dei Pulp e non l’ultimo ritmo da “tunz tunz”, guida con i tacchi alti, salta sui trampolini e sogna di volare alto. E vola alto.
Ritratto a tutto tondo, degna nipote delle protagoniste della commedia sofisticata USA degli anni ’30, gioiosa ma lontana anni luce dal caricaturale, fuori dal tempo ma concretissima, felice per scelta, Poppy è l’anti-Mary Poppins e l’anti-Amèlie Poulain perché non è mai immersa in un mondo da favola ma vive a piene mani la realtà, per quella che è.
In questo senso il tocco di Leigh, che si diverte a ribaltare i luoghi comuni sulla Londra grigia e piovosa, facendocela scoprire calda e luminosa, c’è e si sente. Seguiamo allora “un periodo della vita di Poppy e di ciò che le gira intorno”: si vede la protagonista fare lezioni di scuola guida, svolgere bene il suo lavoro di maestra in una scuola elementare, trovare un fidanzato nella maniera più naturale possibile, si iscrive a scuola di flamenco (magistrale ed esilarante la sequenza dedicata alla prima lezione, quasi tutta giocata su espressioni e movimenti del corpo di Poppy), è interessata con discrezione alla vita della sorella minore e fa visita all’altra sorella, incinta. Leigh non è interessato ad aprire e chiudere le storie, ma si abbandona con affetto alla quotidianità senza mai cercare effetti speciali e la risata facile. Eppure si ride molto spesso; mai per gratuite gag trite e ritrite. Durante la visione lo spettatore ha un costante sorriso stampato sul volto perché la protagonista illumina lo schermo, rende vitale tutto ciò che tocca, compresi gli occhi di chi guarda, amico e complice della nostra eroina cinematografica.
Filmmaker britannico tra i più apprezzati e controversi del cinema europeo, Leigh torna a parlare di donne e vita vissuta con un personaggio a tinte forti, adorabile e goffo allo stesso tempo, che probabilmente in mano ad un’altra attrice avrebbe finito per risultare eccessivo. Sally Hawkins invece è straordinaria, e rapisce l’attenzione dal primo all’ultimo secondo, saltando insieme ai suoi rumorosi braccialetti da un siparietto ad un altro senza pause e la sua interpretazione, fatta di buffe smorfie e battute a raffica, strappa più di qualche applauso e rimarrà. (7) Si ride, e anche molto, ma i momenti seri sono in agguato dietro l’angolo, narrati da Leigh con il suo solito humor e con una saggezza fuori dal comune. C’è allora la Poppy insegnante in una scuola elementare di Camden, a contatto con scolari segnati nel comportamento e talvolta anche nel fisico dalle ingiustizie provocate dalle politiche ultra-liberiste di Margaret Thatcher: disoccupazione diffusa, disgregazione delle famiglie e dura violenza sociale; Poppy che, prendendo atto di questi difficili aspetti della realtà, cerca di adeguare il proprio compito educativo al bisogno di ascolto dei più deboli e si era rivela capace di comprendere con vera compassione la voce flebile di chi sembrava irrimediabilmente perdente, privo di autostima e rassegnato al peggio, pronta a riconoscere il disagio familiare che determina gli atti di bullismo di un suo allievo, aiutata in questo dalla precisione e dalla comprensione del giovane assistente sociale (dagli occhi blu) Tim chiamato a fare il suo lavoro di assistenza e conoscenza dell’evento problematico.
Il film, che poggia il suo baricentro sugli incontri tra la protagonista e individui appartenenti a varie categorie sociali, è un inno all’interazione, cosparso da mirabili annotazioni di sceneggiatura che impreziosiscono ogni singola sequenza; tanto che le continue trovate, sempre semplici e sempre azzeccate, creano un meccanismo perfetto che non gioca mai d’accumulo, ma ha necessità di dare più voci ad un affresco degno di una grande commedia umana. E sebbene i drammi sociali siano soltanto abbozzati, proprio per questo la scena del barbone e lo scontro violento con l’istruttore di scuola guida sembrano indicare che nulla avanza in maniera univoca e che quella felicità che promuove Poppy è frutto di una personale concezione di vita piuttosto che di una donna un po’ svitata. Al contrario, Poppy sembra aver afferrato una mirata ricetta per il vivere bene senza per questo saltare con superficialità le avversioni della vita. Senza adagiarsi nel proprio benessere, ma quando possibile cercare di inculcarlo al prossimo.
Questo suo atteggiamento non nasce da ingenuità, e neppure da una stolta fiducia nel “naturale” candore dell’animo umano, ma dalla consapevolezza del danno che ogni risposta repressiva all’esasperazione degli animi dei bambini e degli adulti avrebbe provocato, nella convinzione che, se è pur vero che la ricerca del dialogo pacato e razionale può fallire, è quasi certo che falliscano le reazioni più impulsive e che se si riesce a stabilire un ascolto attento e amorevole, possono essere evitati guai peggiori.
La donna, perciò, è una persona che con umanità sa mettersi nei panni degli altri – piccoli e adulti, come si vedrà – senza ottimismo, e senza paura, con realismo ironico così da rendere meno pesanti i problemi, troppo spesso deformati e distorti dall’eccesso di orgoglio e di emotività.
Memorabili, e metaforiche alcune scene del film: le lezioni di flamenco, o quelle di guida, durante le quali si confrontano i toni esaltati di chi sopravvaluta i propri problemi con la saggezza di lei, che, prendendo le giuste distanze dai toni eccessivamente passionali, non condanna, ma dolorosamente si interroga sul dolore e sulla sofferenza, cogliendo i momenti di difficoltà che a tutti si presentano, senza ottimismo, né pessimismo, ma con senso della misura che attraverso il suo ironico ridere primariamente si manifesta.
Leigh è comunque sempre fedele al suo spirito che si pone come obiettivo quello di sedersi accanto ai protagonisti dei suoi film, mettendone in risalto le personalità, tanto se nascoste in un’infetta depressione tanto se luminose e appariscenti, straordinariamente affini alla gente comune. “La felicità porta fortuna” è un film che si apre e sorride alla vita, una commedia pura che ondeggia tra il Free Cinema inglese e le commedie della Hollywood dei tempi d’oro, anche per come riesce a rendere “invisibile” il tocco dell’autore. E il risultato finale non somiglia a nient’altro: il congiungimento tra felicità e realismo ha del miracoloso, in questo autentico gioiello, vitale come un musical di un regista come Stanley Donen o Vincente Minnelli, e non c’è miglior conclusione del finale “disteso” con Poppy e Zoe che stanno navigando su una barca a remi a Regent’s Park; e qui allora Poppy riceve una chiamata da Tim e gli chiede: “Senti già la mia mancanza?” e comincia a parlare allegramente con lui, prospettando una continuazione del rapporto con lui.

 

Del 1998 è un secondo film importante di Ken Loach con un’assistente sociale come co-protagonista, MY NAME IS JOE. Il personaggio Joe è un ex alcolista (“Il mio nome è Joe. Sono un alcolizzato” sono le parole con cui si presenta alle riunioni degli alcolisti anonimi), disoccupato che sopravvive, nella Glasgow dei sobborghi proletari, con il sussidio e facendo qualche piccolo lavoro in nero, e allena una piccola e sgangherata squadra di quartiere, composta da ragazzi problematici, drogati, emarginati sociali, fra cui Liam, un suo amico. Joe, rivedendo in Liam se stesso, tenta di aiutare il ragazzo, che è sposato con una tossicodipendente e così incontra Sarah, l’assistente sociale che li segue, che rimane colpita dall’altruismo di Joe, e alla fine si innamora di lui. Le differenze, sociali, economiche e culturali tra Joe e Sara svaniscono, e fra loro nasce un amore intenso.
Joe è sì un disoccupato ma non ha ancora smarrito speranze e fiducia e l’incipit del film ne tratteggia con vivacità proprio la voglia immutata di continuare a sorridere alla vita e l’eroismo nel non piegarsi di fronte alla tutt’altro che rosea precarietà del suo status di proletario emarginato: con i toni leggeri e la grazia della commedia sentimentale Loach introduce con garbo la love story nascente tra Joe e l’assistente sociale Sarah (Louise Goodall), li fa (e ce li fa) conoscere lentamente, ascoltando i racconti e gli aneddoti della vita di Joe, accumulando dettagli e sensazioni che ne ricompongono sullo schermo sofferenze ed inquietudini esistenziali. Parallelamente alle loro vicende, scorrono sullo schermo le tribolazioni dell’altra coppia, Liam e Sabine , entrambi tossicodipendenti, con lo squallore disperato e le tragedie delle loro vite, che lentamente e sempre più drammaticamente iniziano ad intersecarsi con quelle di Joe e Sarah: tanto più, infatti, la quotidianità del rapporto tra Joe e Sarah acquisisce colori e sfumature sempre più intime, tanto più Liam e Sabine sprofondano in un vortice di dissoluzione, finché, poi, gli sviluppi delle loro vicende innescheranno l’inversione di questa tendenza, in un inesorabile contrappasso drammaturgico: Liam, infatti, deve difendersi dai soprusi di un boss di quartiere, a cui deve i soldi prestati alla moglie Sabine per drogarsi. Joe scende in campo per aiutarlo, prende accordi col gangster che gli propone di estinguere i debiti di Liam in cambio di alcune consegne per suo conto. “Non tutti possono scegliere”, urla Joe a Sarah nel tentativo di giustificarsi e spiegarle i tentativi e le azioni da lui commesse per salvare Liam e sua moglie dall’inferno che il boss aveva in serbo per loro. Di fronte, però, alla reazione della compagna e all’eventualità di perderne l’amore e il rispetto Joe si chiama fuori: decide di non ultimare le consegne per conto del gangster ed abbandona Liam al suo destino. Ma Sarah ormai non vuole più saperne e Joe, disperato, finirà per perdere anche Liam. I due si rincontrano al funerale di Liam. Nell’ultima scena si riavvicinano, lasciando aperta la possibilità possano ritornare insieme.
Ken Loach con “My name is Joe” continua ad osservare indignato le piccole storie di “ordinaria disperazione” del suo universo proletario, sfruttato e senza speranze (8)
raccontandone ancora una volta i drammi e le paure di fronte al peso insostenibile di un’esistenza misera e alienante: scritto da Paul Laverty che lo accompagnerà fedelmente nei film successivi, il film è un’opera amara e raggelante nel pessimismo che ne divora con crudeltà ogni fiammella di speranza, un “conte moral” sull’impossibilità del riscatto sociale, anche quando inizialmente vuol soltanto lasciarsi vedere (amare?) per la levità dei ritmi da commedia (si osservi, ad esempio, la comicità drammatica e tutt’altro che liberatoria della sequenza in cui Joe assale a colpi di pennello l’automobile del funzionario comunale venuto a privarlo dell’assegno di disoccupazione). E infatti la vita (e il film) sembra farsi più dolce quando Joe incontra Sarah, ma la commedia si sposta poi verso un “nero” di devastante lucidità sociale, mentre appunto il pessimismo di Loach si fa sempre più sconsolato.
Loach segue i suoi personaggi pressandoli (proprio nell’accezione più “calcistica” del termine) con la sua macchina da presa fino quasi allo sfinimento, mettendoli con le spalle al muro, demolendone l’eroismo quotidiano con i colpi delle convenzioni civili che ne circoscrivono la sopravvivenza ad una mera coincidenza di casualità, affidandone l’interpretazione ad un formidabile cast d’attori, a partire dal quartetto di protagonisti fino ad arrivare alle efficacissime caratterizzazioni dei personaggi di contorno, dal David Hayman nei panni del gangster a Lorraine McIntosh che interpreta Maggie, l’amica del cuore di Sarah, anche lei assistente sociale. (9)

 

Dello stesso anno è La MELA (1998) di Samira Makhmalbaf, che racconta una storia vera. Le due protagoniste Zahra e Massoumeh sono gemelle, hanno dodici anni e vivono in un quartiere povero di Teheran, segregate in casa dalla nascita. I genitori, però, non sono dei mostri. E’ l’ignoranza la loro malattia: un’ignoranza che alimenta la paura, il terrore del mondo esterno da cui le bambine devono essere in ogni modo protette. La mamma, cieca, sta anche lei sempre chiusa in casa; l’anziano padre va in giro da mattino a sera vendendo poverissime cose, giusto per racimolare qualche misero spicciolo. Grazie all’intervento di un’assistente sociale, dietro sollecito di una lettera di denuncia delle condizioni delle due gemelle da parte della gente del vicinato, le bambine gradualmente escono dal loro isolamento e si aprono alla conquista di un mondo fino ad allora sconosciuto.

Le strade vuote, i cancelli, le case assolate chiuse dalle grate di ferro, i cortili segregazionisti di Tehran sono tutti visti dall’occhio e dalla macchina da presa di Samira Makhmalbaf, diciottenne regista iraniana, figlia e assistente del famoso regista iraniano Mohsen Makhmalbaf, che gira – libera – nel paese di Khatami questa storia autentica di due “piccole donne” come lei, due “zombie” incappucciate, claudicanti, stordite fino all’idiozia dal sole che per la prima volta dopo dodici anni le abbaglia.
È in qualche modo un’operazione di famiglia che vede alla regia la figlia su una sceneggiatura del padre, con montaggio del medesimo. Il risultato è comunque sincero e toccante e forse solo un po’ più acerbo dei film di tematiche simili di Abbas Kiarostami. E se ancora una volta il film va a toccare il tema dell’infanzia, molto percorso dal cinema iraniano, lo fa attraverso un’ottica fortemente “femminilizzata”. Oltre alle protagoniste da sempre chiuse in casa dal vecchio padre, che dà un’interpretazione restrittiva e patologica del Corano (“le mie figlie sono come dei fiori, non dovrebbero essere esposte al sole, altrimenti morirebbero”); sono donne le vicine impietosite dalla condizione delle due bambine che denunciano il fatto alle autorità ed è donna l’assistente sociale che di fronte al disastroso stato delle due bambine interviene legalmente, ascolta sì le motivazioni dei genitori, ma non li giustifica, e diventa il motore del cambiamento, il “deus ex machina” degli eventi e della azioni liberatori. E c’è infine la madre cieca e coprolalica delle due fanciulle, ostinata sostenitrice della loro segregazione, complice del suo e del loro disastro. La cosa straordinaria è che Samira Makhmalbaf racconta la storia con la partecipazione dei veri protagonisti, in una sorta di ricostruzione del “delitto” – che non si sa quanto effetto abbia avuto sul protagonista maschile della vicenda, Ghorbanali Naderi, mezzo mendicante mezzo mullah, che mentre partecipava alla lavorazione del film sapeva che le gemelle sarebbero state affidate a un’altra famiglia. Certo le due ragazzine prigioniere delle paure e delle superstizione del padre, che le ha segregate in casa sino a ridurle a uno stato di semi idiozia e di incapacità di esprimersi, avranno trovato, alla fine della loro drammatica storia e della catartica ricostruzione messa in cinema da Samira, un senso diverso alla loro vita. Il prezzo è, semplicemente e didascalicamente, la condanna del potere paterno. Quindi la possibilità di leggere la storia di Zarah e Massoumeh come una metafora della condizione della donna in Iran mette comunque a disagio – anche se la segregazione femminile simboleggiata dal chador è, nei casi non patologici, molto più sofisticata, articolata e permissiva. Il principio è pur sempre quello. Girato all’inizio in video, LA MELA ha il rigore di un docudramma, salvo qualche dispersione di colore quando le ragazzine sono finalmente liberate e sperimentano i primi assaggi della loro libertà. Ma a far sentire il tocco autoriale della giovane regista risaltano alcune immagini toccanti: la mano infantile di una delle due sorelline che si sporge fuori dalla grata dietro cui sono rinchiuse per dare un po’ d’acqua a un fiore che cresce solitario in un vaso, o la mela, simbolo quasi biblico della ritrovata conoscenza, che pende di fronte al volto velato della madre, la complice, la “collaborazionista”, senza che lei riesca a prenderla. (10)

 

Uno dei primi film degli anni 2000 in cui un assistente sociale è quasi co-protagonista é il norvegese ELLING di Petter Næss (del 2001), che narra la storia di due uomini, Elling e Kjell Bjarne, che hanno passato gli ultimi due anni chiusi in un istituto psichiatrico come compagni di stanza, il primo, un 40enne troppo affezionato alla madre morta che soffre di gravi fobie sociali, capogiri e ansie, l’altro un gigante allergico alla pulizia e “fissato” col sesso e con le donne. Fuori dalla clinica si ritrovano a condividere l’esperienza di tornare al cosiddetto “mondo reale”: viene loro assegnato un piccolo appartamento a Oslo e un assistente sociale che li seguirà, con l’obbligo di prendersi cura di se stessi: la loro nuova vita si rivelerà piena di prove da superare, perché devono (re)imparare a fare cose che per gli altri sono del tutto normali, come uscire, incontrare gente, fare la spesa, entrare in un ristorante o rispondere al telefono. L’incontro di Kjell con una donna vicina di casa e la scoperta di Elling della poesia norvegese segnano l’inizio di un nuovo corso, che costringerà i due a mettercela tutta per vincere la loro personale sfida: Elling che scrive poesie e le nasconde nelle confezioni di crauti al supermercato aspettando che prima o poi qualcuno le legga, e Kjell che scoprirà l’amore. E’ la convivenza perfetta fra le diversità dei due personaggi “tipi”, sia fisica che di carattere che fa la loro forza ( dice Elling): l’uno sensibile e nevroticamente geloso, piccolo e scattante, l’altro un gigante premuroso e timido – fino a non esprimere neanche il sentimento che prova per la vicina che non aspetta altro – ma profondamente generoso. L’assistente sociale che si fa chiamare col nome proprio (Frank) mai troppo presente ( dice), fissa delle regole, fa dei programmi () cerca di mettere dei “limiti da (non) valicare”, ma infine asseconda i loro desideri (andare alla casa del mare di Alphons Jorgenson, un poeta che Elling conosce a una lettura di poesie) e li rende felici dicendo loro !. Privo di sentimentalismi e ricco di sentimenti, il film non solo è una curata descrizione della post-nevrosi dei paesi occidentali e nordici, che con grazia tratteggia la linea di demarcazione tra la raffigurazione dei disturbi mentali e il prendersi gioco auto-ironico degli stessi; ma anche una commedia che con le sue avventure-disavventure, grazie ai due attori protagonisti (si può dire che sono superlativi?), recapita una parola di speranza, veicolata dalla parola della poesia; apologia della ‘diversità’ e della ‘normalità’ della ‘diversità’, in buon equilibrio tra piccoli drammi e incalzanti comicità, in cui si trovano tenerezze virili, scene madri, origine teatrale (con – per di più – gli stessi, collaudati, interpreti) dissimulata dagli spazi di una Oslo mai così “bella”, calorosa e “dorata”, e il dolce finale con quella anonima voce delle silenziose strade della notte che accompagna il girovagare dei nostri due protagonisti.(11)
E anche una sensazione in profondo di tristezza, rafforzata inoltre dalla dolce partitura musicale, dolci melodie che suggeriscono che non dovremmo essere sorpresi se ci imbattiamo in un poco di intensità poetica lungo la strada del racconto.

 

Una figura di un’assistente sociale in un ruolo secondario anche se un po’ importante per gli sviluppi della storia narrata si trova in uno dei pochi film italiani degli anni 2000 che li rappresentano, PROVINCIA MECCANICA di Stefano Mordini (unico film italiano in concorso al Festival di Berlino del 2005). In esso i protagonisti principali sono Marco e Silvia (Battaglia), sposati e con due figli piccoli: lui lavora come operaio carrellista in una centrale elettrica nel cuore della zona (post) industriale di Ravenna, lei fa la casalinga ma è depressa, non pulisce casa, non manda i figli a scuola. I due hanno un cane e un iguana che vivono liberi con loro in casa e la loro vita non sembra seguire le normali regole dettate dal perbenismo locale. Ma purtroppo l’amore di Marco e il lavoro stabile in fabbrica non bastano per dare una relativa tranquillità alla famiglia, la cui armonia e la pace sono continuamente minati dal giudizio sarcastico della madre di Silvia. Quest’ultima, approfittando di una piccola crisi della figlia riesce a farsi affidare dai servizi sociali la figlia maggiore Sonia (che dice ). Il rapporto di Marco e Silvia ha una scossa, le abitudini vengono sconvolte, la fiducia viene meno e tutti sembrano dimenticare di essere comunque una famiglia. Silvia finirà prima a fare un figlio con un marinaio dell’Est, poi in un istituto per ragazze madri quando chiede aiuto alla assistente sociale, Brunella Maggioni, una giovane insistente. Marco intanto, non trovando altro modo per ritrovarsi insieme a Silvia, si rivolge alle “facoltà” di un mago di una televisione locale, per poi darsi a una corsa di strada, che diventa anche metaforica, con cui prova a ricongiungersi al suo amore. Commedia grottesca e intelligente, con uno stile da neorealismo un po’ astratto nella
Italia depauperata di oggi, ambientato e sviluppato all’interno di quel meccanismo monotono che è la vita in provincia, che sembra immobile e sempre uguale. Il film si può dire sia un po’ una scommessa, un film non del tutto “centrato”, un po’ sbilanciato, ma che rifiuta con intelligenza e saggezza ogni schematismo, raccontando una giovane coppia che vuol vivere in maniera diversa, in un loro disordinato modo di vivere tra l’infantile e l’animalesco, escludendo le convenzioni borghesi, che pone delle domande su quale sia il confine tra la libertà personale e le regole che la società impone. Chi ha ragione? Loro o la società? Mordini è lontano ed equidistante dalle soluzioni obbligatorie, ma entra con la sua storia nella carne viva di gente che fa le sue scelte. Stefano Accorsi si strappa di dosso l’immagine del “bellino e carino” per forza e diventa vero, Valentina Cervi lo segue con forza, interpretando con passionalità viscerale la precarietà, l’alienazione e il malessere di una donna come Silvia.

 

Un altro film italiano di alcuni anni dopo (2008) in cui è quasi co-protagonista un assistente sociale che ha una qualche importanza nella drammaturgia della storia narrata è COME DIO COMANDA di Gabriele Salvatores, tratto dal libro di Niccolò Ammaniti, vincitore del Premio Strega (12)
Salvatores smonta e taglia la drammaturgia del libro per ricondurre l’intera vicenda a tre soli uomini protagonisti (più un quarto forse) e alle loro storie, concentrandosi solo su quello che è il fulcro dell’intero romanzo: Cristiano, Rino e “Quattro Formaggi”.
Sullo sfondo fabbriche, case a schiera, centri commerciali, segherie, cumuli di alberi tagliati e accatastati ordinatamente. Montagne e boschi impenetrabili, fiumi che si inabissano, acque trattenute dalle dighe e una terra che trema e freme. (13)
Cristiano è un giovane ragazzo che frequenta le scuole medie. Vive da solo con il padre Rino e sta crescendo alla sua scuola di genitore razzista, violento e spesso ubriaco, verso il quale, tuttavia, nutre un legame d’amore smisurato. Quasi venerato come un dio, lo rispetta, lo ammira, lo considera il suo faro, la sua guida spirituale, essendo l’unico riferimento indispensabile nella sua vita.
Rino è un genitore unico – e un assistente sociale, Beppe (interpretato da Fabio De Luigi) veglia sui due per assicurarsi che il ragazzo possa avere una vita decorosa. Lavoratore precario, poi diventato disoccupato, uomo dominato dalla rabbia nata da ragioni economiche e che nasconde quel senso di disperazione e di collera, unici elementi che deve difendere a spada tratta. Odia gli ebrei, il diverso, l’extracomunitario e non stenta a mettere la pistola in mano al proprio figlio ( gli dice).
A questo sentimento fa da contrappeso l’esatto opposto amore assoluto, totale ed estremo verso Cristiano. Un padre tanto violento quanto altrettanto presente nella vita del figlio (quanti genitori chiederebbero al proprio adolescente “Forza: dammi un bacio!”) al quale è legato da una straordinaria e potente fiducia reciproca, raccontando una sorta di simbiosi tra le due figure, un amore incondizionato basato sulla consapevolezza che al mondo non ci sia nessuno per loro se non l’uno per l’altro, e viceversa. Quattro formaggi è l’amico dei due uomini, il “buffone” del paese: disturbato psicologicamente da un incidente sul lavoro che gli ha provocato disturbi psichici perenni e che passa le sue giornate a costruire a casa sua uno strano presepe, fatto di pupazzi, soldatini, bambole e oggetti che lui recupera dalle discariche della città. E’ stato adottato, di fatto, dagli altri due e vive per Rino, adora Cristiano, ma non distingue la realtà dalla fantasia, vive d’istinti sottacendo una violenza latente che è tipica di chi vive seguendo i propri bisogni primari. Poi in una notte di tempesta, dove i lampi squarciano il cielo e la pioggia inzuppa case, campi e uomini, nel bosco che circonda la cittadina, accade la tragedia: si mette in guai seri per aver violentato e ucciso Fabiana, una compagna di scuola di Cristiano, e cerca aiuto da Rino che però non accetta di coprire il suo crimine. Durante la violenta discussione che i due hanno sul luogo del delitto, Rino viene colpito da un ictus ed è ricoverato in ospedale, in stato di coma, mentre ‘Quattro formaggi’ fugge via. Cristiano è convinto che sia stato suo padre ad uccidere Fabiana ma, secondo i principi che lui gli ha insegnato, decide di occultare il corpo e proteggere Rino.
Girato tutto con la macchina a spalla, con più piani di sequenza, interrotti e incrociati in fase di montaggio, Salvatores riesce molto bene ad entrare nei tre personaggi e a rappresentare sul grande schermo i sentimenti, le paure e le emozioni di questi tre uomini soli, alla ricerca di una qualsiasi identità.
La regia di Salvatores è brava a suggerire una sorta di impermeabilità alla storia, a tenere uno sguardo gelido su ciò che si nasconde dietro a realtà che spesso leggiamo sintetizzate in titoli e articoli di cronaca, approccio che appare come sospeso tra un’aderenza fisica e carnale alla storia e ai personaggi e una altrettanto chiara tensione verso l’astrazione, alla concreta impalpabilità del sentimento, delle psicologie, delle sensazioni.
“Sembra di essere in un perfetto dramma Shakesperiano – sottolinea quindi il regista – con il padre padrone, il figlio adolescente e il folletto strambo”. Dove la presentazione degli attori lascia il passo al buio della tempesta (l’omicidio che si consumerà brutalmente in una notte) per poi giungere a quella forma di redenzione che li cambia e li rinnova interiormente.
Una pellicola ricca perciò di odio, d’amore, di comprensione e di protezione, che riesce a commuoverci in maniera profonda e “delicata”. Merito degli straordinari protagonisti: un Filippo Timi che recita con grande sensibilità, intelligenza e capacità espressiva; un Elio Germano molto intenso e che veste altrettanto bene gli abiti dello strano folletto-spirito della foresta; un esordiente e promettente Alvaro Caleca nella parte dell’adolescente che matura, cresce e diventa uomo.
Il tutto accompagnato da una colonna sonora di grande importanza con la funzione di rappresentare attraverso dei brani-leit motiv i vari personaggi: musica suonata ma senza voce, che canta ma senza parole (a parte l’innesto di tre “gettonate” canzoni firmate Loredana Bertè, Elisa e Robin Williams che sottolineano i momenti cruciali della storia) (14).
Ognuno scoprirà i suoi limiti: il padre di non essere indistruttibile, il figlio di avere un genitore umano, Quattro Formaggi di aver commesso lo sbaglio più grosso della sua vita che lo condurrà inesorabilmente sulla strada del non ritorno. E su tutta la vicenda l’assenza (o forse la presenza) di quel Dio che tutti invocano, che guarda tutto dall’alto e che sembra aver dimenticato questa landa deserta. Quel Dio che non comanda, non interviene e lascia che la solitudine si riveli anche assassina. Un Dio che, pur guidando i passi di questi tre uomini diversi, sembra far risuonare la sua voce solo quando è troppo tardi, quando i fatti sono ormai compiuti. Forse la presenza di Dio può essere intravista in questa riscoperta di se stessi. O forse, come la pioggia che domina gran parte della pellicola, la possiamo leggere nelle lacrime dell’ultima scena. Quelle lacrime che lavano via tutto, puliscono il volto di un uomo, gli tolgono quella maschera e lo rivelano nella sua più vera e profonda umanità.

 

Un altro film del 2008 dove la figura di un’assistente sociale è tra i protagonisti è PARIGI di Cedric Klapisch, uno di quei film corali con cui il regista ha dimestichezza e che pongono l’ambiente raffigurato come fondamentale, qui la capitale francese. Così quanti sono i volti raffigurati di Parigi? C’è quello affascinante e inquieto di Pierre (Romain Duris), giovane ballerino che per una disfunzione cardiaca rischia la vita. C’è il viso tenero e scompigliato di Elise (Juliette Binoche), la protettiva sorella di Pierre, energica assistente sociale che si prende cura da sola dei suoi tre bambini. Parigi poi ha anche le fattezze un po’ buffe di Roland (Fabrice Luchini), luminare della Sorbona in crisi di mezz’età, infatuato di una sua avvenente studentessa (Melanine Laurent). E anche altri “tipi”: si passa dalla spontaneità dei venditori dei mercati generali alle vezzosità di top model annoiate in cerca di diversivi. Ma i connotati della metropoli globalizzata si estendono fino ad abbracciare uomini che vengono da lontano, quelli che vengono considerati e diventano “invisibili”: una commessa di origini maghrebine punzecchiata dalla proprietaria razzista e un immigrato “clandestino” del Camerun che affida tutti i suoi sogni a una cartolina e a un mare in tempesta. Tutte queste persone, che apparentemente non hanno nulla in comune, si ritrovano a Parigi legate da un sottile “fil rouge”, quasi attorno alla figura di Pierre e alla sua condizione che lo porta a modificare il proprio atteggiamento nei confronti di tutti coloro che incontra. L’intento del regista è quello di restituire l’immagine di una città dalle infinite sfaccettature in cui, come dice il professore di storia Roland, il presente non si contrappone al passato ma si armonizza con esso all’insegna di una continua metamorfosi. Cédric Klapisch rende la sua opera matura, spingendosi ben oltre la commedia romantica, componendo un mosaico variopinto, inserendo nella trama elementi drammatici, trattati con eleganza e senza enfasi, memore della lezione di cineasti come Claude Lelouch e l’ultimo Alain Resnais. Ad aiutarlo nell’impresa vi sono in particolare un ventaglio di attori perfettamente in parte e un’osservazione attenta della capitale francese ai giorni nostri, ai suoi “microcosmi”, alle sue “tribù”. Alcune scene si svolgono infatti nel XIX arrondissement (l’ormai multietnica Belleville) e all’interno dei nuovi modernissimi mercati generali di Rungis, due scelte tutt’altro che scontate, accanto alle onnipresenti “cartoline”-icone della Torre Eiffel e di Place de la Concorde. I personaggi che impariamo gradualmente a conoscere lungo le storie intrecciate sono tanti e sfaccettati. Figure simpatiche e ostiche, gravi e frivole, più o meno cupe, più o meno radiose. Nessuno, però, che reciti sopra le righe, nessuno che calchi la mano. Il merito va probabilmente attribuito anche al notevole equilibrio di regia e sceneggiatura, capaci di dosare al meglio ogni situazione, di non dilungarsi mai, pur evitando approcci superficiali, per mettere ancor meglio in evidenza la varietà dei caratteri che esiste tra ognuno dei componenti, una somma di individui dissimili tra loro, che non sanno comunicare e vivono a fatica i cambiamenti sociali che la storia impone loro.
Tra le interpretazioni più riuscite non si può dimenticare la Elise di Juliette Binoche, sempre più convincente e tenerissima nel suo rapporto con il fratello malato, per cui lascia il lavoro di assistente sociale, che svolgeva con cura e attenzione ai problemi dei suoi “assistiti”, cercando ai aiutarli al meglio, barcamenandosi tra riunioni sindacali e problemi di ristrutturazioni burocratiche (dice al fratello ), passando quindi da una tipo di cura a un altro.
Allo spettatore alla fine rimane solo un dubbio: le storie dei personaggi sono reali, oppure ogni cosa è frutto dell’immaginazione di Pierre che, spossato dalla malattia, trascorre le giornate alla finestra guardando “le vite degli altri”, inventando delle storie su di loro, a volte con la sorella complice? Il regista non lo rivela mai chiaramente e le inquadrature finali in cui Pierre, sul taxi che lo porta in ospedale, vede sfilare di nuovo tutti i protagonisti del film, risultano ancora più ambigue. Il cinema è immaginazione, sembra suggerirci Klapisch: Pierre, esattamente come lo spettatore, è (ancora) vivo solo grazie al potere della fantasia, l’unica arma in grado di esorcizzare la morte.

 

Del 2009 è un film americano in cui il personaggio dell’assistente sociale è quasi tra i co-protagonisti, con una funzione importante, PRECIOUS di Lee Daniels, uno dei registi afro-americani indipendenti che hanno avuto successo negli ultimi decenni (15).
E’ la storia di una ragazza afroamericana di sedici anni, Claireece “Precious” Jones (Gabourey Sidibe) che nel 1987 vive ad Harlem in uno squallido appartamento una vita terribile: è incinta del secondo figlio, frutto di uno dei vari stupri incestuosi del padre, è obesa e presa in giro da tutti. E per di più la madre (Mo’Nique) è una donna arrabbiata e violenta che abusa di lei sia psicologicamente che fisicamente, denigrandola e incolpandola delle sue disgrazie. Una vita quindi già segnata dalla tragedia e dall’impossibilità di uscire da un circolo vizioso fatto di povertà e disperazione. L’America sta vivendo gli ultimi mesi della presidenza Reagan e il boom che a Wall Street porta alla gloria economica e sociale Gordon Gekko 100 isolati più a nord ci racconta una storia ben diversa. La Precious del titolo non parla mai, si rifugia in un suo mondo di fantasia in cui trionfano i colori e il glamour e in cui lei è una stella del cinema. Ma nella realtà quando a scuola scoprono che è incinta per la seconda volta del padre viene mandata via, nonostante gli ottimi voti in matematica, e si ritrova in una scuola di recupero. Quasi illetterata, cercherà di alfabetizzarsi, ma soprattutto di aprirsi ad un microcosmo nuovo, con la voglia di trovare il proprio ruolo, lottando contro tutto e tutti ma cercando di vedersi bella, di diminuire la distanza con la Precious dei suoi sogni: è infatti ragazza dalla grandissima tenacia che dietro ad un’espressione impassibile cela uno sguardo curioso, spinta dalla ferma convinzione che esistano altre possibilità per lei. E’ grazie anche all’aiuto di Miss Rain, la sua nuova insegnante, che con i suoi piacevoli modi la invoglia a impegnarsi nella lettura e nella scrittura e ad imparare finalmente ad amare se stessa per ciò che è e a ricomporre il senso di autostima che ha smarrito. Per Precious inizia così il percorso di una difficile presa di coscienza che la porterà ad affrontare positivamente la nuova gravidanza, a sottrarsi ai continui abusi della madre e ad accettare anche il peso di essere sieropositiva, ultima infausta eredità ricevuta dal padre prima che questo morisse stroncato dalla malattia.
In questo percorso incontra l’assistente sociale Miss Weiss (Mariah Carey), che in un primo tempo a una sua richiesta d’aiuto risponde con un tono burocratico e formale (e un’altra assistente sociale che va a casa delle due donne a verificare la situazione le dice !), mentre in seguito – dopo che Precious l’ha accusata, scrivendolo anche nei suoi compiti scolastici, di volerle “prendere” i figli – cerca di aiutarla, coordinando un gruppo sull’incesto, sull’abuso sessuale della ragazza, e in un incontro risolutivo con la madre, che la rivuole con sé, cercando di essere “professionale” ma attenta alla situazione della più “debole” ma non sembra raggiungere quello che le era stato chiesto: Precious le dice , andandosene con i due figli, ormai autonoma e con una nuova consapevolezza.
Il merito del regista Lee Daniels è quello di aver maneggiato con la leggerezza della risata e un tocco di surrealismo, il lato oscuro dell’America incanalato in una commedia grottesca, che funziona quasi meglio di un documentario.
E’ quasi un pugno nello stomaco questo film di Daniels che nonostante gli orrori che racconta, riesce a non essere mai ricattatorio: un’opera particolarmente coraggiosa, che traduce magnificamente in immagini la lingua ingenua e sgrammaticata da diario di una illetterata, il groviglio prosastico delle parole, la scrittura grezza e sincopata presente nelle pagine del romanzo di Ramona Lofton (in arte Sapphire) da cui è tratto il film che dà forma in soggettiva ai pensieri della protagonista (16) ed è stato generato, come ispirazione, proprio dalla diretta esperienza di insegnante nelle scuole di alfabetizzazione di Harlem e del Bronx dell’autrice.
Daniels ci propone dunque un tema molto forte, una vicenda talmente dura e cruda, che tratta di incesto e di abusi perpetrati dentro le mura domestiche, che potrebbe sembrare a prima vista quasi una rappresentazione volutamente “caricata” di una situazione al limite, ma che la percezione emozionale ci fa però immediatamente (e giustamente) percepire come assolutamente veritiera, e come tale, ancor più destabilizzante. Nonostante l’asprezza della storia, il regista riesce comunque a mantenere una sorprendente leggerezza di linguaggio (il che non intacca minimamente la profondità dell’analisi sociologica di fondo) grazie al sapiente dosaggio del registro della realtà con quello delle emozioni (due piani che risultano sempre perfettamente bilanciati fra loro), e all’utilizzo di uno stile narrativo asciutto, ma al tempo stesso pietosamente ironico e molto partecipato, che coinvolge profondamente lo spettatore e lo aiuta a tollerare le infinite nefandezze che la vicenda pone in assoluto primo piano. Il realismo è infatti molto marcato, ma con frequenti e salutari pause di sospensione che lasciano spazio alle colorate digressioni nella fantasia a cui si abbandona la protagonista proprio nei suoi momenti di più desolato sfacelo.
Film sui corpi resi mostruosi dall’abiezione o dal grasso, “Precious” è però anche una esaltazione del potere della parola (e della conoscenza), intesa anche come forza manipolatrice delle cose (e quindi non solo in senso positivo). La potenza affabulatrice del linguaggio può diventare infatti addirittura malefica, se utilizzata come ben sa fare la signora Jones, una madre-strega che se ne serve sapientemente (e scientemente) proprio per schiavizzare la figlia o per raccontare all’assistente sociale la sua personale versione dei fatti e della storia della sua famiglia, in una delle confessioni più lucide, disperate e agghiaccianti mai sentite o viste al cinema, che è valsa meritatamente il Golden Globe e l’Oscar all’attrice che la interpreta, perché qui i caratteri (e quello dell’orrenda genitrice in particolare) hanno segni precisi e ben connotati, e le situazioni che li definiscono, sono rappresentate con asprezze quasi violente in una cornice all’insegna del più totale degrado fisico e morale che non lascia scampo.
La protagonista, la quasi esordiente e mastodontica (per mole e peso) Gabourey Sidibe che viene dal teatro, ha una sua gestualità disinvolta che appassiona, ed è bravissima a tratteggiare un personaggio oggettivamente al limite come quello della tenera e inquietante eroina della storia, senza lasciarsi mai ridurre a “caso” emblematico: un portento di efficacia e di misura che merita davvero il plauso. La madre “depravata e mostruosa” che la fronteggia e vuol continuare a dominarla è interpretata da Mo’Nique, più conosciuta come attrice comica, ma che qui è davvero strepitosa nel suo ruolo di perfida madre “snaturata”, soprattutto nella scena finale già citata prima, dove si contrappone anche fisicamente e nel vestiario alla trasandatezza della povera Precious, agghindata con turbante e colletto di pelliccia intenta a vomitare parole irripetibili: quello è un momento davvero da ricordare che ha il sapore estremo della verità, forse perché la realtà che è stata chiamata a rappresentare, non e poi nemmeno molto lontana da quella terribile esperienza da lei vissuta in prima persona, visto che durante la sua infanzia, fu a sua volta vittima di abusi sessuali da parte del fratello.
Infine la bravura del regista si vede anche nella capacità di far risaltare due rockstar come Lenny Kravitz e Mariah Carey (l’assistente sociale), persone e non icone.

 

Un film degli ultimi anni ’10 in cui si raffigura un’assistente sociale in un ruolo secondario ma con una funzione importante di risoluzione degli eventi narrati è T2 TRAINSPOTTING (O TRAINSPOTTING 2), del 2017, diretto da Danny Boyle, sequel del film cult del 1996, nel quale i ragazzi della scozzese Leith ritornano quasi cinquantenni, (17) Mark Renton (Ewan McGregor) torna infatti a Edimburgo dopo che, vent’anni prima, era scappato a Amsterdam. Sua madre è morta, Spud (Ewen Bremner) è ancora dipendente da eroina, Begbie (Robert Carlyle) è in carcere e Sick Boy (Jonny Lee Miller) gestisce il pub che ha ereditato da sua zia, il Port Sunshine a Leith, dove conduce piccoli affari illeciti. Mark sembra quindi l’unico ad avercela fatta, ma dopo uno scontro con Sick Boy, ancora risentito poiché l’amico è fuggito anni prima con il bottino di un colpo, gli confessa che è malato e sul punto di essere licenziato.
Renton decide così di rimanere a Edimburgo e di aiutare come può gli amici Spud e Sick Boy, cercando di rimediare al passato. Lavorano insieme in qualche furto, rubando carte di credito per svuotare i conti con l’aiuto di Veronika (Anjela Nedyalkova), compagna di Sick Boy. Chi non è assolutamente disposto a perdonare Rent Boy è Begbie, che, dal carattere forte ed indomabile, evade dal carcere convinto di trovare il mondo che aveva lasciato, ma è ben presto deluso. Il fisico non lo segue più nelle proprie velleità amorose ed è un estraneo per il figlio, che ha aspirazioni di una vita onesta per lui incomprensibili. Prende dolorosamente coscienza di ciò, ma non per questo rinunzia alla vendetta contro chi ritiene responsabile della rovina, Mark, e quindi, dopo averlo visto in una discoteca, lo aggredisce e cerca di ucciderlo. Sick Boy e Spud cercheranno di proteggerlo, ma la resa dei conti tra Mark e Begbie prima o poi arriverà. Durante tale “rincorsa” Begbie visita Spud per sapere dove Mark si nasconde, e scopre che Spud sta scrivendo un racconto che raccoglie le avventure che anni prima vissero tutti insieme, un modo per Spud di distanziarsi dalle droghe, dietro consiglio di un’assistente sociale che lo segue nel gruppo di tossici ed ex, e recuperare la relazione con la partner e il figlio. Dopo che la stessa assistente gli farà trovare il titolo della sua opera, potrà così iniziare una nuova carriera da scrittore. Il finale così riserva varie soprese inaspettate.
Grazie all’ispirata sceneggiatura e allo sguardo divertito e compassionevole del regista, quest’opera non è un tentativo di scimmiottare un film irripetibile nella sua capacità di fotografare lo spirito della metà degli anni ’90, o di ricrearne le iconiche vette di gioia eversiva di questo manipolo di “scavezzacollo” scozzesi, ma un tentativo di rappresentarli come sono diventati e come da allora abbiano cercato invano la redenzione, la fortuna, la grana ad ogni costo, o, nel caso di Begbie, la libertà. In comune hanno quello struggimento, quel senso di perdita che anche i più soddisfatti della propria vita provano ripensando alla giovinezza. Nel mondo, così come in Scozia, vige ancora il consumismo ma la società ha cambiato faccia dagli anni 90 ad oggi e cambiato anche loro: ormai troppo in là per aggiornarsi a nuove forme di ribellione o anche soltanto credere ancora che ribellarsi faccia rima con soluzione anziché con illusione. Il fisico non regge più come prima e dove non sono arrivati l’eroina, il carcere o la loro stessa esuberanza, ci ha pensato la vita a schiacciarli in questo lasso di tempo.
La storia abbandona lo stato allucinogeno per schiantarsi nel realismo più brutale. Il monologo “scegli la vita” di Renton dell’originale è aggiornato e suona più come un lamento che come un manifesto. Essere “carogne” prima era un vezzo arrogante, ora è sopravvivenza, come per Spud da eroinomane emarginato a fallito disadattato; ma sempre -ieri come oggi- saggiamente, lucidamente consapevole di quello che .
Sono cambiati, fisicamente e psicologicamente, ma sono pur sempre rimasti gli stessi, hanno trascorso gran parte della propria vita a commettere errori, alla ricerca di se stessi e di un fine ultimo. I quattro si troveranno ancora una volta a dover cercare di sopravvivere in una società che nel frattempo si è evoluta, aggirandosi in essa quasi come reduci di un passato che non esiste più, consapevoli di ciò nonostante i tentativi di adattamento. È anche metacinema, un enorme specchio che gioca sul mostrare l’immaturità di chi è costretto a condurre una vita definibile ‘normale’. C’è chi ci riesce, e chi proprio no. Danny Boyle lega il sequel indissolubilmente al capostipite con veloci inserti di flashback che bene si integrano visivamente ed emotivamente, puntando al cuore dei personaggi e di un pubblico attento sapendo di trovare lì un appiglio possibile per “replicare” ina qualche maniera la storia. Vivere nel passato è un amaro anestetico, e l’unica differenza è che quei piedi di tutti i personaggi non corrono più lungo le strade di Edimburgo, ma su un tapis roulant.
È incredibile quanto sembri che Ewan McGregor, Jonny Lee Miller, Ewen Bremner e Robert Carlyle non abbiano mai lasciato quei personaggi. Se visto immediatamente dopo il primo capitolo, il film produce un interessante coinvolgimento. T2 si fa sentire mettendo sul piatto nostalgia, rimpianto e rancori che chiunque oltre i quarant’anni può comprendere, mentre le ambientazioni mostrano una Scozia ancora popolare e duramente colpita dalla crisi economica, eppure pulsante di vita e ricca di contraddizioni, in equilibrio tra modernità e tradizione.

 

Note

1) Vedi Elena Allegri, LE RAPPRESENTAZIONI DELL’ASSISTENTE SOCIALE. IL LAVORO SOCIALE NEL CINEMA E NELLA NARRATIVA, Carocci edizioni, Roma, 2006, (per il metodo, il campione, l’analisi e la rilevanza e connotazione dei personaggi il capitolo 2 alle pp. 37-ss) e il saggio di Giovanni Cellini e Serena Bestente, “L’assistente sociale nelle rappresentazioni cinematografiche. Alcuni risultati di una ricerca empirica”, in RSS (“Rivista di Studi Sociali), 1-12, 2012, pp, 84-101.
2) Recensione di Lietta Tornabuoni, ‘La Stampa’, 23 aprile 1994; per una comunicazione professionale burocratico-distaccata degli e delle assistenti sociali nei loro dialoghi con la protagonista Maggie vedi in Elena Allegri, LE RAPPRESENTAZIONI DELL’ASSISTENTE SOCIALE, IL LAVORO SOCIALE NEL CINEMA E NELLA LETTERATURA, op.cit., pp. 88-89. 3) Giampiero Frasca, presentazione critica in Minori.it (del Centro nazionale di documentazione e analisi dell’infanzia e dell’adelescenza) 4) Per una lettura più critica e articolata della figura di Margareth, l’assistente sociale che adotta il bambino, vista come “eroe donna” ma vincente più in quanto donna, moglie e madre, più che come “professionista”, vedi Elena Allegri, LE RAPPRESENTAZIONI DELL’ASSISTENTE SOCIALE…, op. cit., pp. 62-63.
5) Brenda Blethyn fu premiata a Cannes dove il film vinse la Palma d’oro, assegnata da una giuria presieduta da Francis Ford Coppola che lo preferì a films quali “Fargo” e “Le onde del destino”; agli Oscar ebbe diverse nomination tra cui ancora la Blethyn. II film fu premiato anche in Gran Bretagna, Australia, Francia, USA, Giappone e Spagna.
6) Vedi il resoconto del colloquio in Elena Allegri, op. cit, pp. 79-82.
7) Il film, di produzione indipendente, si è aggiudicato l’acclamazione internazionale vincendo diversi premi, tra cui l’Orso d’Argento per la migliore attrice a Sally Hawkins, qui alla sua terza collaborazione con il regista, e il Golden Globe 2009 nella categoria miglior attrice in un film commedia sempre alla protagonista. Ha ottenuto inoltre, con lo stesso regista Mike Leigh, la candidatura al premio Oscar 2009 come migliore sceneggiatura originale. Presenza di secondo piano in “Sogni e delitti” di Woody Allen e nelle due precedenti pellicole dello stesso Leigh, Sally Hawkins emerge qui come dal nulla con i numerosi giochi di parole e le abbondanti sfumature che imprime ai dialoghi,la vasta gamma espressiva sorprende per come riesce ad evitare le facili scorciatoie della smorfia, e con la sua ironia, domina lo schermo regalandoci un sorriso contagioso e strabordante paragonabile ad un vero e proprio abbraccio.
8) Anticipato l’anno precedente da “The Flickering Flame”, il documentario sullo sciopero dei lavoratori portuali di Liverpool.
9) Uno straordinario ed indimenticabile Peter Mullan, premiato anche a Cannes, Louise Goodall, una brava attrice di origine teatrale, David McKay-Liam, Anne-Marie Kennedy-Sabine, mentre la Lorraine McIntosh è l’ex co-vocalist di una famosa pop band scozzese degli anni ’80, i Deacon Blue.
10) Film “piccolo”, LA MELA è stata l’opera prima che maggiormente ha fatto parlare di sé durante il 1998. Presentato in anteprima a Cannes, ha successivamente, battuto ogni record di partecipazione ai festival, ricevuto molti premi ed è stato venduto in molti paesi, Italia compresa.
11) “Elling“ è infatti stato uno straordinario successo di pubblico (soprattutto in patria) e critica, in patria e all’estero, tanto da guadagnarsi la nomination all’Oscar come miglior film straniero e vincere premi sia come film, come sceneggiatura, e come migliori attori, principalmente Per Christian Ellefsen che interpreta Elling, ma anche Sven Nordin- Kjall Bjarne. 12) Vincitore del Premio Strega 2007, “Come Dio comanda” di Niccolò Ammaniti è un romanzo potente, una “sinfonia” in cui la più cupa tragedia riesce a dar vita ad un grande affresco sociale, scandendo una storia che tiene il lettore appassionato fino all’ultima pagina. Pubblicato in Italia da Mondadori alla fine del 2006, ha venduto più di 400.000 copie ed è stato tradotto in 35 paesi. Ora questa storia intensa e forte viene trasposta sullo schermo dal Premio Oscar Gabriele Salvatores, il quale già qualche anno prima aveva trascritto sul grande schermo un altro libro di Ammaniti, la storia di un ragazzino del profondo Sud (“Io non ho paura”). 13) Come ha affermato in varie interviste il regista: “Una natura che ti accerchia, pronta a riprendersi quello che le abbiamo strappato; pronta a rompere gli argini e a travolgerci in una notte di tempesta”.
14) Una canzone dolce come “She is the one” di Robbie Williams, messa in contrasto al rosso e al nero che scorrono sullo schermo.
15) Il film ha avuto un forte successo di pubblico e critica, vincendo più di 60 premi in tutto il mondo, vedi sotto per alcuni premi particolari e IMDB per la lista completa. 16) “Push”, stampato in Italia da Fandango con il titolo “Precious”: “Io… io dentro di me sono così bella, come una ragazza della pubblicità di uno spot e arriva da me uno in macchina, uno che li somiglia al figlio di quel signore là che hanno ammazzato tanto tempo fa quando era presidente o a Tom Cruise – o unaltro come questi che si ferma colla macchina e io salto su come alla tele… […]”
17) Il film è il sequel del “Trainspotting” del 1996 e l’adattamento della sceneggiatura di John Hodges è basato sul romanzo “Porno” dello stesso autore Irvine Welsh.

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